Senza cassa integrazione e con il fantasma dello smart working, lavoratori delle mense a rischio povertà

Intervista di Interris.it a Paolo Saltarelli, rappresentante Confsal e dipendente del gruppo Elior, azienda leader nella ristorazione collettiva italiana

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Sei mesi senza stipendio, sussidio e alcuna forma di ammortizzatore sociale. E’ la situazione che vivono a Roma migliaia di lavoratori del settore della ristorazione collettiva; ovvero gli addetti alle mense presenti nelle grandi aziende pubbliche e private che hanno sede nella capitale.

Al di là dei proclami governativi e delle garanzie giunte dall’Europa, esistono dunque ancora tanti uomini e donne, padri e madri di famiglia, che hanno passato tutta la primavera e tutta l’estate senza percepire nemmeno un euro di cassa integrazione. Un’Italia letteralmente alla canna del gas che viene raccontata ad InTerris.it da Paolo Saltarelli, rappresentante Confsal e dipendente del gruppo Elior, azienda leader nella ristorazione collettiva italiana, con oltre 12mila collaboratori nei 2.000 ristoranti e punti vendita presenti in tutta la penisola.

Lunedì scorso Saltarelli insieme ad altre decine di lavoratori ha manifestato sotto la sede centrale dell’Inps all’Eur per sbrogliare il rimpallo di responsabilità tra Elior e l’ente di previdenza. “Ci è stato detto che l’azienda non poteva inviare i modelli SR 41 all’Inps, perché non aveva ricevuto l’autorizzazione da quest’ultima – racconta l’esponente della Confsal -, la sera stessa della manifestazione un dirigente dell’Inps ci ha chiamato per comunicarci che l’invio dei modelli era stato autorizzato”.

Sembrerebbe dunque una storia di ordinaria burocrazia, alimentata da fatto che si tratta di cassa integrazione in deroga perché, come spiega Saltarelli, è rivolta a lavoratori con il contratto del “turismo e pubblici esercizi”, un settore merceologico che normalmente non prevede questo tipo di ammortizzatori sociali.

Succede quindi che cuochi, baristi, addetti alle pulizie ed altre figure delle ristorazione collettiva restino ai margini del welfare italiano. Il risultato è uno stato di emergenza sociale pesantissimo. “I colleghi incontrati alla manifestazione non sanno come andare avanti – prosegue rappresentante sindacale -, c’è chi va a mangiare alla Caritas, chi ha chiesto il pacco alimentare alle Croce Rossa, i più fortunati si stanno facendo aiutare dai parenti, una persona mi ha mostrato la stampata dell’estratto conto con la giacenza di 1 euro 40 centesimi”.

Non meno complicata la situazione dello stesso Saltarelli: “Mia moglie lavora nella mia stessa azienda e abbiamo un figlio a carico, riusciamo a sopravvivere perché abbiamo sospeso il mutuo e perché l’azienda ha anticipato ratealmente la tredicesima e la quattordicesima. Altri colleghi sono riusciti ad avere il rateo del tfr”. Si intaccano quindi anche i risparmi del trattamento di fine rapporto.

Tra altro l’Inps dovrebbe elargire cifre molto modeste visto che, spiega ancora Saltarelli, la cassa integrazione si aggira intorno al 65% del netto delle stipendio. “Parliamo di buste paga molto leggere – chiarisce – perché molti dipendenti delle mense sono impiegati a part time e la retribuzione oraria va poco oltre i 4 euro”.

Lo sblocco dell’invio dei modelli per la richiesta della cassa in deroga dovrebbe portare quindi un po’ di ossigeno per centinaia famiglie ma il prossimo futuro resta incerto, dal momento che l’intero settore della ristorazione collettiva è minacciato dalla pratica dello smart working. Saltarelli è dislocato in una mensa con annesso bar in una delle sedi romane della Telecom. “Ci hanno già detto che gli uffici della Telecom non riapriranno i battenti fino a dicembre e che successivamente i dipendenti lavoreranno da casa almeno 3 giorni a settimana – riferisce il sindacalista -. Tutto questo significa la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro nell’indotto; lavoratori impiegati nelle pulizie, nella sicurezza, nelle manutenzioni e nelle mense”.

Lo Stato dovrebbe tutelare questa classe operaia, la più fragile e la più esposta a lavori usuranti- prosegue Saltarelli – noi lavoriamo senza fermarci mentre gli impiegati degli uffici fanno colazione o due chiacchiere in pausa caffè”.

Secondo l’esponente della Confsal, il covid ha solo accentuato i problemi di questa categoria di lavoratori e andrebbe rivisto tutto il settore del commercio e del turismo: “Abbiamo minori tutele sociali e spesso lavoriamo con il personale ridotte all’osso, perché le gare per le mense vengono sempre vinte al ribasso”.

Saltarelli insiste però sulla riapertura degli “impianti”, il nodo cruciale è la ripresa del lavoro e la tutela dei contratti quando avvengono i cambi di appalti. “Qualcuno faccia capire al governo che lo smart working uccide il lavoro – insiste – a Roma sono sull’orlo del fallimento anche migliaia di bar e ristorarti nelle aree adiacenti ai grandi uffici”. In questa cornice anche l’ipotesi delle ricollocazione dei lavoratori sembra più un esercizio retorico che una strada realmente percorribile. “Ricollocarci in un altro settore è complicato – conclude Saltarelli – questo è un processo di lungo termine che si può fare con i giovani ma non con i lavoratori più anziani che lavorano da decine di anni nella ristorazione”. D’altra parte è lecito chiedersi se uno Stato che non riesce a garantire a tutti la cassa integrazione possa affrontare la sfida dei mutamenti del mercato del lavoro.

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