La porpora per “dare voce al popolo che soffre”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:31

Nella regione congolese del Kivu, al confine con il Ruanda, la guerra civile ha causato oltre 5 milioni di morti negli ultimi dieci anni. E nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo si è diffusa una letale fake news : la gente crede che l’Ebola non esista e che ad infettarla siano i vaccini, iniettati ad arte da sicari governativi con l’intento di uccidere la popolazione. “Parlano di genocidio, rifiutano di farsi curare, si chiedono da dove sia partita l’infezione, e così il morbo anziché arginarsi si estende a macchia d’olio”, documenta la Fondazione Missio.

La geopolitica del concistoro

Fin dall’inizio della sua missione sul soglio di Pietro, papa Francesco ha messo  al centro del pontificato le periferie geografiche ed esistenziali. Anche nella scelta dei cardinali, il Pontefice arrivato “quasi dalla fine del mondo” delinea un profilo di Chiesa al servizio degli ultimi. Il terzo mondo non è solo la terra dei grandi numeri nelle vocazioni e nelle conversioni. E’ il polmone spirituale della Chiesa globalizzata del terzo millennio. Al popolo congolese, in particolare,  papa Bergoglio ha dedicato numerosi appelli all'Angelus per richiamare l’attenzione del mondo sulle sofferenze provocate dall’epidemia di Ebola e dalla situazione di strisciante guerra civile che imprigiona in una cronica conflittualità interna uno dei paesi più grandi dell’Africa. 

La “giusta strada”

Tra i 13 presuli che riceveranno la porpora il 5 ottobre c’è una figura che riscuote un crescente apprezzamento nelle Chiese giovani del terzo mondo: l’arcivescovo di Kinshasa, Fridolin Ambongo Besungu. Il cardinalato per lui, racconta a Vatican news, è “un incoraggiamento al lavoro che la Chiesa sta facendo in Repubblica Democratica del Congo al fianco della popolazione per una vita più dignitosa”. Un riconoscimento da parte del Pontefice e della Chiesa per “dare un po’ di voce al nostro popolo che soffre” e il segno che “la via scelta è quella giusta”, perciò “dobbiamo continuare a dare speranza ai congolesi”. Con la porpora concessa all’arcivescovo di Kinshasa, il Papa incoraggia “la lotta per una vita più dignitosa”. Monsignor Fridolin Ambongo Besungu è nato il 24 gennaio 1960 a Boto, diocesi di Molegbe. Dopo aver frequentato i corsi di filosofia nel seminario di Bwamanda e di teologia all’Istituto Saint Eugène de Mazenod, ha emesso la prima professione nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini nel 1981 e quella perpetua nel 1987. È stato ordinato sacerdote nel 1988. Ha conseguito la laurea in teologia morale all’Accademia Alfonsiana. Dopo l’ordinazione sacerdotale è stato parroco a Bobito (1988-1989), docente all’Università Cattolica di Kinshasa, superiore maggiore e vice-provinciale dei padri cappuccini della vice-provincia nella Repubblica Democratica del Congo, presidente nazionale dell’assemblea dei superiori maggiori (Asuma) e della circoscrizione dei frati minori cappuccini in Africa (Concau). Eletto Vescovo di Bokungu-Ikela, ha ricevuto l’ordinazione episcopale nel marzo 2005. È stato, inoltre, amministratore apostolico di Kole, presidente della commissione episcopale “Giustizia e Pace”, e amministratore apostolico di Mbandaka-Bikoro, prima di essere nominato arcivescovo della medesima arcidiocesi nel novembre 2016. Nel febbraio 2018 è stato nominato coadiutore dell’arcidiocesi di Kinshasa e nel novembre 2018 è stato nominato arcivescovo della medesima arcidiocesi.

Il ruolo della Chiesa

A inquadrare il  ruolo centrale svolto dalla Chiesa congolese nel processo di democratizzazione della nazione è padre Italo Iotti, sacerdote tra i Padri Bianchi (chiamati anche Missionari d’Africa) che per quarant’anni ha operato in varie zone del Congo. “Le sfide da intraprendere per la Repubblica Democratica del Congo sono chiare e nette: bisogna accompagnare la popolazione di modo che, a partire da una coscienza nei confronti della giustizia e del prossimo, diventi capace di vivere in pace, per costruire una società nuova”, evidenzia a Fides. Il faticoso cammino per avere istituzioni forti e lo stato di diritto è l’unico modo in cui il paese africano può esprimere tutto il suo potenziale. “Il territorio congolese ha una conformazione geografica molto variegata, dunque diventa necessario trovare diversi modi di incontrare la popolazione locale e di offrire loro la presenza religiosa e di sostegno allo sviluppo- sottolinea il missionario. Il paese si divide in tre grandi aree: ci sono i grandi nuclei urbani, la foresta e la savana”. Nelle città, per l’alta densità abitativa, si lavora per piccole comunità, si instaurano incontri anche più frequenti della messa domenicale. Nella savana e nella foresta, la presenza dei missionari ha sempre come priorità non solo la formazione e la vita religiosa, ma anche la realizzazione di alcuni servizi primari come la scuola, l’assistenza sanitaria, la cura della maternità, i dispensari o i centri di cura per la malnutrizione dell’infanzia. “A Sud est del paese, dove è più intenso lo sfruttamento minerario la scuola non è più frequentata, molti giovani vanno a cercare i diamanti e altri minerali preziosi. – racconta padre Iotti-. In altre aree invece la sfida è lo sviluppo”.

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