Terrore talebano. Le donne cristiane in Afghanistan sono altamente vulnerabili a tutte le forme di abuso fisico. E hanno autonomia sociale ed economica molto limitata. Se la loro fede viene scoperta, anche se non vengono uccise, esse possono essere tenute in casa o vendute come schiave o prostituite. I “delitti d’onore” continuano ad essere diffusi. “È impossibile vivere apertamente da cristiano in Afghanistan– rileva Open Doors-. Lasciare l’islam è considerato vergognoso e i cristiani convertiti devono affrontare conseguenze disastrose se la loro nuova fede viene scoperta. Devono fuggire dal paese o verranno uccisi”. Intanto tutto il Paese è sorvegliato da telecamere ad alta precisione di fabbricazione cinese. I monitor della sala di controllo e il marchio sui feed visti dalla Bbc durante un reportage riportavano il nome Dahua, una società cinese collegata al governo. Precedenti resoconti secondo cui i talebani erano in trattative con la cinese Huawei Technologies per acquistare le telecamere sono stati smentiti dalla stessa società. I funzionari talebani si sono rifiutati di rispondere alle domande della Bbc su dove si fossero procurati l’attrezzatura. I talebani, però, assicurano che solo la polizia cittadina ha accesso al sistema di videosorveglianza e che il ministero della prevenzione del vizio e la promozione della virtù, la polizia morale dei talebani, non lo utilizza. Per giunta la polizia ha precisato che i dati vengono conservati solo per tre mesi, mentre, secondo il ministero degli Interni, le telecamere non rappresentano una minaccia per la privacy in quanto “sono gestite da una stanza speciale e completamente riservata da una persona responsabile specifica e professionale”. Rassicurazioni che, tuttavia, non hanno convinto attivisti ed esponenti della società civile – anche alla luce delle misure draconiane già vigenti nei confronti di ragazze e donne – che temono che il nuovo impianto venga comunque utilizzato per reprimere il dissenso e monitorare il rigido codice morale imposto dal governo islamista talebano secondo la loro interpretazione della legge della Sharia.

Sos Amnesty
Amnesty International afferma che l’installazione di telecamere “con il pretesto della sicurezza nazionale stabilisce un modello per i talebani per continuare le loro politiche draconiane che violano i diritti fondamentali delle persone in Afghanistan, in particolare delle donne negli spazi pubblici”. Human Rights Watch fa notare, inoltre, che l’Afghanistan non ha leggi sulla protezione dei dati in vigore per regolamentare il modo in cui i filmati raccolti vengono conservati e utilizzati. Ironia della sorte, è stato invece accertato il fatto che parte del costo dell’installazione della nuova rete ricade sui comuni cittadini afghani – alle prese con una crisi economica e umanitaria senza precedenti – che vengono monitorati dal sistema. “In realtà niente di nuovo in questo. Ognuno degli ultimi regimi si è servito copiosamente di questo strumento, reclutando collaboratori ovunque”, sostiene Alberto Cairo, presidente dell’Ong italiana Nove Caring Humans, una delle poche ancora operative in Afghanistan. Cairo, fisioterapista di lungo corso stabilito nel paese asiatico dal 1990, ha riferito che l’installazione e l’attivazione delle 90 mila telecamere – con dubbi legittimi sul numero effettivo – fa parte di un piano di cui gli afghani sono venuti a conoscenza dalle tv e radio, in assenza finora di un avviso ufficiale dalle autorità. “I proprietari di svariati condomini riferiscono comunque di avere ricevuto nelle ultime settimane la richiesta di installare delle telecamere a proprie spese. Senza minacce ma in maniera pressante, a invitarli hanno pensato i wakil, i rappresentanti di quartiere, una volta eletti dai residenti, ora nominati d’ufficio”, riferisce Cairo.

Terrore talebano
La domanda sorge spontanea: “Dove saranno installate queste telecamere: ovunque o soprattutto nei quartieri considerati ribelli, quelli a maggioranza tajika, l’etnia rivale del regime, o sciita?“. “La convinzione che funzioneranno solo parzialmente è però legittima, viste le continue e lunghe interruzioni nell’erogazione dell’elettricità”, fa notare l’operatore umanitario italiano. “Comunque sia, rafforzeranno i controlli e la pressione sulla popolazione, al momento già pesanti grazie perquisizioni, fermi, delazioni. La gente tace, non esprime opinioni in pubblico, non rischia. Il numero degli informatori è alto”, scrive ancora Cairo. Il fisioterapista italiano, già candidato al Nobel per la pace, conclude elencando tutti i problemi che tormentano maggiormente le afghane e gli afghani. Fame, povertà, disoccupazione, divieto dell’istruzione femminile, incertezza dovuta alle lotte interne al regime, ritorni forzati dal Pakistan e dall’Iran, chiusura di cliniche e stop di numerosi interventi umanitari per la sospensione degli aiuti erogati da Usaid, rischio di isolamento ancora maggiore, economico e politico.

