“Curare non basta, bisogna guarire le relazioni“. Si può riassumere così il Messaggio di Papa Leone XIV per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato, che ricorrerà il prossimo 11 febbraio. In un mondo sempre più frammentato e isolato, il Pontefice sceglie di rimettere al centro la figura del Buon Samaritano, invitando i fedeli e la società civile a un passaggio fondamentale: dalla semplice assistenza medica all’incontro umano profondo. Il testo, intitolato “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”, è stato illustrato a Interris.it dal Cardinale Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Czerny ha descritto il documento come un atto di “coraggio pastorale”, sottolineando l’urgenza di abbattere le mura della solitudine che spesso circondano la malattia. Il Porporato approfondisce la dinamica del messaggio papale, spiegando come l’amore per il prossimo non sia un concetto astratto, ma un’opportunità concreta che bussa quotidianamente alla nostra porta.
L’Intervista
Eminenza, lei ha definito “coraggioso” il messaggio di Papa Leone XIV per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato. Perché questo aggettivo?
“È un messaggio coraggioso perché ci sfida a rompere il guscio della nostra solitudine. Quando viviamo nella sofferenza o nella disperazione, tendiamo a chiuderci in noi stessi, quasi a “infermarci” nel nostro stesso dolore. Il Papa, invece, ci invita a compiere l’atto coraggioso di aprire gli occhi e scorgere chi, intorno a noi, ha bisogno di aiuto. Il punto di partenza fondamentale è proprio l’incontro”.
Dopo l’incontro, il Papa parla di compassione. Dobbiamo intenderla come una competenza tecnica per addetti ai lavori?
“Niente affatto. Dopo il primo passo dell’incontro, scopriamo che l’esercizio della compassione non è qualcosa di necessariamente tecnico o professionale. È, prima di tutto, un gesto generoso del cuore. Non serve una preparazione specialistica per essere umani e presenti di fronte al dolore altrui”.
Il terzo pilastro del Messaggio è l’amore. Lei ha sottolineato che questo sentimento ha tre dimensioni, ma ce n’è una più “accessibile” delle altre. Quale?
“L’amore si rivolge a Dio, al prossimo e a se stessi. Ho imparato da questo messaggio che mentre l’amore di Dio resta un mistero e l’amore verso se stessi non è sempre facile, l’amore del prossimo è “qui vicino”. È la dimensione più immediata: bisogna solo saper riconoscere l’occasione possibile, l’opportunità, e rispondere”.
Oggi il mondo è segnato da grandi tragedie globali che possono lasciarci impotenti. Come possiamo restare umani senza sentirci sopraffatti?
“È essenziale avere uno sguardo sull’intero panorama, ma senza perdersi in esso. Se guardiamo solo all’enormità del quadro generale, rischiamo di paralizzarci dicendo: “È impossibile, è troppo grande per me”. Dobbiamo certamente apprezzare la complessità di drammi enormi, come ad esempio il mistero della guerra, ma senza smarrire la nostra capacità di azione”.

Dunque, qual è il segreto per farsi “prossimi” oggi?
“La nostra risposta deve essere rivolta a chi ci è vicino e ha bisogno di noi in questo preciso momento. La chiave è agire nel concreto, nelle piccole realtà quotidiane, evitando di limitarsi a lamentarsi o a fare speculazioni su ciò che è lontano. La prossimità comincia dalla porta accanto”.

