Nove anni fa il viaggio di Papa Francesco in Myanmar. La guerra civile nella martoriata nazione asiatica si è intensificata dopo il colpo di stato militare che ha frammentato la nazione. La giunta controlla circa il 20% del territorio, concentrato nel centro, mentre la resistenza e le milizie etniche ne controllano oltre il 40%. Il conflitto ha causato milioni di sfollati e una grave crisi umanitaria. John Mung Ngawn La Sam è il vescovo di Myitkyina, la capitale dello Stato Kachin. Si tratta di un territorio segnato da intensi combattimenti per la guerra civile in corso in Myanmar. Racconta il presule all’agenzia missionaria vaticana Fides:“Dio ci aiuterà, qualunque cosa accada. Nella nostra situazione, bisogna affidarsi a Dio. Preghiamo di più”. E aggiunge: “Siamo tutti stanchi del conflitto. Centinaia di migliaia di sfollati soffrono”, aggiunge. Il vescovo fa riferimento al grave impatto umanitario su circa 250mila persone nello Stato Kachin (stime dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati).

Emergenza Myanmar
Situato nell’estremo nord del Paese, al confine con la Cina e l’India, lo Stato Kachin è uno dei più colpiti dalla guerra civile scoppiata dopo il colpo di stato militare del febbraio 2021. Il conflitto nella regione, tuttavia, ha radici più antiche, riferisce Fides. La tregua tra l’esercito birmano e il KIA era già saltata nel 2011 e la conflittualità riguardava anche il controllo delle risorse naturali come legname e miniere di giada, di cui la regione è ricca. Capitale dello Stato Kachin, Myitkyina ospita attualmente il quartier generale del Comando militare settentrionale dell’esercito birmano e resta presidiata in modo massiccio dai militari governativi. “Nelle aree circostanti, il territorio è teatro di scontri, combattimenti, agguati, bombardamenti che colpiscono i villaggi, con gravi ripercussioni sulla popolazione civile- evidenzia Paolo Affatato-. In un quadro di emergenza umanitaria, la Chiesa cattolica locale rappresenta uno dei pochi baluardi di assistenza, supporto psicologico, istruzione, coesione sociale e interreligiosa e accompagnamento spirituale dei profughi”.

Sos sfollati
“I profughi sono sistemati nei campi o in piccoli accampamenti in aree boschive dove si sono radunati. Vivono tutti insieme: cristiani e buddisti. Ogni tanto vado a visitarli e celebriamo la Messa insieme. Nei mesi del 2026 ho celebrato, nel complesso, ben 900 cresime di ragazzi tra i 12 e i 15 anni. Sono ragazzi con la luce di Cristo negli occhi e nel cuore: sono loro la nostra speranza, la loro vita è un grande segno di speranza”, ricorda John Mung Ngawn La Sam. Il vescovo ascolta “le sofferenze degli sfollati e mi commuovo. Tramite Karuna, la nostra Caritas, li aiutiamo e provvediamo ai beni di prima necessità”. Ed esorta a pregare di più: “Non c’è altra soluzione, pregare è importante, è il legame che ci tiene uniti al Signore, chiediamo a Lui di aiutarci e di prendersi cura di noi in questa precaria situazione”, racconta. Il presule può ancora abitare nella cattedrale di Myitkyina perché, riferisce, “in città non si combatte perché Myitkyina è controllata dall’esercito regolare”, ma la tensione si avverte comunque. Dice monsignor La Sam: “Dobbiamo avere fede e sperare con tutto il cuore. Dobbiamo credere che il prossimo anno sarà migliore di quest’anno. Dobbiamo pregare di più, lo dico sempre ai fedeli”. “Non possiamo fare altro che aspettare e pregare. Perché senza l’aiuto di Dio non possiamo fare nulla. Così speriamo che si possa iniziare un percorso di riconciliazione nazionale che, se Dio vuole, sarà possibile attuare e ci ridonerà la pace”, evidenzia il presule.

Scontri
Nello stato situato nel Nord del Myanmar continuano gli scontri tra l’esercito e i gruppi di opposizione, che uniscono le People’s Defence Forces e i gruppi armati delle minoranze etniche come l’Esercito per l’Indipendenza Kachin (KIA), e la situazione rimane fortemente instabile.
Il vescovo testimonia a Fides che “la gente lotta per sopravvivere”. E, mentre tutto il sistema scolastico è frammentato o interrotto a causa della guerra, anche l’istruzione è affidata “alla buona volontà di tanti, come le suore e i catechisti che organizzano classi informali per bambini e ragazzi”. “Nella nostra situazione – precisa – si vive alla giornata, i fedeli hanno dovuto lasciare i villaggi e le parrocchie, sono stati costretti a fuggire. Ma in tanti luoghi, come i campi profughi e gli insediamenti informali, data la persistenza di una vita da sfollati, si è quasi trovato un certo equilibrio. Cioè, la gente si è quasi abituata a questa vita di precarietà, che però non può essere il nostro futuro”.

