“Io, pachistana, vi racconto le persecuzioni contro i cristiani”

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Proseguono senza sosta le violenze conto i cristiani in Pakistan – Stato dell'Asia meridionale a larghissima maggioranza musulmana – nonostante l'elezione, lo scorso luglio, del nuovo primo ministro, Imran Khan.

“Finalmente possiamo cambiare il destino del Paese”, aveva esordito Kahn, ex capitano della nazionale di cricket e leader del Movimento per la Giustizia del Pakistan (Pit). Ma pochi giorni dopo il discorso di insediamento Binish Paul, una donna cristiana, è stata gettata dal secondo piano di un palazzo per aver rifiutato un matrimonio forzato con un connazionale musulmano e la conversione all'Islam. A compiere il folle gesto, proprio l'uomo che sarebbe dovuto diventare suo marito. Ora la donna, studentessa liceale di 18 anni, è in ospedale con gravi fratture alle gambe e alla spina dorsale.

A raccontare la storia è la Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. “I familiari chiedono non solo di sostenerli da un punto di vista legale ma di portare a conoscenza dei media internazionali questo ennesimo caso di persecuzione e violenza contro le minoranze religiose”, ha spiegato l'avvocato della ragazza, Tabassum Yousaf, anch'essa cristiana. “Oltre alle violenze – ha aggiunto – i genitori della vittima ha ricevuto anche minacce dai familiari dell'aggressore”.

L'omocidio Bhatti

Le persecuzioni contro i cristiani in Pakistan non sono nuove. E' infatti ancora vivo nella memoria dei fedeli il ricordo dell'assassinio di Clement Shahbaz Bhatti, Ministro per le minoranze religiose dal 2 novembre 2008 fino al giorno del suo assassinio, avvenuto a Islamabad il 2 marzo 2011. Quel giorno il veicolo su cui viaggiava fu attaccato da un gruppo di uomini armati, che aprì il fuoco sul ministro, ferendolo gravemente. L'autista riuscì a salvarsi, mentre Bhatti morì nel trasferimento in ospedale. L'omicidio a matrice religiosa fu poi rivendicato dal gruppo estremista “Tehrik-i-Taliban Punjab”. Secondo alcune fonti Bhatti, consapevole dei rischi che correva per aver difeso i cristiani pachistani sottoposti ad attacchi e violenze in diverse regioni del Paese, aveva chiesto al governo una scorta, che però non gli era mai stata concessa. Oggi il politico pachistano è venerato come servo di Dio dalla Chiesa cattolica, martire innocente della follia estremista. In quell'anno era Primo Ministro il mussulmano sunnita Mian Sharif, noto per la sua visione di Islam radicale. Ora, con l'arrivo al governo del Pit, molti cristiani sperano che qualcosa possa realmente cambiare.

Sul tema In Terris ha intervistato Zarish Imelda Neno, un’attivista pachistana di religione cristiana che lavora in un centro a Faisalabad dove decine di bambini studiano nonostante le loro condizioni economiche non lo permetterebbero. Zarish è nota in Italia perché scrive da freelance su blog e siti internazionali al fine di far conoscere al mondo la storia di questa tremenda persecuzione. 

Zarish, quale è la situazione attuale dei cristiani in Pakistan?
“E' peggiorata in questi ultimi anni. Penseresti che col tempo le cose vadano meglio, ma non è così: siamo sempre di fronte a situazioni di intolleranza, discriminazione e blasfemia. L’impatto di tutto questo su di noi è che viviamo costantemente nella paura: di trovarci in situazioni difficili, di venire uccisi o di perdere una persona cara. Spesso dico che la vita dei cristiani in Pakistan è come vivere in un campo in cui sono state sotterrate delle bombe e solo un passo sbagliato potrebbe farti saltare in aria. Ecco cosa significa essere cristiani in Pakistan”.

Nello specifico, quale è la situazione a Lahore, città che ha subito in questi anni diversi attacchi terroristici?
“E' molto difficile vivere qui. Lahore è la capitale della provincia del Punjab, la regione più intollerante di tutte rispetto al resto del Paese. La maggior parte delle notizie sulle persecuzioni infatti provengono da qui e dalle zone del Punjab”.

La sua famiglia – che è cristiana – ha mai subito episodi di intolleranza religiosa?
“Sì. Molte volte. Entrambi i miei fratelli in diverse occasioni sono stati invitati a convertirsi all'Islam. Anch'io sono stata discriminata. Studiavo fashion design in una scuola (che preferisco non menzionare per motivi di sicurezza). Un giorno entro in aula e trovo l’insegnante e le mie compagne impegnate nella preparazione del Milaad, una funzione musulmana che si celebra in onore del profeta Maometto. Quando mi sono seduta al mio posto e ho cominciato a lavorare, l’insegnante, nonostante sapesse che io sono cristiana, mi si è avvicinata e mi ha detto che si aspettava che anche io partecipassi alla celebrazione. Mi sono sentita offesa, ma educatamente le ho risposto che non l’avrei fatto. Irritata, mi ha detto che una sua vicina di casa, cristiana, ogni anno in occasione del Milaad si siede con loro per assistere alla funzione, senza alcun problema. Ha aggiunto che, se non avessi partecipato, non mi avrebbe più ammessa in classe. Mi sono sentita insultata e mi sono venute in mente le tentazioni di Gesù nel deserto. Questo mi ha dato forza e, nonostante le minacce, non sono andata alla celebrazione. Ovviamente, al rientro a scuola, l’insegnante mi ha vietato di sedermi in classe. Così non ho potuto completare il mio corso e ho dovuto cercarmi altri corsi”.

Come la popolazione (musulmana e non) giudica gli estremisti e gli attacchi?
“Possiamo dire che ci sono due gruppi di musulmani in Pakistan. Quelli che ci stanno accanto e quelli che sono contro di noi. Quelli che ci stanno accanto condannano gli atti degli estremisti e cercano di alzare la voce per noi. E poi ci sono quelli che stanno zitti e pensano che meritiamo di essere trattati in questo modo. Sfortunatamente, il secondo gruppo è più numeroso e questo è il motivo per cui affrontiamo ancora la persecuzione. Se più musulmani si alzassero e ci proteggessero da tale estremismo, le persecuzioni diminuirebbero”.

Cosa è la legge sulla blasfemia? Come viene applicata?
“Ci sono diverse leggi sulla blasfemia in Pakistan: una persona può accusare chiunque di blasfemia senza neanche il bisogno di presentare un testimone. Teoricamente, la legge proibisce la blasfemia contro qualsiasi religione riconosciuta, fornendo sanzioni che vanno dalla multa alla morte. Ma l'unico e vero scopo è quello di proteggere l'autorità islamica. Poiché il Pakistan è uno stato islamico e la religione dello stato è l'Islam, infatti, è dovere del Paese promuovere lo stile di vita islamico. Queste leggi erano il mezzo del governo per scoraggiare i pregiudizi razziali, tribali, settari e provinciali tra i cittadini”.

Crede che con il nuovo governo possa cambiare qualcosa per i cristiani?
“È troppo presto per dirlo. Possiamo solo aspettare e vedere. Molti cristiani hanno votato per il nuovo Primo Ministro e sembrano fiduciosi. Stiamo pregando affinché la situazione migliori sia per il Paese che per noi cristiani”.

Che cosa fate e quanti bambini sono assistiti nel vostro centro il Jeremiah education centre?
“Il Jeremiah Education Centre (Jec) è attivo in un’area di Faisalabad, in Pakistan, dove un numero crescente di bambini abbandonano le scuole a causa dei gravi problemi finanziari delle loro famiglie. La maggior parte provengono da famiglie distrutte o monoparentali, con padri caduti nella tossicodipendenza che abbandonano la famiglia lasciando le madri sole a sbarcare il lunario. Parlando con queste donne, ci siamo resi conto che nessuna di loro avrebbe voluto estromettere i figli da scuola, ma non aveva avuto altra scelta data la situazione economica. I ragazzi di una famiglia sono stati costretti a trovare lavoro mentre le ragazze sono rimaste a casa per prendersi cura dell’abitazione e dei fratelli più piccoli. Era evidente che i bambini avrebbero preferito andare a scuola piuttosto che restare a casa e che i loro genitori avrebbero voluto la stessa cosa. Volevamo fornire loro un ambiente sano dove potessero crescere come bambini e imparare tante cose lasciando alle spalle le preoccupazioni del mondo. Questa visione è la pietra angolare del Centro Educativo di Jeremiah. Oggi il Jec assiste le famiglie bisognose nella struttura a Daud Nagar, Faisalabad, e segue l’educazione di 50 bambini di età compresa tra 3 e 14 anni, pagando loro le tasse scolastiche così come i libri, le divise e le borse, in modo che non debbano mai sacrificare di nuovo la loro educazione a causa della povertà. Offriamo anche attività extra-curriculari, mentoring e catechismo per facilitare la crescita mentale e spirituale dei bambini e far loro acquisire esperienze salutari che li spingano un giorno a diventare cittadini compassionevoli e responsabili del mondo. Poniamo un’enfasi speciale sull’educazione e l’empowerment delle ragazze e insegniamo ai genitori che l’educazione delle loro figlie è ugualmente importante di quella dei loro figli. Inoltre, forniamo aiuto e sostegno ai genitori consegnando generi alimentari e beni di prima necessità, nonché aiutando le donne vittime di violenze e abusi domestici”.

Qual è l'obiettivo del progetto?
“Attraverso i nostri sforzi, cerchiamo di creare un ambiente sano dove educare questi bambini, che rappresentano il futuro della nostra Nazione, aiutandoli a diventare i pilastri di una società nuova, pacifica e rispettosa”.

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