“Il vescovo non crea l’unità rendendo tutti uguali; egli custodisce l’unità che permette a persone diverse e a doni diversi di servire un unico Vangelo”, dice all’agenzia missionaria Fides monsignor Fortunatus Nwachukwu. Il segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione ha incontrato i neo-ordinati presenti al corso di formazione organizzato a Roma dal Dicastero missionario. La comunione, aggiunge l’arcivescovo nigeriano, “non può rimanere una bella parola nelle lettere pastorali del vescovo. Deve essere un criterio di governo”. Infatti “ogni vescovo non è il vescovo di un gruppo o di un altro; è vescovo di tutti”. Citando Leone XIV, monsignor Nwachukwu sottoimea che il vescovo è il “principio visibile di unità” nella Chiesa particolare. Ed è chiamato a costruire la comunione all’interno della comunità diocesana e con la Chiesa universale, promuovendo al contempo la varietà dei doni e dei ministeri affidati alla Chiesa. Secondo l’arcivescovo Nwachukwu, questo criterio deve guidare il discernimento dei candidati, la nomina dei sacerdoti, la formazione dei seminaristi, la distribuzione delle responsabilità, l’uso delle risorse. Oltreché la gestione dei conflitti e l’accoglienza riservata a chi proviene da altrove. Ogni decisione episcopale dovrebbe essere in grado di rispondere a una domanda fondamentale. Se rafforza la comunione e la missione della Chiesa o si limita a proteggere una cerchia esistente di familiarità e influenza.

Vescovo di tutti
Centrale il rapporto tra comunione e cultura. Al riguardo l’arcivescovo Nwachukwu evidenzia che la diversità in sé è un dono mentre l’esclusione distorce tale dono. Sebbene l’Incarnazione dia ai cristiani la fiducia necessaria per riconoscere il ruolo della cultura, l’inculturazione raggiunge la maturità solo quando la cultura “si lascia purificare, trasformare e aprire” dal Vangelo. Infatti “una cultura evangelizzata da Cristo diventa capace di dare e ricevere“, puntualizza l’arcivescovo Nwachukwu: “Non ha bisogno di erigere muri per rimanere se stessa”. L’arcivescovo descrive il tribalismo, il sistema delle caste, il razzismo e il regionalismo esclusivo come forme distinte di esclusione derivanti dalla stessa tentazione. Ovvero rendere una particolare identità (tribù, casta, razza, regione, lingua, famiglia o posizione sociale) più determinante dell’identità cristiana comune radicata nell’appartenenza a Cristo. L’attaccamento alla propria comunità non è di per sé il problema. La distorsione inizia quando la solidarietà diventa una preferenza sistematica: “Ogni vescovo non è il vescovo di un gruppo o di un altro; è vescovo di tutti“.

