Sisci: “Pechino sta osservando le mosse del Papa”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:17

Papa Francesco lo sa bene. I cattolici in Asia orientale sono un'infinitesima parte del globo. Con 380.000 fedeli, la Thailandia ne conta circa lo 0,5%. Lo stesso vale per il Giappone, mentre la percentuale sale leggermente nella Repubblica Popolare Cinese (1%). Nella città di Bangkok, sono in molti a non sapere della visita del Santo Padre: per le strade non ci sono manifesti, né volantini sparsi ad acclamare il Capo della Chiesa Cattolica, e questo lo si spiega perché il Paese è a maggioranza buddhista. Dal punto di vista politico, la Thailandia ha sempre coltivato buoni rapporti con la Santa Sede: sono frequenti membri della famiglia reale che, pur essendo non cattolici, ne frequentano le scuole, mentre i sovrani continuano a mantenere buoni rapporti con Roma. Tuttavia, sarebbe superficiale non considerare il viaggio di Papa Francesco come un “viaggio politico”. Con la dovuta cautela che si deve nel dare il giusto equilibrio alle parole del Papa, è innegabile che il quarto viaggio apostolico in Asia orientale in soli sei anni di Pontificato dica molto sulla direzione verso la quale punta Papa Francesco. Perché, se è vero che la tappa in Giappone è l'apice del sogno di Bergoglio sin dai tempi del noviziato gesuita, è altrettanto vero che essa s'intreccia a un altro, altrettanto tenace sogno del Pontefice: portare la Chiesa in Cina, sulle orme del gesuita Matteo Ricci, l'unico ad aver varcato la Città Proibita.

Il sinologo Sisci: “C'è il rischio di una seconda guerra fredda”

Il sinologo Francesco Sisci, fra i massimi esperti dei rapporti Cina – Italia e Santa Sede, è professore alla Renmin University e membro del consiglio scientifico di Limes. Per Asia Times ha intervistato Papa Francesco nella sua prima intervista sulla Cina. In Terris ha fatto con lui il punto sul peso che questo viaggio ha nel fragile equilibrio fra Cina e Santa Sede. 

Dott. Sisci, nella sua intervista al Papa sulla Cina, il Pontefice ha detto che “il popolo cinese sta vivendo una fase positiva e ha inviato un messaggio di speranza, pace e riconciliazione”. Quanto influisce la “questione cinese” nel viaggio apostolico in Thailandia e Giappone? 
“Credo che, come gli altri viaggi in Asia, questo sia un viaggio di avvicinamento alla Cina. Da un anno si è firmato l'accordo per la normalizzazione dei rapporti, anche se non ci sono ancora relazioni diplomatiche. Ci sono stati passi avanti, anche se c'è tanta distanza da coprire. Però forse questa volta, davvero il Papa si avvicina di più alla Cina. La comunità dei cattolici in Thailandia, minuscola, è quasi interamente formata di cinesi che mantiene un rapporto molto forte con la tradizione del paese di origine. Pechino lo sa e seguirà con attenzione i passi del Santo Padre”.

Lei è un esperto dei rapporti Pechino-Santa Sede: secondo lei ci sarà una “fase delicata” di tale relazione in questo viaggio?
“Sì. La questione di Hong Kong incombe su questo viaggio. La Chiesa cattolica del territorio è divisa sulle manifestazioni in corso. Carrie Lam, cattolica, è contro le proteste, mentre molti fedeli e anche alcuni sacerdoti sostengono le dimostrazioni. È possibile che ci siano una o più domande al Papa su Hong Kong e Francesco dovrà trovare le parole giuste per affrontare la questione. Inutile nascondersi dietro un dito. La questione di Hong Kong, nel contesto dell'aumento delle tensioni internazionali, può essere un elemento scatenante di tensioni sempre maggiori. Da lì a una seconda guerra fredda conclamata il passo potrebbe essere breve. Oggi forse solo il Papa può essere in grado di intervenire per calmare gli animi”

Si aspetta, inoltre, reazioni da parte dei “conservatori americani”, considerando anche i rapporti fra Usa e Asia orientale, giunti a un momento molto delicato?
“Guardi, il Papa è storicamente tirato a destra e sinistra dai vari schieramenti politici, ed in fondo è anche giusto che sia così, perché ognuno lo vorrebbe dalla sua. Ma come sempre questo o altri Papi sono al di sopra delle questioni particolari. Sicuramente, qualunque cosa dirà Francesco su Hong Kong o sulla Cina questo potrà non piacere a una parte del pubblico americano che segue con grande attenzione gli sviluppi in Cina e Hong Kong. Ma proprio per questo l’intervento e il viaggio del Papa sono tanto più importanti, perché possono indicare una direzione diversa e stemperare un’animosità crescente. D'altro canto, proprio perché le tensioni sono in aumento e Pechino è sempre più nervosa, il Papa forse come nessun altro potrebbe trovare parole per parlare sia a Pechino che a Washington, che ai vicini della Cina, che alla gente di Hong Kong. Questo Papa in ciò ha un dono particolare: riesce a essere allo stesso profetico e realista. Oggi proprio queste doti credo ci vogliono in Asia per aiutare questo Continente in una fase tanto delicata”.

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