La terza età non è un tempo di attesa passiva o un cammino verso il vuoto, ma il vero e proprio “fine” dell’esistenza, da vivere con letizia e come risorsa attiva per le nuove generazioni. A margine di una recente giornata di studi dedicata alla cura della terza età, organizzata dal dicastero per i laici, famiglia e vita, suor Antonella Meneghetti, docente alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium di Roma, conferma larinnovata attenzione ecclesiale e sociale verso gli anziani, partendo anzitutto dalla propria testimonianza personale. In un’epoca in cui le famiglie e le parrocchie rischiano di isolare o strumentalizzare i più anziani, relegandoli ai margini delle periferie o riducendoli a semplici ammortizzatori sociali, la religiosa lancia a Interris.it un appello per un cambio radicale di prospettiva. La vecchiaia, spiega nell’intervista, richiede un “ministero della consolazione” che solo chi ha già vissuto la vita sulla propria pelle può esercitare.
L’intervista
Suor Antonella, che cosa significa oggi, concretamente, fare “pastorale degli anziani”?
“Significa rendersi conto che è necessaria un’attenzione molto maggiore. E parlo in prima persona, perché sono una persona anziana. Tutti i giorni mi vado convincendo sempre di più di questa urgenza. Non dobbiamo fare l’errore di dare le cose per scontate: gli anziani sono la grande maggioranza dentro le nostre chiese, è vero, ma non è automatico che “anziano” voglia dire saper pregare o essere aperti al futuro che ci aspetta, oramai con il piede sulla soglia. È necessario imparare gradualmente ad avvicinarsi senza paura, con naturalezza, semplicità e persino con letizia al mistero che ci attende. I pastori, ma anche i laici tra di loro, devono accostarsi a questo momento per aiutare a vivere il passaggio con serenità”.
Spesso la società associa la vecchiaia esclusivamente all’idea del tramonto, della fine. Lei però usa una parola diversa…
“Sì, perché questo momento è il fine della vita, non la fine. E non dobbiamo pensare solo alla morte. Essere anziani significa anche avere un compito attivo: aiutare gli altri, fare spazio, sorreggere chi fa fatica attraverso il “ministero della consolazione”. È un ministero che ci appartiene di diritto, perché certe realtà le abbiamo vissute sulla nostra pelle. E poi significa saper sorridere bonariamente dell’intemperanza dei giovani, far loro coraggio, stare al loro fianco e mostrare che questo momento della vita si può affrontare con assoluta normalità. Questo è il senso profondo del nostro cammino”.
Lei ha citato i giovani. Già il compianto papa Francesco parlava spesso dell’anziano come di un “ponte” di trasmissione tra le generazioni. Eppure, nel percorso finale, molti anziani si sentono sfiduciati, inutili o, al contrario, “sfruttati” dalle famiglie come ammortizzatori sociali. Come si spezza questo circolo vizioso?
“Gli anziani sono una risorsa immensa per i figli – perché si resta figli anche quando si diventa genitori – e per i nipoti. Certo, creare legami tra generazioni distanti non è facile. Spesso noi anziani non sappiamo interpretare i giovani, facciamo fatica a capirli e ad accettarli così come sono. Credo che la chiave sia avere una ‘sovrabbondanza d’amore’ nei loro confronti e nei confronti dei figli. Parlo per esperienza diretta, guardando alla mia famiglia, ai miei nipoti e pronipoti: se c’è questa sovrabbondanza d’amore si riesce ad andare oltre i limiti e oltre le difficoltà. Solo così si diventa davvero quel trait d’union, quel legame vivo tra le generazioni”.
Guardiamo al territorio, alle parrocchie e alle periferie, dove le famiglie – prese da mille impegni quotidiani – rischiano a volte di abbandonare i propri vecchi. Come si può sostenerli ed evitare l’isolamento?
“Nelle parrocchie, per quel poco che conosco, esistono già parecchie iniziative: penso ai luoghi per il tempo libero, ai giochi, ai pellegrinaggi, ad attività pensate per le varie categorie di anziani, perché non siamo tutti uguali. Questo va bene, ma non basta. Il lavoro più grande che le parrocchie e le famiglie devono fare insieme è un altro: aiutarci a riscoprire che questa dimensione della vita è il futuro, è il “di più” che ci attende. Il passaggio finale non è un salto nel vuoto o nel nulla che deve terrorizzarci. È la bellezza di quello che ci aspetta. Ed è questo che la pastorale deve aiutarci a intravedere”.

