La figura di Bartolo Longo, terziario domenicano, è quella di un “ri-convertito” la cui santità fu segnata da un forte impegno intellettuale e culturale (come S. Agostino). Oltre alle opere devozionali, scrisse scritti socio-pedagogici per il recupero dei carcerati e dei loro figli. La sua devozione per il Santo Rosario (il cui culmine è il Santuario di Pompei) e per la Vergine Maria non è disgiunta, ma anzi sostiene il suo apostolato culturale e il suo impegno integrale verso le povertà, incarnando l’ideale della fede che agisce per il bene comune. Interris.it ne ha parlato con il domenicano fra Mario Padovano op, che ha studiato molto bene la figura del nuovo Santo.
L’Intervista
Bartolo Longo era terziario domenicano, un laico domenicano. Qual è stato il percorso che lo ha portato a questa santità, e perché è una figura così importante oggi?
“Bartolo Longo è una figura di santità direi ‘antica e sempre nuova’, particolarmente importante per i nostri tempi. È la storia della santificazione di un ‘ri-convertito’. La sua è un’esperienza simile a quella di Sant’Agostino o San Paolo. È simile ad Agostino perché l’aspetto intellettuale della sua conversione fu determinante. Ed è simile a San Paolo perché, prima di abbracciare la Chiesa, tentava di distruggerla componendo scritti avversi alla dottrina cattolica. Fu un’attività di spiccata fisionomia intellettuale”.
Bartolo Longo, come laico domenicano, ha prodotto moltissime opere. Qual è la portata del suo impegno intellettuale e culturale?
“Il suo domenicanesimo era forte. Ha scritto un’enorme quantità di opere: da quelle devozionali fino a quelle apologetiche, come S. Domenico e l’Inquisizione al tribunale della ragione e della storia. Ma cruciali sono i suoi ‘scritti socio-pedagogici’, sviluppati in relazione al recupero e alla riabilitazione dei carcerati e dei figli dei carcerati, ponendosi in polemica con il positivismo di Cesare Lombroso. La pedagogia che proponeva era un’educazione integrale dell’uomo che culmina nell’incontro con Cristo. La sua opera verso le povertà del tempo richiede, e non esclude, l’impegno culturale e intellettuale”.
Il Santuario di Pompei e la devozione al Santo Rosario sono il cuore della sua missione. Come si lega questa devozione popolare al suo profondo impegno intellettuale e sociale?
“La devozione alla Vergine Maria e al Santo Rosario è indissolubilmente legata al suo impegno integrale verso le povertà. Il Santuario di Pompei stesso è il coronamento di tutte le sue attività. Esso testimonia che Maria, che San Giovanni Paolo II chiamava ‘la mensa intellettuale della fede’, non solo non si oppone all’apostolato culturale e pedagogico, ma lo suscita e lo sostiene. La sua vita è una testimonianza che vita e pensiero, contemplazione e azione, verità e amore, non sono cose né contrapposte né giustapposte. Il Rosario è una vera e propria scuola di apprendimento e meditazione, non è affatto una pratica superficiale o bigotta, ma ha risvolti concreti per la nostra vita e per la società”.
In sintesi, potremmo dire che Bartolo Longo incarna perfettamente il motto domenicano, quello dell’”Ufficio del Verbo”?
“Assolutamente. Come laico domenicano, il suo rapporto con l’Ordine è come quello di una parte con il tutto: il tutto si riflette nella parte. Egli ha preso su di sé l'”Ufficio del Verbo” – ovvero l’ufficio della verità che salva, che redime, che riabilita – e questo è evidente nel suo apostolato verso i figli dei carcerati. Come diceva Santa Caterina da Siena di San Domenico, anche Bartolo Longo è stato ‘un lume donato al mondo per mezzo di Maria’. La sua vita ci insegna che non si deve mai dissociare la devozione alla Madre di Dio da una seria e profonda partecipazione dottrinale e culturale.

