La missione di Bergoglio: 40 anni da mentore

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:36

Buenos Aires, 1979. Sono trascorsi esattamente quattro decenni da un anno determinante nel percorso umano e religioso del futuro Pontefice arrivato sul Soglio di Pietro “quasi dalla fine del mondo”. Jorge Mario Bergoglio, sacerdote dal 1969, termina nel 1979 il  suo mandato di Provinciale dei Gesuiti in Argentina (1973-1979) e partecipa al vertice del Consiglio episcopale latinoamericano per riaffermare il valore della tradizione culturale e religiosa della propria terra.

Al servizio delle nuove vocazioni 

Jorge Mario Bergoglio ha sempre amato profondamente la sua vocazione sacerdotale – sottolinea il Sismografo – Ha privilegiato costantemente il dovere e la fatica della formazione dei nuovi sacerdoti e la cura 'paterna' del vescovo per i suoi presbiteri. Come dedicò molto tempo e spazio ai candidati al sacerdozio e proseguì la sua opera di mentore anche quando il 20 maggio 1992 Papa Giovanni Paolo II lo nominò vescovo ausiliare di Buenos Aires. Nella casa gesuita per i giovani candidati al sacerdozio riteneva suo dovere condividere con loro tutti i compiti e tutte le fatiche della comunità: dalle azioni del quotidiano, domestiche, al familismo della preghiera, e dunque della contemplazione e della meditazione”.

L’identikit del sacerdote

Molte volte nei suoi discorsi Papa Francesco ha tratteggiato l'identikit del prete innamorato di Gesù, con addosso l'odore delle pecore e il sorriso dei padri. A conclusione del Giubileo dei sacerdoti Papa Francesco ha ricordato che il prete “secondo Gesù” è un buon samaritano per chi è nel bisogno, un pastore che rischia e si dona senza sosta al suo gregge, tiene le porte aperte ed esce a cercare chi non vuole più entrare perché nessuno deve perdersi. Il cuore del Buon pastore “è la misericordia stessa”, “non si stanca e non si arrende mai”. Il cuore del sacerdote, ha sottolineato Francesco, “è un cuore trafitto dall’amore del Signore; per questo egli non guarda più a sé stesso, non dovrebbe guardare a se stesso, ma è rivolto a Dio e ai fratelli. Non è più “un cuore ballerino”, che si lascia attrarre dalla suggestione del momento o che va di qua e di là in cerca di consensi e piccole soddisfazioni; è invece un cuore saldo nel Signore, avvinto dallo Spirito Santo, aperto e disponibile ai fratelli”.

L’inculturazione come metodo

In quattro decenni da mentore per le nuove vocazioni, Jorge Mario Bergoglio ha sempre orientato la sua azione alla lezione di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Papa Francesco evidenzia spesso come sia necessario creare le condizioni per un’evangelizzazione e tenere presente la situazione dove si evangelizza. La realtà è un aspetto fondamentale dei dinamismi che orientano lo sviluppo della convivenza sociale, tipico dell’America Latina ed hanno plasmato la Chiesa di quel continente. In quella parte di mondo, dove i signori cardinali sono andati a prenderlo, per riprendere la sua espressione della sera in cui fu eletto, sembra che abbiano custodito meglio quel deposito che vuole una fede meno teorica e statica e più dinamica e relazionale. Evidentemente anch’essa patrimonio ecclesiale, proprio perché incarnata. Questo non vuol dire che la fede sia tutta in Sud America. Sicuramente in quella parte di mondo per la sua storia, anche recente, e per il suo vissuto, hanno avuto origine condizioni che possono aiutare a capire meglio da dove ripartire oggi nel158 Il Concilio di Francesco l’evangelizzazione. Francesco ha ben presente la situazione dei barrios, delle carceri e di tutto quel mondo scartato, dove la relazione viene prima di una lezione e dove le condizioni nelle quali la gente vive non possono essere ignorate. Questo non vuol dire ignorare la dottrina ma distinguere l’indispensabile da ciò che viene dopo. È la parabola del buon Samaritano, non a caso presente, sotto forma di Chiesa Samaritana, nel fondamentale documento di Aparecida, prodotto alla V Conferenza Generale dell’episcopato Latinoamericano e del Caribe, dove l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio ebbe un ruolo centrale. Sembra che papa Francesco non parli mai di programmi bensì di stile di evangelizzazione, di situazioni, di condizioni. Quelle del suo pontificato le ha indicate, piuttosto esplicitamente, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium ispirata al Concilio.

Un’ecclesiologia conciliare

Mezzo secolo fa è cambiata per sempre l’immagine di Chiesa e con il pontificato di Francesco ne è compiuta espressione. L’ecclesiologia, secondo la definizione dell’Enciclopedia italiana, è “la dottrina circa l’esistenza, la costituzione, le note o caratteristiche individuanti della Chiesa”. Inaugurando nel 2012 l’anno accademico dell’Istituto Teologico Marchigiano nella sede di Fermo, il presidente della commissione episcopale per l’educazione cattolica Mariano Crociata ha affrontato proprio 218 Il Concilio di Francesco l’ecclesiologia del Vaticano II. Giovanni Paolo II ha definito il Vaticano II una “bussola” per il nuovo millennio e Benedetto XVI ne ha scritto come di un evento che “è stato e rimane un autentico segno di Dio per il nostro tempo”. Nel Vaticano II, evidenzia Crociata, si congiungono storia della rivelazione salvifica e discernimento del tempo in una tensione missionaria aperta al futuro. Un Concilio condensa, dunque, identità e missione. Fuori da ogni formalismo celebrativo o strumentalizzazione ideologica, un Concilio rappresenta il luogo di autorealizzazione e di autocomprensione della Chiesa, e come tale assume un valore normativo per essa. Giovanni Paolo II ha definito il Vaticano II una “bussola” per il nuovo millennio e Benedetto XVI ne ha scritto come di un evento che “è stato e rimane un autentico segno di Dio per il nostro tempo”. Questo, secondo Crociata, vale in maniera singolare per il Vaticano II, poiché a differenza dei Concili del passato, per la prima volta esso viene convocato non per difendere una dottrina minacciata, ma per promuovere la missione della Chiesa in questo tempo. In esso l’azione pastorale ordinaria, sotto la guida dei pastori e del loro magistero, viene ricompresa e riproposta in forma massimamente autorevole, perciò la Chiesa di oggi ha bisogno di riferirsi sempre di nuovo al Vaticano II per tenere fede a se stessa. Quindi, è palese che, pur nella ricchezza già dispiegata, si attende ancora di conoscere compiutamente la storia degli effetti di un evento le cui potenzialità si sono manifestate solo in misura limitata.

Un percorso coerente

L’evento conciliare non può essere racchiuso rigidamente nei confini temporali della sua celebrazione. Se si intende ecclesiologia nel senso di trattazione sistematica, andiamo incontro a legittime riserve circa la possibilità di parlare di una ecclesiologia conciliare, in ragione del fatto che si possono rilevare differenti prospettive sistematiche, seppure non equivalenti nello sviluppo né incoerenti tra loro. Crociata ritiene più appropriato riconoscere una varietà di elementi di comprensione della Chiesa sparsi in diversi documenti e soprattutto raccolti ed esposti in maniera ordinata e coerente nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium. Al fine di individuare l’immagine di Chiesa che il Vaticano II delinea, bisogna disegnare un percorso, seguire un metodo coerente. Ed è il Concilio stesso a indicare la strada, in corrispondenza con la finalità propria del suo carattere di evento che realizza e manifesta nella forma più alta la natura della Chiesa. Dentro la sua configurazione devono trovarsi i principi che hanno regolato il suo svolgimento e il suo compimento, e che come tali devono presiedere alla sua interpretazione e alla sua ricezione. Tali sono i principi che possono essere considerati fondamentali nell’accostamento al Concilio e ai suoi contenuti ecclesiologici, e cioè l’unità dell’evento, l’analogia dei testi, la circolarità del processo di interpretazione e di ricezione. L’unità dell’evento va riferita al proprio interno e, all’esterno, alla sua collocazione ecclesiale.

La pace come via al Vangelo

Quella sognata da Francesco è una Chiesa aperta, che esce da se stessa, si china sui poveri, si spalanca al mondo e all’umanità, sentendosene parte e sapendo di condividere la sua sorte e di avere contratto, in Cristo, un debito di servizio nei suoi confronti. Anche tale vivo e pressante afflato, che emerge da ogni parola e ogni gesto del papa, ci riporta al Concilio, e in particolare alla Gaudium et Spes, che costantemente sollecita la Chiesa ad aprirsi al mondo; non per perdere la sua identità, ma appunto per trovarla, in quanto essa esiste per la missione. E la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo non è altra cosa rispetto a quella dogmatica sulla Chiesa; ne è invece la naturale prosecuzione e il compimento. Essa indica alla Chiesa la via della solidarietà con il genere umano, al fine di adempiere al mandato di Cristo. La carità, che deve animare la Chiesa al suo interno e la rende sacramento di salvezza, la deve spingere anche verso l’esterno, in modo da trasmettere ciò che ha ricevuto e la costituisce, e assicurandone l’unità negli intenti e nella prassi.

Rinnovamento cristiano

Francesco, come i suoi predecessori, s’ispira al Vaticano II. Una delle sue tante esortazioni è: “Andare avanti sulla linea del Concilio Vaticano II [che] ha prodotto un irreversibile movimento di rinnovamento che viene dal Vangelo”, come egli ha sottolineato in una lettera al cardinale di Buenos Aires, Aurelio Mario Poli. Poi ai teologi ha detto: «Siate espressione di una Chiesa che è “ospedale da campo”, che vive la sua missione di salvezza e guarigione nel mondo». Il colore e la tonalità dell’azione corale usano metafore per parlare d’una situazione dilacerata, con molte piaghe e ferite, che ha bisogno di una comunità ecclesiale che organizzi un “servizio stradale della salvezza”. In questa situazione i primi atti di magistero (due encicliche e un’esortazione apostolica postsinodale) testimoniano continuità con le insistenze conciliari di una fede che si autopropone come luce in mezzo alle tenebre del mondo e come possibilità di gioia anche laddove la situazione è più drammatica. Inoltre, ampliano il panorama di riferimento dalla persona umana a tutti gli altri esseri viventi e allo stesso pianeta, come è palese soprattutto nella seconda enciclica. Il 10 novembre 2015, facendo visita ai delegati delle Chiese particolari italiane nel corso del V Convegno ecclesiale di Firenze, Francesco ha concluso il suo discorso esternando ciò che sogna per la nostra nazione: un’Italia ecclesiale inquieta, ma vicina agli scartati della vita, “lieta e col volto di mamma”, anche in tempi molto duri dal punto di vista economico e sociale. Insomma, capace di esprimere un umanesimo cristiano capace di contagiare.

Chiesa in uscita

Francesco ha iniziato il pontificato parlando di vescovo e popolo. Non ha detto solo “buonasera”, ma, e forse ci fa meno comodo, ha mostrato la vera dimensione della Chiesa messa in luce dalla stessa Costituzione dogmatica Lumen Gentium, che inizia non parlando della gerarchia, ma del mistero della Chiesa e subito del Popolo di Dio. Solo dopo si parla della gerarchia, che non è separata ma è parte del popolo. Questa dimensione della Chiesa evidenzia la comunione, l’unità, l’incontro, l’inclusione, una Chiesa senza barriere e muri, che esce e dialoga con tutti. “Chiesa in uscita”, la chiama Francesco.

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