Te Deum, il Papa: “Senza giovani non c’è futuro”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 19:27

“Guardare il presepe ci sfida ad aiutare i nostri giovani perché non si lascino disilludere davanti alle nostre immaturità, e stimolarli affinché siano capaci di sognare e di lottare per i loro sogni. Capaci di crescere e diventare padri e madri del nostro popolo“. Papa Francesco presiede in San Pietro i primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Nell’ultima celebrazione dell’anno civile, prima del canto del tradizionale “Te Deum”, tra gli inni più antichi della Chiesa, Bergoglio invita ancora una volta a contemplare il presepe, dove “un bambino in fasce ci mostra la potenza di Dio che interpella come dono, come offerta, come fermento e opportunità per creare una cultura dell’incontro”.

Il progetto di Dio: farci vivere come figli

Nel giorno in cui la Chiesa celebra l’Ottava di Natale, Papa Francesco, partendo dalle parole dell’apostolo Paolo suggerite dalla liturgia odierna, spiega il “progetto che Dio ha per noi: che viviamo come figli. Tutta la storia della salvezza trova eco” nella lettera ai Galati: “Colui che non era soggetto alla legge decise – sottolinea il Papa -, per amore, di perdere ogni tipo di privilegio (privus legis) ed entrare attraverso il luogo meno atteso per liberare noi che, sì, eravamo sotto la legge”. Stupisce il modo in cui Dio scegli di farlo: “nella piccolezza e nella fragilità di un neonato“.

Decise di avvicinarsi personalmente e nella sua carne abbracciare la nostra carne, nella sua debolezza abbracciare la nostra debolezza, nella sua piccolezza coprire la nostra. In Cristo Dio non si è mascherato da uomo – prosegue -, si è fatto uomo e ha condiviso in tutto la nostra condizione. Lungi dall’essere chiuso in uno stato di idea o di essenza astratta, ha voluto essere vicino a tutti quelli che si sentono perduti, mortificati, feriti, scoraggiati, sconsolati e intimiditi”. Col Natale, Dio si fa “vicino a tutti quelli che nella loro carne portano il peso della lontananza e della solitudine, affinché il peccato, lo sconforto, l’esclusione non abbiano l’ultima parola nella vita dei suoi figli“.

La logica divina

Ripetendo l’invito fatto la notte di Natale, Bergoglio invita nuovamente a contemplare il presepe, poiché nell’osservare quel neonato possiamo “fare nostra questa logica divina“, che non è “centrata sul privilegio, sulle concessioni, sui favoritismi”, ma, al contrario, “si tratta della logica dell’incontro, della vicinanza e della prossimità”. “Il presepe – aggiunge il Pontefice – ci invita ad abbandonare la logica delle eccezioni per gli uni ed esclusioni per gli altri”.

E’ Dio stesso che viene a “rompere la catena del privilegio che genera sempre esclusione, per inaugurare la carezza della compassione che genera l’inclusione, che fa splendere in ogni persona la dignità per la quale è stata creata“. A farlo è “un bambino in fasce” che “mostra la potenza di Dio, che interpella come dono, come offerta, come fermento e opportunità per creare una cultura dell’incontro“.

Dinanzi a questo “non possiamo permetterci di essere ingenui. Sappiamo che da varie parti siamo tentati di vivere in questa logica del privilegio che ci separa-separando, che ci esclude-escludendo, che ci rinchiude-rinchiudendo i sogni e la vita di tanti nostri fratelli”. Davanti a quella stalla, prosegue il Pontefice, “vogliamo ammettere di avere bisogno che il Signore ci illumini, perché non sono poche le volte in cui sembriamo miopi o rimaniamo prigionieri di un atteggiamento marcatamente integrazionista di chi vuole per forza far entrare gli altri nei propri schemi”. Ciascuno ha “bisogno di questa luce, che nasce dall’umile e coraggiosa consapevolezza di chi trova la forza, ogni volta, di rialzarsi e ricominciare”, facendoci “imparare dai nostri stessi errori e tentativi al fine di migliorarci e superarci”.

Il ringraziamento non è sterile nostalgia

Al termine dell’anno civile, il nostro sostare dinanzi al presepe sia anche un momento per “ringraziare di tutti i segni della generosità divina nella nostra vita e nella nostra storia, che si è manifestata in mille modi nella testimonianza di tanti volti che anonimamente hanno saputo rischiare”. Quindi, una precisazione: “Ringraziamento non vuole essere nostalgia sterile o vano ricordo del passato idealizzato e disincarnato – sottolinea Bergoglio -, bensì memoria viva che aiuti a suscitare la creatività personale e comunitaria perché sappiamo che Dio è con noi”.

La sfida del presepe: rinunciare alla cultura dello scarto

Nel vedere il Dio bambino adagiato sulla paglia, contempliamo anche “come Dio si è fatto presente durante tutto questo anno e così ricordarci che ogni tempo, ogni momento è portatore di grazia e di benedizione”. Ma dal presepe arriva anche una sfida, quella di “non dare nulla e nessuno per perduto”. In quest’ottica, guardare la stalla di Betlemme “significa trovare la forza di prendere il nostro posto nella storia senza lamentarci e amareggiarci, senza chiuderci o evadere, senza cercare scorciatoie che ci privilegino”. Ma allo stesso tempo, aggiunge il Papa, contemplare il presepe “implica sapere che il tempo che ci attende richiede iniziative piene di audacia e di speranza, come pure di rinunciare a vani protagonismi o a lotte interminabili per apparire“.

Il debito della società nei confronti dei giovani

Ma guardare il presepe è anche “scoprire come Dio si coinvolge coinvolgendoci, rendendoci parte della sua opera, invitandoci ad accogliere con coraggio e decisione il futuro che ci sta davanti”. Accanto a Gesù bambino vi sono Maria e Giuseppe, “volti giovani carichi di speranze e di aspirazioni, carichi di domande” ma “che guardano avanti con il compito non facile di aiutare il Dio-Bambino a crescere”. Francesco pone, quindi, l’attenzione sui giovani di oggi: “Non si può parlare di futuro senza contemplare questi volti giovani e assumere la responsabilità che abbiamo verso i nostri giovani; più che responsabilità, la parola giusta è debito, sì, il debito che abbiamo con loro. Parlare di un anno che finisce è sentirci invitati a pensare a come ci stiamo interessando al posto che i giovani hanno nella nostra società“.

Facendo riferimento a quella che più volte ha definito “cultura dello scarto“, Bergoglio afferma che la società ha creato “una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna, ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani”.

Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini – prosegue il Pontefice – che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società. Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro, ma li discriminiamo e li ‘condanniamo’ a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse. Siamo invitati a non essere come il locandiere di Betlemme che davanti alla giovane coppia diceva: qui non c’è posto. Non c’era posto per la vita, per il futuro“.

Senza giovani non c’è futuro

Quindi un appello agli adulti del nostro tempo: “Ci è chiesto di prendere ciascuno il proprio impegno, per poco che possa sembrare, di aiutare i nostri giovani a ritrovare, qui nella loro terra, nella loro patria, orizzonti concreti di un futuro da costruire. Non priviamoci della forza delle loro mani, delle loro menti, delle loro capacità di profetizzare i sogni dei loro anziani. Se vogliamo puntare a un futuro che sia degno di loro, potremo raggiungerlo solo scommettendo su una vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale”.

“Guardare il presepe ci sfida ad aiutare i nostri giovani perché non si lascino disilludere davanti alle nostre immaturità – aggiunge il Pontefice -, e stimolarli affinché siano capaci di sognare e di lottare per i loro sogni. Capaci di crescere e diventare padri e madri del nostro popolo”. Al termine dell’anno ci fa bene, conclude Papa Francesco, “contemplare il Dio-Bambino! È un invito a tornare alle fonti e alle radici della nostra fede. In Gesù la fede si fa speranza, diventa fermento e benedizione”, poiché “Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia”.

Al termine della celebrazione, Bergoglio si è recato in piazza San Pietro, dove ha sostato in preghiera davanti al presepe allestito sotto l’obelisco.

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