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Ambiente e sviluppo, Emmi (Cesvi): “Servono risposte urgenti con uno sguardo lungo”

L’attuale modello di sviluppo non è più sostenibile, lo dimostrano per esempio l’aumento delle disuguaglianze come il numero di persone malnutrite nel mondo o ancora gli effetti del cambiamento climatico, ma i grandi della Terra all’ultima Conferenza sul clima, quella che si è tenuta in Egitto, non hanno fatto registrare particolari progressi sul versante dell’impegno per l’abbattimento delle emissioni. Queste ultime sono infatti aumentate, tra il 2020 e il 2021, del 5%, in base ai dati preliminari forniti dagli Stati  membri all’Agenzia europea dell’ambiente, mentre le persone che soffrono di malnutrizione sono salite di 46 milioni arrivando a 828 a livello mondiale, secondo l’Indice globale della fame. Uno dei principali rapporti internazionali sulla misurazione della fame nel mondo, curato da Cesvi per l’edizione italiana, riporta inoltre che rispetto al 2014 la fame è salita in 20 Paesi in diverse aree del pianeta e secondo i punteggi e le designazioni provvisorie del 2022, la fame rientra nella categoria “allarmante” in nove Paesi, di cui quattro classificati come tali nonostante non ci siano dati sufficienti per calcolarne i punteggi. “Nell’Indice globale della fame presentato quest’anno il tema della governance locale è centrale. Dobbiamo permettere alle comunità locali di prendere decisioni”, dice a Interris.it Valeria Emmi, networking and advocacy senior specialist di Cesvi, nell’intervista che segue.

L’intervista

Quando lo sviluppo può definirsi sostenibile sotto il profilo ambientale?

“L’attuale sviluppo non è sostenibile e ce lo indica una serie di elementi. Il primo elemento è la riduzione delle emissioni di carbonio, quando l’impatto delle emissioni degli Stati industrializzati avanzati sarà azzerato allora avremo uno sviluppo davvero sostenibile. E’ stato posto il limite di mantenere l’aumento delle temperature entro gli 1,5 gradi centigradi rispetto all’era pre-industriale, ma i dati sono allarmanti e difficilmente riusciremo a raggiungere questo obiettivo. Il secondo elemento è il recupero delle perdite e dei danni (meccanismo loss and damage) dei Paesi che a seguito degli effetti del cambiamento climatico dovuti alle emissioni di quelli più industrializzati hanno subito perdite e danni economici. Stiamo inoltre registrando un fortissimo aumento della fame a livello mondiale, che oggi colpisce 828 milioni di persone, anch’esso un problema dovuto anche agli effetti dei cambiamenti climatici: ci sono luoghi del mondo che soffrono di inondazioni improvvise, come il Pakistan; altri la siccità, vedi il rischio carestia nel Corno d’Africa dove 2,1 milioni di somali sono in situazione di emergenza alimentare ed entro fine anno potrebbero salire di altre 213mila unità. Oggi l’interconnessione globale delle crisi fa sì che gli effetti di ogni decisione ha un impatto anche altrove, per cui questi problemi vanno affrontati dando risposte urgenti che abbiano al tempo stesso uno sguardo di lungo periodo”.

In quali parti del mondo opera Cesvi con i suoi progetti sulla tutela dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile e come si rapporta con le popolazioni locali?

“Cesvi opera in 21 Paesi tra Africa, Asia e America Latina utilizzando un approccio multisettoriale integrato per mette le popolazioni locali in grado di partecipare alle decisioni che hanno impatto sulla loro vita. Si va ad agire sulle cause profonde della povertà e si lavora sui sistemi alimentari insieme con le comunità locali, adattando le coltivazioni ai cambiamenti climatici. Cesvi lavora poi sugli aspetti sanitari, come l’accesso a una quantità di cibo sufficiente e quantitativamente adeguato. Tra le esperienze degne di nota ci sono quella della salvaguardia del territorio in Zimbabwe, dove grazie alla tecnologia abbiamo rimesso in produzione un aranceto e recuperato biodiversità, coinvolgendo in questo processo la comunità locale”.

Intervenite molto nelle zone transfrontaliere, perché?

“Andiamo nei territori di confine perché le popolazioni si spostano e a volte le migrazioni sono forzate dalle guerre, dagli eventi meteorologici estremi, dalla ricerca di condizioni di vita più umane. Cesvi si occupa della cura e dello sviluppo delle persone e delle comunità nel loro insieme, che devono essere in grado di portare avanti i loro piani di vita e di sviluppo attraverso le conoscenze locali”.

Il recupero delle conoscenze delle popolazioni native può essere uno strumento utile al contrasto della fame?

“E’ uno strumento fondamentale. Cesvi cerca di promuovere l’agricoltura di piccola scala e l’agricoltura locale recuperando biodiversità che si adatta al cambiamento climatico. Vengono utilizzate per questo delle sementi riadattate per essere in grado di adeguarsi ai cambiamenti, recuperando anche le conoscenze locali. I sistemi alimentari che sono stati creati a livello globale, in cui produciamo e consumiamo tutto dappertutto, hanno dato vita a un circolo vizioso da cui scaturiscono povertà e maggiori effetti sul cambiamento climatico. Il lavoro da fare è recuperare i saperi tradizionali e rimettere al centro i piccoli agricoltori, in modo da poter sfamare le persone e trasformare i nostri sistemi alimentari per avere una produzione che risponda alle necessità organiche del terreno e delle popolazioni. Nell’Indice globale della fame presentato quest’anno, la governance locale è centrale. Dobbiamo permettere alle comunità locali di prendere decisioni”.

Quali passi avanti sono stati fatti a Cop27 e quali sono gli obiettivi ancora da raggiungere?

“Avevamo molte aspettative su questa Conferenza, ma è stata poco audace dal punto di vista decisionale ed è stato procrastinato un po’ tutto. Un passo avanti è stata l’approvazione del fondo perdite e danni, dopo che se n’è parlato per anni, ma non vediamo ancora un impegno effettivo ed efficace. Per la prima volta si è parlato di come i sistemi alimentari, la produzione e il commercio di cibo impattano sul cambiamento climatico, è un avanzamento ma questa attenzione non è stata traslata in decisioni concrete sulla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico né un adattamento di quelle misure che richiedono non solo impegni ma anche risorse”.

Lorenzo Cipolla

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