Processo per peculato, Spina si difende: “Mai firmato alcun tipo di pagamento”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 7:00

“Durante il mio incarico non ho mai firmato alcun tipo di pagamento per la fattura di beni o servizi. In quanto tesoriere non avevo la disponibilità nemmeno di un centesimo, la Fondazione non disponeva neppure di una piccola cassa”. Ascoltato dai giudici del tribunale vaticano, Massimo Spina si difende dalle accuse che lo vedono imputato di peculato assieme all’ex presidente della Fondazione Bambino Gesù, Giuseppe Profiti. I due avrebbero usato i soldi destinati all’ospedale pediatrico in modo illecito, favorendo l’imprenditore Gianantonio Bandera per ristrutturare l’appartamento del cardinal Bertone. Nella quarta udienza del processo, iniziata alle 14:30 e conclusa alle 20:30, Spina risponde alle accuse affermando a più riprese di non essere e di non ritenersi “un Pubblico Ufficiale. Le mie mansioni erano di carattere esecutivo – spiega -; non ho mai avuto alcun tipo di procura né speciale né generale da parte del legale rappresentante della Fondazione”.

“Non ho il potere di pagare”

Come riporta Radio Vaticana, Spina spiega che a fronte delle fatture, la sua funzione era quella di “predisporre e compilare l’ordine di bonifico”, e con la sua firma attestava solo che “dal punto di vista contabile” il pagamento “sarebbe andato a buon fine” perché “presso la banca vi era disponibilità dei fondi”. Tutto veniva trasmesso all’ex presidente, perché Spina non aveva “i poteri per poter pagare”. Poi con decisione afferma che “in assoluto, durante il mio incarico non ho mai firmato alcun tipo di pagamento per la fattura di beni o servizi. In quanto tesoriere non avevo la disponibilità nemmeno di un centesimo, la Fondazione non disponeva neppure di una piccola cassa – spiega. La struttura organizzativa era pressoché inesistente, non c’erano dipendenti né personale assunto con incarichi di consulenza”.

La raccolta fondi

Come Profiti, anche Spina sostiene che “la ristrutturazione” dell’appartamento al terzo piano di Palazzo San Carlo, quello in cui risiede il cardinal Bertone, “era solo una parte di un progetto strategico che mirava alla raccolta fondi”. L’imputato precisa di “aver ricevuto nel dicembre 2013 una fattura della Lg Contractor Ltd”; solo allora, in un momento molto intenso a causa della chiusura della legge finanziaria italiana per effetto della quale l’ospedale avrebbe beneficiato di 50 milioni di euro aggiuntivi, viene a conoscenza del progetto. Sollecitando Profiti per un chiarimento, dall’ex presidente della Fondazione riceve un plico (messo agli atti) con la corrispondenza tra lo stesso Profiti e il porporato intercorsa tra il 7 e l’8 novembre 2013. Da queste lettere risulta che Bertone  “gradiva, accettava e confermava il sostegno al progetto strategico che prevedeva l’organizzazione di eventi con un numero ristretto di soggetti”, presso la sua abitazione per la raccolta fondi. Secondo quanto riportato, il cardinale “si sarebbe impegnato da subito affinché gli oneri sostenuti dalla Fondazione sarebbero stati ristorati da donazioni”.

La società “New Deal”

E in merito ad una lettera acquisita dall’Ufficio del Promotore di Giustizia, l’imputato spiega di aver cercato di sapere, in vista della chiusura del bilancio d’esercizio 2014, se la società “New Deal”, facente capo sempre all’imprenditore Bandera, confermava una donazione di 200 mila euro, ma che non avendo avuto risposta propone “una svalutazione prudenziale” dell’offerta da 200 mila a circa 110 mila euro. Per Spina questa donazione si rferisce all’impegno espresso dal cardinale per le spese sostenute dalla Fondazione. Poi, sull’incontro avvenuto nei pressi di via San Pancrazio tra lui e Profiti, il 28 maggio del 2014 “quando sul settimane CHI furono pubblicate le foto di Palazzo San Carlo con il conseguente clamore mediatico”, l’imputato racconta che era usuale vedersi in varie località della città, anche “in aeroporto” in quanto le sedi dei due dirigenti erano una a San Paolo Fuori le Mura e quella del presidente sul Gianicolo.

“Bertone informò Papa Francesco”

In quel momento “Profiti mi disse – racconta Spina – che non c’erano problemi perché il cardinale aveva parlato di persona della vicenda con il Santo Padre” e che “dovevo continuare a fare il mio mestiere di tesoriere”. La prima espressione lo tranquillizza, poi smentisce il “tono intimidatorio” ipotizzato “dal Promotore di Giustizia in sede istruttoria” per la seconda affermazione. Al contrario, parla di “tono colloquiale” di “una specie di battuta”.

“Un’accusa infondata”

L’ex tesoriere sostiene di non aver avuto “dubbi in merito all’attività” che stava svolgendo perché “alcun dubbio può sorgere di fronte ad una parola di un cardinale, ancor di più davanti ad un documento di un cardinale segretario di Stato emerito”. Sull’accusa di aver mancato di segnalare presunte irregolarità agli organi competenti, parla di infondatezza perché il “Collegio dei Revisori che avrebbe dovuto effettuare il controllo sulla Fondazione, seppur previsto dallo statuto, non venne mai nominato dalla Segreteria di Stato”. Tuttavia non c’è nessun sospetto di anomalie poiché “il progetto strategico era nel filone dei precedenti con in più la promessa d’impegno del cardinale alla ristorazione delle spese”. Quindi, nell’evidenziare le sue competenze, ricorda che il suo ruolo era quello di tenere la contabilità, precisando  che “al vertice della Fondazione vi era il presidente del maggiore ospedale pediatrico europeo; il consiglio direttivo, che deteneva il potere decisionale ed era costituito da grandi nomi della finanza; al di sopra il segretario di Stato e al di sopra del quale, il Papa”. Poi dichiara: “Al più posso ammettere di essere stato ingenuo nel ritenere che tutte queste persone avessero potuto mettere in essere azioni non trasparenti. Se c’era un’anomalia da denunciare non la vedevo”.

Le fatture alla società di Bandera

In riferimento alle fatture, sette in tutto, delle società di Bandera, che ha sede in Inghilterra, fa sapere che non ha mai “avuto sospetti” perché i pagamenti sono stati effettuati tutto con bonifico, e per tanto è tutto tracciabile: “Molte volte nella sua attività di tesoriere gli è capitato di attivare la procedura di controllo per fatture emesse da società estere”. Le prime due fatture “recavano intestazione LG Contractor Ltd., le successive Castelli Re Holding – racconta -, ma non detti importanza perché la firma della lettera di trascrizione era di Bandera e il conto dove si dovevano accreditare le somme il medesimo, pensai fosse una variazione di ragione sociale. La mia attività – precisa ancora una volta – era solo contabile, il pagamento venne disposto dal presidente”. Rispondendo alle domande del tribunale, ricorda che “le prime fatture non avevano numerazioni, ma credetti che fosse irrilevante non conoscendo la normativa britannica relativa alla contabilità”, dovendo registrare comunque le fatture. “Questo – prosegue – non aveva rilevanza per una corretta contabilizzazione”. L’ex tesoriere, ribadendo di non avere rapporti con l‘imprenditore e di non sapere se altre società che fanno capo a lui abbiano svolto lavori all’interno del Vaticano dal 2009 al 2013, ricorda che la prima volta che vide la firma del costruttore fu nel 2009, quando venne formata una associazione temporanea d’impresa tra una società facente capo a Bandera, la Bcg, e la Società italiana costruzioni dei fratelli Navarra, aggiudicataria dell’appalto, nel 2007, per i lavori relativi alla realizzazione del nuovo polo ospedaliero dell’ospedale Bambino Gesù, a San Paolo Fuori le Mura.

Il Tribunale: “Affermazioni ingiustificate e irrispettose”

Ricordando poi il novembre del 2013, Spina fa notare che i ponteggi allestiti sulle mura di Palazzo San Carlo, erano a solo “cinquanta metri da Sant’Anna, davanti alle pompe di benzina, a quindici metri dalla gendarmeria, a cento metri dal tribunale e che in tanti si sarebbero dovuti accorgere” se qualcosa non andava, “qui sembra – puntualizza – che dovevo accorgermi solo io”. Immediata la replica del giudice Venerando Marano, il quale parla di una considerazione “ingiustificata e irrispettosa” per la differenza di ruoli e funzioni tra l’ex tesoriere e i soggetti, anche con incarichi istituzionali, da lui ipotizzati. Subito arrivano le scuse dell’imputato, al quale il giudice Bonzano risponde: “Qui si sta procedendo per peculato non per abuso edilizio”.

Spina: “Mai visto contratto di appalto

“Non ho mai visto il contratto di appalto né il capitolato dei lavori”, dichiara rispondendo ad una domanda. Poi, riferendosi all’espressione “gestione di cassa” spiega che oltre all’assicurare che ci fossero i fondi disponibili per i pagamenti, tale attività comportava anche “dare evidenza di tutte le donazioni e i relativi nominativi”, un “foglio excell” allegato al bilancio annuale. Ricorda quindi che la quasi totalità della raccolta fondi veniva girata all’ospedale Bambino Gesù. Parla infine di “fermo biologico” circa lo scandalo mediatico del 2014 ammettendo che la presidente Enoc, di fatto, lo escluse della Fondazione: “l’ultima attività fu la consegna del fascicolo del progetto di bilancio 2014, consegnato ad aprile 2015”. Poi venne sollevato dall’incarico.

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