La via del dialogo tra Chiesa e Islam

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:06

Spesso gli eventi che scandiscono la contemporaneità delineano tempi che il filosofo Massimo Cacciari definirebbe di “umanesimo tragico”. L'era in cui viviamo, infatti, è inquieta a tal punto che farsi messaggeri di pace è diventato complesso e persino una seria riflessione non è scevra da fraintendimenti. Ne sa qualcosa Papa Benedetto XVI, salito al soglio di Pietro in un periodo critico dal punto di vista internazionale: la sua elezione è avvenuta quattro anni dopo l'attentato alle Torri Gemelle (11 settembre 2001) e ha accusato il colpo di frusta dell'estremismo con la pesante eredità della guerra Usa in Afghanistan e Iraq. Il profondo acume del Papa tedesco non si è limitato ad analizzare gli eventi contingenti, ma ne ha scrutato l'intimo malessere, frutto di una società iper-globalizzata e altrettanto relativista. Persino il Papa, però, non è stato esente da bruschi strappi ideologici: ne è prova il controverso discorso pronunciato a Ratisbona, frainteso da gran parte della comunità internazionale, ma in realtà poco compreso nella sua totalità. Anche Papa Francesco sa bene quanto costi fare la pace: gesuita con un tocco di francescanesimo, per il Papa argentino la pace è intimamente connessa al dialogo. Nello stile bergogliano, il riepertorio di gesti, come la lavanda dei piedi ai musulmani o l'abbraccio al grande imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayyeb, traducono in pratica i principi del Vangelo. Il pontificato di Francesco non è, però, immune all'inquietudine dei tempi: lo dimostra la parziale radicalizzazione di alcune enclaves di matrice islamica nel mondo medio-orientale e il crescente numero di persecuzioni dei Cristiani in tutto il pianeta. Eppure il successore di Pietro non s'arresta davanti alle difficoltà,  ribadendo la portata rivoluzionaria della Chiesa di Roma. Ne è documento programmatico l'esortazione apostolica Evangelii gaudium con la quale il Papa tocca il delicato tema della tolleranza religiosa sovrapponendolo all'aspetto sociale del dialogo e dell'accoglienza. Certo, come sottolinea padre Samir Khalil Samir, professore del Ponitifcio istituto orientale e fondatore del Centro documentale e di ricerca arabocristiana, “Il vantaggio dell'attuale pontefice è di essere gesuita, dunque inserito in una vasta rete dove le idee si incontrano”. In questo, Papa Francesco si mostra appieno nel solco di Papa Giovanni XXIII, che ha enunciato lo sforzo della Chiesa di aprirsi al mondo per capirlo e poterci dialogare. Lungi dall'arroccarsi in un'Europa ritenuta baluardo del Cristianesimo, il Pontefice, che al contrario proviene dalla fervente comunità cattolica dell'America Latina, ribadisce costantemente l'invito all'accoglienza dell'altro “diverso da noi”, come i migranti. Lo dimostra il testo firmato da diversi leader musulmani e pubblicato quest'oggi sul quotidiano La Croix, in cui si definisce il Documento sulla Fratellanza umana – firmato ad Abu Dhabi nel corso della visita del Pontefice dal 3 al 5 febbraio scorso – “un evento istituzionale senza precedenti nella storia delle relazioni tra cristiani e musulmani”. Su questo solco si pone il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, impegnato nel tracciare un cammino sinergico tra le varie fedi religiose del mondo, nel pieno spirito scaturito dal Concilio Vaticano II. In Terris ne ha parlato con Mons. Khaled B. Akasheh, Capoufficio per l'Islam e Responsabile del Dialogo Interreligioso.

 


Mons. Khaled B. Akasheh, Capoufficio per l'Islam e Responsabile del Dialogo Interreligioso

 

Eccellenza, che cosa minaccia oggi la pace?
“La pace è minacciata dalla paura dell'altro, dalla diffidenza, dal sentimento di essere trattati ingiustamente. Papa Giovanni XIII soleva dire 'Il più grande guaio che possa toccare l'umanità è la guerra', poiché tutto si ferma alla distruzione, che generano dipsersione, morte, separazione, odio e vendetta. I processi dell'odio frenano il progresso allo sviluppo, pertanto oggi è bene accorgersi della pericolosità e drammaticità della guerra, perché solo così si può pensare di coltivare la pace”.

Qual è l'ultimo evento a cui ha partecipato?
“Ho preso parte a una conferenza organizzata a Vienna dal Centro Internazionale per il Dialogo Interreligioso e Interculturale del Kaiciid, il centro costituito dai sauditi nella capitale austriaca. Durante l'incontro, il segretario generale del Consiglio dei musulmani del Caucaso ha messo in rilievo il tema della famiglia, intimamente connesso al dialogo interreligioso. Nonostante fosse venuto in Austria con un figlio e dei nipoti, lo sceicco ha parlato di noi partecipanti nei termini di una 'famiglia allargata'. Considerarci famiglia è importante, perché non ci induce a mettere troppa enfasi in ciò che ci distingue, ma punta sugli elementi che ci uniscono in qualità di 'fratelli' e 'sorelle'. Questo significa che noi tutti, nella molteplicità delle nostre appartenenze etniche, culturali, nazionali e religiose formiamo un'unica famiglia umana”. 

È attualmente aperto il dibattito che riguarda i cosiddetti “figli di Isis”, i bambini nati dai miliziani e coinvolti, a loro insaputa, nella mentalità del terrore. Come si può innestare un dialogo in realtà laddove l'odio assume queste complesse sfumature?
“Senza dubbio abbiamo a che fare con un dramma nel dramma, perché questi bambini sono stati chiamati alla vita, non hanno colpe e devono essere tutelati come tutti gli altri bambini. Bisogna, però, prestare attenzione all'educazione che riceveranno perché, se questa è errata, saranno vittime di quella formazione e “pagheranno” per una situazione per la quale non hanno alcuna responsabilità. Una volta cresciuti, è bene, però, che prendano le giuste distanze dai loro genitori per fare una scelta di pace fratellanza verso tutti e distanziarsi dall'ideologia della loro famiglia d'origine”.

Lei parla spesso di educare i giovani. Ma gli adulti? Hanno una possibilità di essere educati?
“Non solo i giovani possono essere educati al rispetto e all'apertura verso il diverso, ma anche gli adulti. Tutti samo chiamati a una conversione continua, anche riguardo al rapporto con gli altri diversi da noi. L'importante è 'convertirsi', cioè cambiare mente per guardare gli altri nelle loro diversità, affinché la stessa non sia motivo di divisione ma di rispetto. Sto parlando di diversità legittime, perché tu ammazzi l'altro, non sei coerente con la legittimità, ma agisci furoi dal rispetto altrui, che è la cosa fondamentale”. 

Lo scorso anno, in occasione della giornata di digiuno e preghiera per la pace, ha detto che la pace non è solo opera di Dio ma anche delle nostre mani. Perché?
“La pace, come tutti i doni di Dio, è qualcosa che ci fa protagonisti del destino umano personale e universale, ma ci sfugge nella sua totale intelligibilità. Dio ci ama e, proprio per questo, ci tratta quali figli responsabili. Questo prevede che noi la riconosciamo come un impegno reciproco, frutto della nostra libertà. Per questo, la pace è sì un dono, ma è altrettanto una conquista”.

Ne Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Atticus Finch dice: “A volte fa più male la Bibbia in mano un uomo qualunque, che una bottiglia di whiskey”. C'è il rischio che le fedi possano trasformarsi in un'arma?
“Mi viene alla mente un evento organizzato a Teheran tra Cristiani, Cattolici, Episcopaliani e Musulmani sia sciiti che sunniti. Ricordo che ci siamo detti che i nostri testi dovevano essere sempre interpretati nel segno della pace e della fratellanza. È vero che non tutte le religioni sono uguali né i libri lo sono però, come diceva il compianto cardinale Jean-Louis Tauran, 'tutti gli adoratori di Dio sono uguali nella loro dignità e in ciò dev'essere la loro sete di Dio, di fratellanza e pace'. Per questo, ogni testo sacro dev'essere insegnato nei semi della pace, altrimenti c'è il rischio che venga strumentalizzato”.

C'è bisogno di esegesi, dunque?
“L'interpretaizone dei testi è fondamentale anche per collocare il testo nel suo contesto storico e per calarlo nella realtà di oggi. Se non c'è questo sforzo di analisi e di studio, il testo esce dal suo tempo e anche dal nostro e, non combaciando con la realtà, rimane in un tempo surreale. Lo sforzo interpretativo, al contrario, attualizza il messaggio religioso e lo rende valido anche per le generazioni future. È, dunque, dovere di ogni generazione comprendere il messaggio sacro della propria fede d'appartenenza ciascuna nel contesto storico, sociale, religioso, politico ed economico di riferimento”.

Che apporto ha dato il Concilio Vaticano II al dialogo interreligioso? La portata del suo messaggio può essere considerata ancora attuale alla luce dei nuovi contesti sociali? 
“Il Concilio ha avuto un apporto essenziale. Papa Giovanni XXIII lo aveva ideato come sforzo della Chiesa di aprirsi al mondo, poterlo capire per poterci parlare. L'intuizione dell'allora Papa Roncalli è sempre valida. Ricordo che Papa Benedetto XVI ravvisò in due documenti conciliari l'essenza del dialogo interreligioso: la Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa e la Nostra aetate sul dialogo tra i credenti. Si tratta di due documenti che non hanno smesso di essere attuali”.

Quale contributo sta, invece, dando Papa Francesco?
“Il contributo del Pontefice è sicuramente legato al suo carisma personale. Papa Francesco è una persona aperta e affettuosa, per cui il suo approccio alle persone fa sì che l'altro si senta amato e accettato: questo fa cadere le barriere e tocca il cuore, perché questi gesti scaturiscono da un cuore buono, ricco e grande”. 

Lei stesso sostiene che il dialogo non sia un amalgama, ma presupponga la convivenza delle diversità…
“Il dialogo non è confusione, non è irenismo, né fa cadere le differenze profonde dal punto di vista teologico tra le religioni e le questioni che regolano la vita come il matrimonio, per esempio. Esistono reali diversità e il vero dialogo è fedeltà alla propria identità religiosa. Per essere fecondo e reale, un dialogo prevede l'apertura verso le altre identità religiose, Quindi è la fedeltà alla propria identità e l'apertura alle identità altrui che richiede un solido fondamento per fare del dialogo una dimensione feconda e reale”.

Che cosa auspica per il futuro?
“Sogno che il dialogo interreligioso non sia un affare di élite, ma che si diffonda alla base e diventi parte della stessa cultura: ciò implica rispettare l'altro, essere benevolo verso il diverso, non classificarlo, né etichettarlo o giudicarlo, ma parlare bene di lui, pensare bene di lui, aiutarlo e quindi diffondere questo spirito di benevolenza e fratellanza al di sopra di ogni appartenenza. Vorrei che i rapporti umani siano impressi da questo desiderio di incontro vero dell'altro”.

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