4 anni di talebani al potere, Afghanistan al collasso

"Un Paese impoverito che paga le conseguenze di un ininterrotto stato di guerra e che è ormai privo di sistema sanitario", avverte Emergency

Sos Afghanistan. A quattro anni dall’abbandono delle forze internazionali e dalla presa dei talebani, l’Afghanistan è un Paese impoverito che paga le conseguenze di 40 anni di guerre, con un sistema sanitario al collasso. Riferisce Emergency: “In questi quattro anni il Paese ha visto l’inasprirsi di una crisi economica profonda. L’impoverimento della popolazione tra la disoccupazione e il divieto di lavorare per le donne in quasi tutti i settori tranne quello sanitario. Il collasso del sistema salute, definanziato e depotenziato – avverta la ong- Una situazione che non è destinata a migliorare alla luce del non riconoscimento internazionale dell’autorità de facto, della scelta nel corso del 2025 da parte dall’amministrazione Trump di tagliare i fondi all’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (Usaid), e del crescente disinteresse della comunità internazionale”.
KABUL
Foto di Amber Clay da Pixabay

 Report Afghanistan

 Nel suo ultimo report sull’accesso alle cure d’urgenza in Afghanistan Emergency ha denunciato ancora una volta il legame diretto tra collasso economico e peggioramento delle condizioni sanitarie. Oltre il 70% della popolazione non ha accesso a cure gratuite o sostenibili. Tre afghani su cinque non possono pagare le cure e per ottenerle spesso si indebitano chiedendo denaro in prestito o vendendo i propri beni. Un afgano su quattro invece deve posticipare o annullare un intervento chirurgico perché non può pagarlo. Le mine lasciate dai conflitti continuano a mietere vittime. “Le nuove generazioni sono la nostra unica speranza concreta. Vogliamo continuare a formare giovani uomini e donne capaci di prendersi cura del proprio Paese. Per fare ciò è fondamentale che tutti, donne comprese, possano tornare ad avere il proprio spazio nella società, e che la comunità internazionale non abbandoni l’Afghanistan, né definanziandolo né silenziandolo“.
Kabul
Foto: Fondazione Pangea ETS

Allarme infanzia

Secondo un’analisi di Save the Children, in media ogni 30 secondi circa, un bambino torna in Afghanistan dall’Iran o dal Pakistan, in un momento in cui quasi metà della popolazione afghana ha bisogno di assistenza umanitaria. L’organizzazione da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini e le bambine a rischio e garantire loro un futuro. Quattro anni dopo che il ritorno al potere dei talebani ha innescato un esodo di massa di afghani verso i paesi confinanti, infatti, l’Afghanistan, è alle prese con una nuova crisi migratoria, evidenzia Save the Children. Secondo i dati, quest’anno oltre 800.000 bambini sono entrati in Afghanistan dal Pakistan e soprattutto dall’Iran che segna la media di circa tre bambini su quattro tornati dal Paese. Un dato che registra il doppio di ingressi rispetto allo scorso anno, quando entrambi i Paesi avevano fissato scadenze per l’espatrio di migranti e rifugiati irregolari. La maggior parte dei bambini entra in Afghanistan portando con sé solo ciò che può trasportare e migliaia di loro sono senza genitori o tutori. Molti sono stranieri in patria, nati nei Paesi confinanti o che hanno trascorso anni come rifugiati o migranti. Save the Children ha visto larghi gruppi di famiglie vivere in parchi e spazi aperti nelle principali città dell’Afghanistan.
Afghanistan
Foto di Sohaib Ghyasi su Unsplash

Onu-Afghanistan

I talebani hanno respinto l’ultimo rapporto della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) che denuncia i maltrattamenti subiti dagli afghani deportati dall’Iran e dal Pakistan, definendo le accuse “parziali” e “prive di prove”. Il portavoce del ministero degli Esteri talebano, Hafiz Zia Ahmad Takel, ha spiegato su X che e’ stata aperta un’indagine “di alto livello”, ordinata dall’ufficio del primo ministro e guidata da una commissione interministeriale. Takel ha messo in discussione la metodologia del rapporto, basato su 49 interviste, e ha criticato l’uso di termini “politicizzati” che, a suo dire, minano la neutralità del documento. Ha affermato che l’UNAMA generalizza basandosi su casi isolati e omette le esperienze positive dei rimpatriati che vivono in condizioni “sicure e dignitose”.
Foto di Lara Jameson: https://www.pexels.com/it-it/foto/emirati-arabi-uniti-pakistan-mappa-del-mondo-afghanistan-8828624/

Transito

 Un bambino di 12 anni è stato costretto a lasciare il Pakistan e trasferirsi in Afghanistan con i suoi nove fratelli e sorelle. Save the Children sta supportando la famiglia in un centro di transito. ”Ero alla madrasa (una scuola religiosa) quando mio padre è entrato di corsa e ci ha detto che dovevamo andarcene – ha raccontato – Abbiamo fatto velocemente i bagagli e siamo saliti su un grosso camion con altri. Faceva caldo. Non avevamo né cibo né acqua. Voglio che troviamo una casa, andiamo a scuola e torniamo a vivere una bella vita. Voglio sentirmi al sicuro e fare qualcosa per me stesso”. Il padre ha raccontato a Save the Children che la famiglia ha lasciato il Pakistan ”con le mani vuote e il cuore spezzato” e che attualmente non ha una casa, un lavoro o alcun espediente per sostentare la sua famiglia. ‘‘Noi afghani siamo sempre in movimento – ha detto – Ma non volevo questa vita per i miei figli. Abbiamo perso la nostra casa, i nostri libri, persino le foto di famiglia. Abbiamo preso solo ciò che potevamo portare con noi, soprattutto vestiti e documenti importanti. Il resto, abbiamo dovuto lasciarlo. È stato come fuggire da un incendio”. Anche prima di questa ondata rientri, in Afghanistan quasi metà della popolazione necessitava di assistenza umanitaria e un bambino su cinque stava affrontando livelli di fame critici. Allo stesso tempo, l’Afghanistan sta anche affrontando massicci sfollamenti interni e molti bambini sono costretti ad abbandonare le proprie case a causa di eventi climatici estremi. La grave siccità nelle province settentrionali del Paese sta causando l’inaridimento dei raccolti e la diminuzione delle riserve idriche per le persone e il loro bestiame.
Infanzia@Save the Children

Rientri

 ”L’entità e il ritmo dei rientri in Afghanistan in questo momento sono senza precedenti – ha dichiarato Samira Sayed Rahman, direttrice advocacy di Save the Children in Afghanistan – Siamo sull’orlo di una crisi umanitaria su vasta scala, come non ne abbiamo mai viste prima. Circa ogni 30 secondi, un bambino torna o è stato costretto a tornare nel Paese. Questo equivale a circa un’aula piena di bambini ogni 15 minuti. Molti di loro sono esausti, terrorizzati e timorosi su come riusciranno a sopravvivere in un Paese che da quattro anni a questa parte, deve già affrontare fame e povertà profonde. Migliaia di bambini stanno tornando soli, senza famiglia o accesso ai servizi di base. Le ricadute dei massicci tagli agli aiuti di quest’anno, hanno lasciato le squadre umanitarie sopraffatte dall’enorme quantità di richieste. Questa è una crisi gravemente carente di risorse, sottofinanziata e trascurata. E saranno i bambini a pagare il prezzo più alto”. Con la crescente pressione sulle risorse dovuta ai tagli agli aiuti di quest’anno, infatti, l’Afghanistan si trova ad affrontare sfide sempre più complesse per fornire servizi essenziali, in particolare per le popolazioni vulnerabili come i rimpatriati, le comunità ospitanti e i bambini.
UFFICIO IMAGOECONOMICA

Appello

Save the Children invita i Paesi della regione a garantire che i rimpatri in Afghanistan siano volontari, sicuri e dignitosi. Costringere o esercitare pressioni sui bambini per farli tornare, soprattutto su quelli senza tutori, può aumentare il rischio di sfruttamento, abusi e abbandono. L’organizzazione chiede inoltre alla comunità internazionale di aumentare urgentemente i finanziamenti per soddisfare sia le necessità di base all’arrivo al confine, sia per fornire assistenza a lungo termine per aiutare i rimpatriati a stabilirsi in Afghanistan. Da marzo, Save the Children in Afghanistan ha supportato oltre 150.000 bambini rientrati in Afghanistan. La risposta di Save the Children si sta ampliando per includere una clinica per la salute e la nutrizione e un’assistenza economica multifunzionale al confine, servizi di protezione dell’infanzia presso il centro di transito e servizi sanitari nelle aree di rientro a Hera.
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