“La fede non parte dagli obblighi ma dall'amore”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:43

Dopo aver incontrato vari gruppi di malati nell’Aula Paolo VI, che ha salutato anche all'inizio del suo discorso, Papa Francesco ha tenuto la consueta udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro, riprendendo la catechesi, introdotta la scorsa settimana, sui dieci comandamenti “parole di Dio al suo popolo perché cammini bene, parole amorevoli di un Padre”. Il S. Padre, senza papalina a causa del forte vento, ha ricordato che “Le dieci Parole iniziano così: 'Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile'. Questo inizio sembrerebbe estraneo alle leggi vere e proprie che seguono. Ma non è così. Perché questa proclamazione che Dio fa di sé e della liberazione? Perché si arriva al Monte Sinai dopo aver attraversato il Mar Rosso: il Dio di Israele prima salva, poi chiede fiducia. Ossia: il Decalogo comincia dalla generosità di Dio. Dio – ha aggiunto a braccio – mai chiede senza dare prima, mai. Prima salva, dà, poi chiede: così è il nostro Padre”. Questo porta a comprendere “l’importanza della prima dichiarazione: 'Io sono il Signore, tuo Dio'. C’è un possessivo, c’è una relazione, ci si appartiene. Dio non è un estraneo: è il tuo Dio. Questo illumina tutto il Decalogo e svela anche il segreto dell’agire cristiano, perché è lo stesso atteggiamento di Gesù che dice: 'Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi'. Cristo è l’amato dal Padre e ci ama di quell’amore. Lui non parte da sé ma dal Padre”.

“Spesso le nostre opere falliscono perché partiamo da noi stessi e non dalla gratitudine. E chi parte da se stesso… dove arriva? A se stesso!” ha proseguito il Papa, aggiungendo fuori testo: “E' incapace di fare strada, torna su di sé, è proprio quell'atteggiamento egoistico che la gente scherzando dice 'quella persona è io con me e per me, esce da se stesso e torna a sé'. La vita cristiana è anzitutto la risposta grata a un Padre generoso. I cristiani che seguono solo dei 'doveri' denunciano di non avere una esperienza personale di quel Dio che è 'nostro'. Porre la legge prima della relazione non aiuta il cammino di fede. Come può un giovane desiderare di essere cristiano, se partiamo da obblighi, impegni, coerenze e non dalla liberazione? – si è chiesto il Papa – Essere cristiano – ha proseguito a braccio – è un cammino di liberazione, i comandamenti liberano dal proprio egoismo, è l'amore di Dio che ti porta avanti. La formazione cristiana non è basata sulla forza di volontà, ma sull’accoglienza della salvezza, sul lasciarsi amare. Prima la salvezza – ha detto ancora a braccio – Dio salva il suo popolo nel mar Rosso poi nel Sinai gli dice cosa deve fare; ma quel popolo sa che quelle cose le fa perché è stato salvato da un Padre che lo ama. La gratitudine è un tratto caratteristico del cuore visitato dallo Spirito Santo; per obbedire a Dio bisogna anzitutto ricordare i suoi benefici”.

Questa logica porta a fare memoria dei doni di Dio. E il S. Padre ha proposto ai fedeli “un piccolo esercizio, in silenzio, ognuno risponda nel suo cuore: quante cose belle ha fatto Dio per me? E questa è la liberazione di Dio. Eppure – ha ammesso – qualcuno può sentire di non aver ancora fatto una vera esperienza della liberazione di Dio. Questo può succedere. Potrebbe essere che ci si guardi dentro e si trovi solo senso del dovere, una spiritualità da servi e non da figli. Cosa fare in questo caso? Come fece il popolo eletto. Dice il libro dell’Esodo: 'Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù (…) Dio se ne diede pensiero'. Dio pensa a me. L’azione liberatrice di Dio posta all’inizio del Decalogo è la risposta a questo lamento. Noi non ci salviamo da soli, ma da noi può partire un grido di aiuto. Signore, salvami – ha detto ancora fuori testo il S. Padre – Signore, insegnami la strada; Signore, accarezzami; Signore, dammi un po' di gioia. Questo è un grido che chiede aiuto. Questo spetta a noi: chiedere di essere liberati. Questo grido è importante, è preghiera, è coscienza di quello che c’è ancora di oppresso e non liberato in noi. Ci sono tante cose non liberate nella nostra anima: salvami, aiutami liberami, è una bella preghiera al Signore. Dio – ha concluso – attende quel grido, perché può e vuole spezzare le nostre catene; Dio non ci ha chiamati alla vita per rimanere oppressi, ma per essere liberi e vivere nella gratitudine, obbedendo con gioia a Colui che ci ha dato tanto, infinitamente più di quanto mai potremo dare a Lui”.

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