Il Beato Livatino e la tracce di esemplarità

Il progetto Rai per ricordare il patrono dei magistrati: la testimonianza del regista Michele Placido

Il beato Rosario Livatino. Immagine creata con ChatGtp
Il beato Rosario Livatino verso il riconoscimento come patrono dei magistrati. L’82esima Assemblea generale della Cei ha espresso all’unanimità parere favorevole alla proposta di elevare il “giudice martire” a patrono della magistratura italiana. Riconoscendone “l’esemplarità e l’attualità del messaggio”. La richiesta, approvata dai vescovi riuniti in Vaticano, è stata trasmessa al competente dicastero della Santa Sede per la conferma definitiva. Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 e beatificato nel 2021, è stato indicato dalla Cei come figura capace di unire fede, giustizia e servizio allo Stato. Nel comunicato finale dell’Assemblea è stato richiamato anche l’intervento di Leone XIV, che ha definito il magistrato agrigentino esempio di una legalità vissuta “non come insieme di norme, ma come stile di vita e possibile cammino di santità”. Per i vescovi italiani, la figura di Livatino rappresenta oggi un riferimento particolarmente significativo nel rapporto tra etica pubblica, responsabilità istituzionale e testimonianza cristiana. La scelta testimonia la volontà di impegnarsi nel contrasto alle mafie e alla corruzione. Il Centro Studi Rosario Livatino “saluta con gioia e gratitudine la decisione di elevare il Beato e martire della giustizia e della fede, a Patrono dei magistrati italiani”. E “ringrazia quanti hanno sostenuto la richiesta avanzata ai vescovi italiani, sottoscrivendo l’iniziativa e promuovendone la diffusione”.
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Il Sottosegretario Alfredo Mantovano con Papa Leone XIV

Il riserbo di Livatino

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha partecipato al convegno organizzato a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) dall’Università Vanvitelli. L’evento è stato organizzato in occasione della posa in opera del monumento dedicato al Beato Rosario Livatino. “Molti magistrati che hanno lavorato con lui sono ancora in servizio- ha detto Alfredo Mantovano-. Per Livatino il giudice parla con i suoi provvedimenti e al di fuori di essi non ha nulla da dire. In 12 anni di attività non ha mai rilasciato un’intervista, non ha mai preso parte a un programma televisivo, non si è mai lasciato sfuggire una indiscrezione, una valutazione, un’anticipazione di ciò di cui si occupava. Sarebbe però riduttivo limitare il riserbo di Livatino a una sorta di modalità aereo nel rapporto coi media”.  Aggiunge il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: “Quel riserbo per lui è il riconoscimento di limiti che esistono per tutti. Quindi, esistono anche per la giurisdizione”. Ha aggiunto il rettore Gianfranco Nicoletti: “Un uomo di legge che ha servito lo Stato con rigore, equilibrio e professionalità. La sua grandezza risiedeva non solo nella sua competenza giuridica, ma anche e soprattutto nella sua integrità morale e nella sua profonda fede cristiana. Fonte di ispirazione soprattutto per le nuove generazioni, in grado di infondere lo stesso coraggio, la stessa rettitudine e la stessa dedizione al bene comune che hanno caratterizzato la sua vita”. Domenico Airoma, procuratore a Napoli Nord (sede in cui Airoma era già stato come procuratore aggiunto) e vicepresidente del Centro Studi Livatino, ricorda la profonda fede del giudice beato secondo cui “nessun uomo è luce a sé stesso”. Un modo per ribadire anche la dedizione di Livatino alla giustizia e alla legalità, “intese come un percorso di ricerca della verità sotto lo sguardo di Dio”.
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A sinistra: il Beato Rosario Livatino. Foto © Vatican News. A destra: il procuratore e vicepresidente Centro Studi Livatino Domenico Airoma. Foto © Carlo Lannutti da Imagoeconomica.

Serie tv

Michele Placido, protagonista del 72esimo Taormina Film Festival, ha anticipato  alcuni dettagli della serie di Rai1 dedicata alla vita e all’impegno del magistrato siciliano Rosario Livatino. “Livatino. Il giudice e i suoi assassini” sarà presentata ufficialmente ai palinsesti Rai a inizio luglio ad Ancona. Il principale punto di riferimento di Livatino? “Soprattutto il Vangelo, era un uomo profondamente credente“, spiega il regista. E prosegue: “Non voglio raccontare la storia di un futuro santo. Ma quella di un magistrato che aveva scoperto e applicato una metodologia di contrasto alla mafia in linea con quella di Falcone e Borsellino. E cioè sequestrare i beni, bloccare i conti bancari. Quando fai questo, prima o poi la mafia ti uccide”. Placido spiega anche la scelta di un cast composto interamente da giovani attori siciliani: “Questa è la vera lezione del Neorealismo”. L’unica eccezione sarà “la partecipazione di un volto noto, ma non posso ancora rivelare il nome”. Il progetto Rai ha ricevuto anche la benedizione di Papa Francesco. “Ci teneva moltissimo che questa serie si facesse: voleva un’opera capace di toccare l’intimità delle persone, proprio mentre è in corso il processo di beatificazione“. Placido rivendica poi la tradizione italiana del cinema civile: “Viene da lontano, da registi come Francesco Rosi, Elio Petri, Damiano Damiani. Oggi però manca una generazione capace di realizzare film come ‘Le mani sulla città‘. Nel cinema c’è una sorta di autocensura, i giovani registi per timore scelgono storie rassicuranti”. E allarga lo sguardo alle nuove generazioni: “Hanno paura. Viviamo in un’epoca in cui i leader mondiali non sono credibili e sembra non esserci una reale volontà di pace, né l’intenzione di fermare i conflitti“. Il regista divenuto celebre al grande pubblico interpretando il commissario protagonista de “La piovra” ha citato poi una delle frasi più celebri di Livatino. “Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili“.

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