La storia di Dalal, rapita e stuprata dai barbari dell'Isis

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:35

Quella di Dalal è una storia drammatica. Una come tante di quelle che potrebbero raccontare le migliaia di donne, almeno quelle sopravvissute, rapite, violentate, umilate, vendute come schiave dai barbari tagliagole dell'Isis. Ora Dalal, 21 anni, ragazza yazida, racconta la sua vicenda ad Aiuto alla Chiesa che soffre, diventando una testimonial della campagna Acs #MeToo per tutte.

“Non è passato giorno nei miei nove mesi di prigionia in cui io non sia stata stuprata e picchiata” racconta tra le lacrime Dalal. Nell’agosto 2014, quando lo Stato Islamico ha invaso il nord iracheno, aveva 17 anni e viveva ad Hardan, un villaggio del Sinjar.  Sognava di diventare avvocato, di sposarsi, di avere dei figli. Invece alcuni uomini dello Stato Islamico l’hanno presa assieme a sua madre, le sue due sorelle, i suoi due fratelli e altre 20 persone del villaggio. Il padre si è salvato soltanto perché si trovava in un altro villaggio per motivi di lavoro. “Hanno diviso le donne dagli uomini. Noi siamo state vendute come schiave, mentre loro, anche i bambini, sono stati costretti a combattere. Non la smettevano di insultarci, di dirci che eravamo degli infedeli”. Da quel giorno inizia un calvario di nove mesi durante i quali la ragazza viene venduta a nove uomini diversi e obbligata a convertirsi. “Ci hanno detto immediatamente che noi eravamo musulmane. Il mio primo marito obbligava noi mogli a pregare rivolte alla Mecca, e se non lo facevamo ci picchiava duramente e ci privava del cibo”.

Nonostante le atrocità subite, per Dalal è stata proprio la privazione della sua fede la prova più dura. “Il dolore e l’orrore erano costanti e indescrivibili. Quando non violentavano me, assistevo agli stupri delle altre ragazze. Era orribile essere violentate e vendute, ma l’essere obbligate a pregare era ancora più insopportabile. Perché nel mio cuore vivevo e vivo ancora la mia religione”. Dalal ha riacquistato la libertà grazie al nono uomo che l’ha comprata. Stanco di vivere sotto lo Stato Islamico l’ha aiutata a fuggire. La giovane donna ha però pagato cara questa libertà, perché Isis per vendetta ha ucciso uno dei suoi fratelli. Un altro fratello di 12 anni ed una sorella di 14 sono riusciti a fuggire soltanto nel dicembre 2017. Mentre sua madre ed un’altra sorella sono ancora nelle mani del Califfato.

Oggi Dalal ha un unico obiettivo: aumentare la consapevolezza internazionale in merito al genocidio compiuto ai danni della comunità yazida e in particolare contro le migliaia di ragazze a cui è toccato il suo stesso tragico destino. “Una volta libera avrei potuto dedicarmi alla mia vita, ma ho sentito che per quanto fosse doloroso raccontare la mia storia, era essenziale per impedire che questo orrore accada ad altre donne, ragazze e perfino bambine”. Ecco perché anche Dalal si rivolge alle donne del movimento #MeToo: “Battetevi anche per noi che abbiamo subito violenza in nome della fede. Date voce alle tante di noi che sono state mercificate nell’indifferenza generale. Svegliate la comunità internazionale!“.

La campagna #MeToo per tutte è partita con una lettera aperta pubblicata da Acs sull'ultimo numero di Vanity Fair che si rivolge ad Asia Argento, Meryl Streep, Sharon Stone, Uma Thurman e a tutte le loro colleghe, cioè a quante, con il movimento #MeToo, hanno opportunamente richiamato l’attenzione del mondo sullo scandalo delle molestie sessuali subite dalle donne, in particolare nel mondo dello spettacolo. “Abbiamo voluto lanciare una provocazione – hanno spiegato Alfredo Mantovano e Alessandro Monteduro, presidente e direttore di Acs Italia – Per questo chiediamo a quattro famose attrici di prendere a cuore anche le decine di migliaia di donne che in molti Paesi, soprattutto quelli in cui dominano i fondamentalismi, subiscono violenze indicibili solo perché professano un’altra religione, nella maggior parte dei casi quella cristiana”. Insieme a Dalal, sono state scelte come testimonial Rebecca, una cristiana nigeriana schiavizzata dai terroristi di Boko Haram, e suor Meena una cristiana indiana violentata dagli estremisti indù. Parallelamente, è stata lanciata una raccolta di fondi destinati a specifici progetti di sostegno alle donne perseguitate.

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