Quando Giovanni Paolo II (1978-2005) proclamò santo il frate cappuccino Massimiliano Maria Kolbe il 10 ottobre del 1982 in una piazza S. Pietro gremita, definì il sacerdote: “Martire della carità”.
Basterebbero queste due parole per ricordare la figura di Massimiliano Maria Kolbe (1984-1941). Egli era nato a Zdunska Wola una cittadina della Polonia, allora sotto il controllo dell’impero russo, da una famiglia semplice e profondamente religiosa. Il padre era un tessitore, e partecipò ai movimenti per l’indipendenza della Polonia, ma fu arrestato dalle autorità russe, la madre era ostetrica e dopo la morte del marito entrò nella vita religiosa come monaca benedettina.
La famiglia incoraggiava la pratica della fede e la devozione alla Vergine Maria, elementi che influenzarono profondamente la vocazione di Massimiliano, il cui vero nome era Raimondo. Egli raccontò che da bambino, di aver avuto una visione della Madonna, che gli offriva due corone, una bianca, simbolo della purezza e una rossa, simbolo del martirio.
A tredici anni entrò nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e fu accolto nel seminario minore dei francescani a Leopoli, nel 1910 iniziando il noviziato scelse il nome di Massimiliano, successivamente proseguì gli studi di filosofia e teologia a Roma , dove fu ordinato sacerdote il 28 aprile 1918 nella chiesa romana di S. Andrea della Valle, dal cardinale vicario Basilio Pompilj (1858-1931). Il 16 ottobre 1917 aveva fondato la Milizia dell’Immacolata, un movimento dedicato alla diffusione della fede cristiana, e promosse un’intensa attività editoriale e missionaria. In Giappone nel 1930, fonda un villaggio francescano con ottocento frati e una tipografia.
Massimiliano Maria Kolbe visse in un periodo storico particolarmente difficile. La prima metà del Novecento fu segnata dalla Prima guerra mondiale, dalla nascita di regimi totalitari come il nazismo e il comunismo, e dalla Seconda guerra mondiale. In Polonia, l’invasione nazista del1° settembre 1939, portò persecuzioni, violenze e la soppressione delle libertà religiose e civili. In questo contesto, Kolbe trasformò il convento di Niepokalanòw, conosciuto come la “Città dell’Immacolata”, situato a circa quarantadue chilometri da Varsavia, in un rifugio per migliaia di profughi, tra cui numerosi ebrei, offrendo loro assistenza e protezione. I nazisti chiudono seminari, conventi e scuole cattoliche, presenti in Polonia.
Nel 1941 viene arrestato dalle autorità naziste e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz a sessanta chilometri da Cracovia. Fu scelto quel luogo, perché un nodo ferroviario molto importante, infatti da lì partivano linee per tutta Europa, e vi si trovavano delle caserme vuote dell’esercito polacco, che vennero usate come base per il campo.
Quando un prigioniero riuscì a fuggire i tedeschi decisero di condannare a morte dieci detenuti, scelti a caso per rappresaglia e condotti nel “Bunker della fame” a morire di stenti. Era il 29 luglio del 1941.Tra loro c’era Franciszek Gajowniczek (1901-1995) e quando sentì il suo numero di matricola urlò: “Mia moglie! I miei figli! Cosa sarà di loro?…”.
Dal gruppo uscì un frate magro con gli occhiali, era Padre Kolbe, il quale si rivolse al comandante dicendo: “Sono un sacerdote cattolico. Quell’uomo ha famiglia. Prenda me al suo posto”. Il comandante, sconvolto accetta. Kolbe entra nel “bunker” con altri nove detenuti, per circa due settimane, canta inni, prega il rosario e conforta gli altri. Il 14 agosto gli viene fatta un’iniezione letale, di acido fenico, che mette fine alla sua vita terrena. Aveva quarantasette anni.
Gajiowniczek, sopravvisse ad Auschwitz e poi fu trasferito a Sachsenhausen in Germania, e venne liberato nel 1945. Egli ogni anno andava ad Auschwitz e diceva sempre: “Io vivo grazie a lui, la mia vita gli appartiene” ed aggiungeva, “non capisco perché proprio a me. Ma so che devo vivere bene, per due…”.
Tornato in Polonia, andò a trovare la famiglia Kolbe e divenne testimone chiave al processo di beatificazione del frate, avvenuta il 17 ottobre del 1971 ad opera di Paolo VI (1963-1978) che già in quell’occasione riconobbe P. Kolbe, come martire per la sua testimonianza di fede e per il sacrificio compiuto nel campo di concentramento. Inoltre fu presente sia al rito di beatificazione che a quello successivo di canonizzazione di S. Massimiliano.
Recandosi il 7 giugno del 1979 in Polonia, Giovanni Paolo II si recò ad Auschwitz, entrò nel blocco 11 e nella cella n.18 dove morì P. Kolbe, qui rimase in silenzio a lungo, in ginocchio. Poi parlò dicendo: “Questa è la cella dove si compì il sacrificio sublime di Massimiliano Kolbe, qui un uomo ha vinto l’odio con l’amore, qui la morte è stata vinta dalla vita, qui si è realizzato il Vangelo: ‘Nessuno ha un amore più grande di questo…’”. Poi il papa polacco aggiunse, rivolto a tutto il campo: “Auschwitz è un luogo di Golgota del mondo contemporaneo. E in questo Golgota c’è stato un uomo che ha detto sì all’amore, fino alla fine…”.
Benedetto XVI (2005-2013) il 28 maggio del 2006, visitando il campo di concentramento, affermò tra l’altro, dopo essere stato in preghiera: “L’uomo che cade in basso come non mai, può anche elevarsi in alto come non mai…”.
Papa Francesco fermandosi solamente in preghiera davanti al famoso blocco 11, il 29 luglio del 2016 disse: “Qui regna il silenzio, un silenzio di dolore…pensiamo a Padre Kolbe, che in questo luogo ha dato la vita per un fratello, lui ci insegna che si può amare anche all’inferno…”.
Ancora oggi S. Massimiliano Maria Kolbe, questo semplice frate polacco, è senza dubbio, un simbolo universale di coraggio, fede e difesa della dignità umana, capace di testimoniare che, anche nei momenti più oscuri e tristi della storia, è possibile scegliere il bene e la solidarietà.

