Mons. Sorondo: “Contro la prostituzione va esteso il modello nordico”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:50

L'obiettivo del workshop “Assisting Victims in Human Trafficking – Best Practice in Resettlement, Legal Aid and Compensation” sulla tratta degli esseri umani era quello di “comprendere la diffusione del fenomeno e offrire un quadro delle buone pratiche e dei modelli per il reinserimento sociale delle vittime. Il riassunto di questi lavori è nella definizione che hanno dato prima Benedetto XVI e poi Francesco: un crimine contro l'umanità”. Così mons. Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ha spiegato alla stampa il senso del convegno che è tenuto in Vaticano. Con lui c'erano Margaret S. Archer, presidente della stessa Accademia; Jami Solli, coorganizzatrice del Workshop e fondatrice della “Global Alliance for Legal Aid” e Rani Hong, presidente della “Tronie Foundation”, rapita a sette anni e schiavizzata in uno stato indiano. Tra gli obiettivi del seminario internazionale c'è la creazione di specifici database per controllare transazioni sospette e quindi individuarle con l'aiuto di banche e istituzioni finanziarie; un “patto con le vittime” e un approfondimento sul “deep web“, il web sommerso, non indicizzato dai comuni motori di ricerca. Il tema della tratta degli esseri umani è “nel cuore di Papa Francesco”, ha affermato Archer sottolineando che dall'inizio del pontificato Bergoglio “ci ha chiesto di non dimenticarlo”.

Internet

Monsignor Sorondo ha ricordato che la tratta porta a “lavoro forzato, prostituzione e traffico di organi”. “Quest'anno – ha precisato – ci siamo concentrati sui programmi di reinserimento, tra l'altro con un modello elaborato in Messico che integra l'aiuto spirituale, psicologico, umano, medico”. Nell'analisi del fenomeno “vogliamo studiare in modo approfondito le minacce che derivano da Internet, una delle 'strade' principali dove oggi si adescano i bambini: sia per la prostituzione che per il traffico di organi o per il lavoro forzato”. In particolare per quanto riguarda lo sfruttamento sessuale delle persone, il prelato argentino ha sottolineato che “ci sono state tante congregazioni di suore nella storia della Chiesa che si sono occupate di queste persone ma non essendo, grazie a Dio, inserite nel mondo, non sono capaci di fare quello che invece fanno tante laiche” sul fronte del reinserimento.

La testimonianza

Tra gli obiettivi della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali c'è anche quello di dare più spazio alle vittime, “ascoltarle”, “dare aiuto a chi ha subito persecuzione”. I progetti per il reinserimento delle vittime della tratta riguardano circa 20 paesi. “Bisogna ascoltare le vittime”, ha rimarcato Rani Hong che, parlando della sua terribile esperienza (rapita a sette anni, strappata ai suoi affetti e schiavizzata), ha sottolineato che ha “dovuto imparare a essere di nuovo un essere umano. Ho un nome – ha affermato -, una faccia, una storia, non sono un numero: bisogna ascoltare le storie concrete, e dobbiamo sperare che si possa cambiare, sì, io dico che è possibile cambiare”.

Il modello messicano

A margine della conferenza stampa mons. Sorondo ha ricordato che “le vittime si sentono tradite dalla propria famiglia, da chi gli avrebbe dovuto dare affetto, dal partner, che le promette di sposarla… è peggio della morte. Non solo la violenza fisica ma anche quella dell'anima, psicologica. Per questo i papi hanno detto con tanta chiarezza che è un crimine contro l'umanità. Il modello messicano ha un protocollo, a cominciare dal riconoscimento pubblico degli abusi subiti per arrivare al reinserimento. Il problema è come riabilitare le vittime e metterle in condizioni di fare una vita normale. Questo è quanto è avvenuto, con molta intelligenza, nel modello messicano, dandogli la possibilità di istruirsi, di ottenere un titolo, di lavorare. Molti Stati messicani, rendendosi conto del problema, hanno contribuito mettendo a disposizione case e possibilità di lavoro”.

Crimine contro l'umanità

Quanto al “risarcimento” delle vittime, mons. Sorondo ha aggiunto che è “molto importante il riconoscimento della tratta come crimine contro l'umanità. Prima di tutto perché così il reato non cade in prescrizione, in secondo luogo perché costringe gli Stati a perseguire i responsabili. In qualche modo gli Stati cominciano a rendersi conto di questo, di fronte alla crescita del fenomeno, all'indignazione che provoca vedere la sofferenza delle vittime, auspichiamo una rivoluzione come ci chiede il Papa Francesco e prima di lui Benedetto, tornando dal suo viaggio in Germania. Lo ha ripetuto anche il rappresentante della S. Sede mons. Gallagher nell'ultima riunione di alto livello che c'è stata all'Onu il 17 settembre scorso su questo tema. Il nunzio Auza mi ha raccontato che gli ambasciatori di alcuni Paesi si sono avvicinati per manifestare la loro approvazione. A poco a poco si va prendendo coscienza del problema”.

Multare i clienti

Il modello messicano è esportabile in Europa? “Potrebbe ma ci sono condizioni sociali diverse. Ad esempio in Inghilterra e in generale nel mondo anglosassone l'istruzione costa moltissimo” risponde mons. Sorondo. Più facile estendere il modello nordico, quello sostenuto, ad esempio, dalla campagna “Questo è il mio corpo” della Comunità Papa Giovanni XXIII, per la quale ha partecipato al workshop il direttore di In Terris don Aldo Buonaiuto: “In Francia – ha detto mons. Sorondo – per fortuna già c'è la legge che per la prima volta punisce non solo i trafficanti ma anche i clienti che creano il mercato. Per duemila anni si sono perseguite solo le vittime… no! E che fa questa legge? I soldi che vengono incassati dalle multe ai trafficanti e ai clienti, che sono pesanti (e inoltre restano nella fedina penale), è destinato alla rieducazione e al reinserimento delle vittime. Questa è una strada da seguire”.

L'impegno della Comunità Giovanni XXIII

Lo stesso don Aldo Buonaiuto ha ricordato nel suo intervento il grande impegno trentennale della Comunità Papa Giovanni XXIII sulle strade, grazie al pioniere del contrasto allo sfruttamento, don Oreste Benzi, il primo ad aver avuto l'intuizione, e il coraggio, di dire che le donne sul marciapiede erano schiave. Per questo fu oggetto di scherno, c'è voluto del tempo ma ora è una realtà accettata da tutti. “Ho dedicato il mio intervento, dal titolo 'La solitudine delle vittime della tratta e delle associazioni che le accolgono' alle 26 donne trovate morte sulla barca giunta a Salerno. C'è ancora troppo silenzio, c'è tanto da fare – spiega il direttore di In Terris – Siamo grati a Papa Francesco che esprime spesso la sua forte volontà di contrastare una piaga che lui stesso ha definito un crimine contro l'umanità. Occorre anche andare a vedere le cause che provocano questo fenomeno. Per questo ho rinnovato l'appello a prevedere la punibilità del cliente perché va fermata la domanda. Ho chiesto a tutte le associazioni e agli accademici di sostenere la campagna 'Questo è il mio corpo'. Infine, dobbiamo concentrarci sulla via della liberazione di queste donne. E anche la Chiesa può fare di più se tutte le Conferenze episcopali e i vescovi si impegnano ad affrontare questo dramma”. Don Buonaiuto ha anche auspicato l'istituzione di una giornata mondiale contro la prostituzione schiavizzata.

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