Comitato 3 ottobre: “Perché non possiamo dimenticare i morti di Lampedusa”

Oggi si celebra la "Giornata della Memoria e dell’Accoglienza” a 8 anni dal naufragio dinanzi le coste dell’isola siciliana nel quale persero la vita 368 migranti

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Il 3 ottobre 2013, in un naufragio a poche miglia dal porto di Lampedusa, persero la vita 368 migranti. I superstiti furono 155, di cui 41 minori. Il 16 marzo 2016 il Senato italiano ha approvato la proposta di legge del “Comitato 3 Ottobre” per l’istituzione della “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza” per tutte le vittime dell’immigrazione.

Il naufragio di Lampedusa

L’imbarcazione, un peschereccio lungo circa 20 metri, era salpato dal porto libico di Misurata il 1º ottobre 2013 con a bordo migranti di origine eritrea ed etiope.

La barca era giunta a circa mezzo miglio dalle coste lampedusane quando i motori si bloccarono per un guasto poco lontano dall’Isola dei Conigli. Per attirare l’attenzione delle navi che passavano, l’assistente del capitano iniziò ad agitare uno straccio infuocato.

Il fuoco e il fumo però spaventarono una parte dei passeggeri che si spostarono improvvisamente da un lato dell’imbarcazione stracolma, provocandone il rovesciamento. La barca girò su sé stessa tre volte prima di colare a picco, portandosi in fondo al mare circa 380 persone, 20 delle quali mai recuperate.

Il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre è una delle più gravi catastrofi marittime nel Mediterraneo dall’inizio del XXI secolo. Ma non fu purtroppo l’ultimo: da quel 2013 oltre 22mila migranti hanno perso la vita nel tentare la traversata del Mar Mediterraneo, in un viaggio della speranza che però si è trasformato in tragedia.

La visita di Papa Francesco a Lampedusa

La simile tragedia non poteva lasciare in silenzio la Chiesa, sempre pronta a soccorrere gli ultimi. “Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”, disse Papa Francesco durante la storica visita del Pontefice a Lampedusa, avvenuta l’8 luglio del 2013. Con lui, a presidere la messa nello stadio di fronte al mare, c’erano l’arcivescovo di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro e il parroco dell’Isola, don Stefano Nastasi. Per scuotere le coscienze e per dire “No” alla “globalizzazione dell’indifferenza”, Francesco lanciò in mare una corona di fiori bianchi e gialli in onore delle vittime. “Preghiamo per avere un cuore che abbracci gli immigrati. Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato i più bisognosi”, aveva concluso il Papa.

Sono molteplici le iniziative umanitari sorte dopo e in risposta al naufragio di Lampedusa. Tra le più significative, ci fu la creazione del Comitato 3 Ottobre che propose in senato l’istituzione della Giornata della Memoria e dell’Accoglienza.

Scappare per sopravvivere

Oggi, a 8 anni alla tragedia – ha intervistato il fondatore e direttore nazionale del Comitato 3 Ottobre, il dottor Tareke Brhane. Di origini eritree, Brhane è fuggito dal proprio Paese a 17 anni, per evitare la coscrizione a vita, andando incontro a violenze, prigionia e rischiando di morire. È arrivato in Italia nel 2005, dopo essere stato respinto al primo tentativo di attraversare il Mediterraneo. Da allora si è sempre impegnato a favore di chi, come lui, è stato costretto a rischiare la vita per sfuggire a situazioni drammatiche e a cercare protezione in Europa. In particolare, ha lavorato come mediatore culturale a Lampedusa e nell’Italia meridionale per Save the Children e Medici Senza Frontiere. Nel 2014, durante il XIV Summit dei Premi Nobel per la Pace, ha ricevuto la Medaglia per l’Attivismo Sociale.

L’intervista a Tareke Brhane, fondatore del Comitato 3 ottobre

Dottor Brhane, perché ha fondato il “comitato 3 ottobre” e qual è la vostra mission?
“Il comitato nasce a seguito del naufragio del 3 ottobre 2013, quando 368 persone persero la vita naufragando ad 800 metri dalla costa di Lampedusa. Il nostro obiettivo è anzitutto ricordare le vittime, evitare che siano dimenticate, insieme alle oltre 22mila che sono morte da quel giorno ad oggi. Fare memoria di quelle vite perse è un dovere verso la società e verso i loro parenti. Da questo nasce poi il nostro impegno con le scuole: oltre 50 mila studenti che abbiamo incontrato e a cui abbiamo fatto ascoltare le storie di chi è sopravvissuto e dei loro familiari. Sensibilizzare le nuove generazioni è lo strumento che abbiamo scelto per cambiare il punto di vista dell’opinione pubblica e delle istituzione verso questo tema”.

Perché avete proposto al Senato e qual è l’importanza di aver istituito la “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza”?
“Aver istituito il 3 ottobre quale Giornata della Memoria e dell’Accoglienza per tutte le vittime dell’immigrazione ha da una parte un valor simbolico. Quello di ricordare le 368 persone che persero la vita nel naufragio del 3 ottobre 2013 ed è una data che deve servire a tutti da monito. Ci deve ricordare come il salvataggio di vita umane debba sempre restare la priorità numero uno. Il riconoscimento ufficiale della giornata è importante perché certifica che lo Stato sa di queste vittime, non può dimenticarle”.

Quali iniziative svolgete quest’anno per l’ottavo anniversario?
“In occasione della ottava “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza”, abbiamo avviato il progetto ‘SIAMO SULLA STESSA BARCA’ ha portato sull’isola, dal 30 settembre al 3 ottobre, studenti provenienti da tutta Europa insieme ai superstiti e ai familiari delle vittime dei naufragi del Mediterraneo. Il progetto SIAMO SULLA STESSA BARCA si inserisce nel Progetto Fami ‘Porte d’Europa 2020/2021’ e vede coinvolti il Comitato 3 Ottobre insieme all’Istituto Omnicomprensivo L. Pirandello di Lampedusa e al capofila C.P.I.A. di Agrigento. Le giornate sono realizzate in collaborazione con il Comune di Lampedusa e Linosa. Il progetto è finalizzato a rafforzare la consapevolezza e la conoscenza dei giovani in età formativa sui temi del fenomeno migratorio, dell’interdipendenza globale e dei diritti umani, dell’integrazione culturale e dell’accoglienza dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo. L’obiettivo è quello di promuovere nelle giovani generazioni europee occasioni di apprendimento – nella prospettiva dell’educazione interculturale – per favorire una cultura dell’accoglienza e della solidarietà al fine di contrastare intolleranza, razzismo e discriminazione e favorire processi d’ inclusione e inserimento sociale dei migranti. Quest’anno, inoltre, il progetto #siamosullastessabarca ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la Medaglia del Presidente della Repubblica”.

Come è cambiata la politica italiana dopo quel 3 ottobre 2013?
“Quel drammatico naufragio provocò dolore e indignazione e mobilitò una risposta di ricerca e soccorso in mare senza precedenti che nel corso degli anni si è però nettamente indebolita. Dal 3 ottobre 2013 hanno perso la vita nel Mediterraneo oltre 22.000 persone. La spinta del grido ‘mai più’ di quei giorni non ha però portato a politiche concrete di soccorso in mare, per questo il nostro ruolo resta oggi fondamentale. La politica italiana ed europea dopo il 3 ottobre ha attraversato fasi diverse, più o meno attente alla necessità di organizzare un sistema stabile di soccorso, ma non ha mai davvero deciso di affrontare il problema alla radice. Non ha mai avuto il coraggio di accettare che le vite in mare si salvano solo organizzando corridoi umanitari ed istituendo un’unità di soccorso e salvataggio permanente”.

La tragedia di Lampedusa ha modificato la sensibilità dell’opinione pubblica sul tema migratorio? Perché?
“Da allora l’opinione pubblica ha preso coscienza che in mare si muore. Oggi nessuno può dire di non sapere che donne, uomini e bambini ogni giorno muoiono davanti alle nostre coste. Il fatto che il tema dell’immigrazione sia da anni utilizzato da più parti politiche come strumento di propaganda ha però avvelenato il dibattito, estremizzato le posizioni e creato fazioni che non si parlano. Il nostro lavoro vuole affrontare anche questa problematica: ricostruire un dibattito civile sul tema migratorio, ascoltare chi ha dubbi o paure, cercare di spiegare e avvicinare le posizioni. Sappiamo per certo che anche i più avversi quando sentono i racconti di chi è sopravvissuto capiscono perché salvare vite in mare è un dovere, a prescindere da tutto”.

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