Don Sturzo verso gli altari

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:27

Si è conclusa oggi nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Apostolico Lateranense, la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione di don Luigi Sturzo. La sessione pubblica è stata presieduta, su delega dell’arcivescovo Angelo De Donatis, vicario generale della diocesi di Roma, da monsignor Slawomir Oder, vicario giudiziale del Tribunale ordinario della diocesi di Roma.

L'iter della causa

Un lavoro, ha spiegato il sacerdote, che fu anche il postulatore della causa di Giovanni Paolo II, “iniziato nel 1997, formalizzato con la presentazione del Supplex Libellus nel 1999 e con la costituzione del Tribunale nel 2002, articolato attraverso l'escussione di più di 150 testimoni. Un lavoro notevole, come parimenti notevole è la figura di don Luigi Sturzo, il quale certamente eccelse in molti campi del sapere e dell'agire umano, in particolare della politica, ma che di se stesso usava ripetere: 'io sono sacerdote, non un politico'. E proprio perché sacerdote egli sentì la vocazione ad esercitare il proprio ministero in un campo diverso da quelli usuali, ma non meno importante, quello della politica, perché egli intendeva ricondurre tale umana attività alla sua finalità naturale di carità e di servizio”.

Impegno sociale

Mons. Oder nel suo intervento ha tracciato il profilo biografico di don Sturzo. Tra le altre cose, ha ricordato come a Roma, dove era arrivato per perfezionare gli studi teologici e giuridici, “constata la miseria estrema della gente di Trastevere. Siamo nel 1895. Così ricorda questa esperienza nella benedizione pasquale delle case: 'Per più giorni mi sentii ammalato e incapace di prendere cibo'. Il Signore lo chiamava così ad operare per sollevare anche la società civile e svolgervi il suo ministero sacerdotale a favore degli ultimi. Si impegna per ben 21 anni, dai suoi 28 ai 49 anni, a realizzare i princìpi della Dottrina Sociale della Chiesa sulla base dell’Enciclica 'Rerum Novarum' di Leone XIII: dapprima nella sua Caltagirone, dove, con la necessaria dispensa di San Pio X, fu prosindaco per quindici anni e poi nel Consiglio provinciale di Catania. Il Comune calatino smise così di essere feudo di interessi privati e divenne il motore istituzionale ed economico della città”.

Ideale cristiano

Don Sturzo “incarnò l’ideale cristiano di politica, che egli vedeva come esercizio di 'carità, ossia esigenza d’amore e di servizio a favore del prossimo, (…) ricerca ed attuazione del bene comune, (…) dovere civico e atto di carità verso il prossimo'. Con questi ideali nasce il suo primo proclama 'Ai Liberi e Forti' per la fondazione del Partito Popolare Italiano, in cui egli non intende impegnare direttamente la Chiesa, ma soltanto alcuni cattolici italiani, per una politica, che diventa l’espressione sociale di quanto si vive interiormente nella dimensione cristiana, ed in questo don Sturzo non è solo un pensatore coerente, ma è soprattutto un testimone della propria esperienza sacerdotale e interiore con Dio. Paga con un esilio di ventidue anni in Inghilterra prima e negli Stati Uniti poi, il non essersi piegato al regime fascista e, rientrato in Italia nel 1946, muore a Roma nel 1959, dopo che il presidente della Repubblica Luigi Einaudi lo aveva nominato Senatore a vita nel 1952, una nomina che don Sturzo aveva accettato solo dopo che gli era stata concessa la dispensa esplicita da parte di Pio XII”.

L'omaggio dei Pontefici

Mons. Oder ha citato alcune parole di don Sturzo: “Posso ben dire di aver servito con rettitudine e ardore una causa non indegna di un sacerdote cattolico, quando all'amore e al servizio per la patria ho unito quell'ideale cristiano e umano della pace, della elevazione dei lavoratori nella collaborazione tra le classi, delle libertà politiche quali garanzie di bene e di progresso, della ricerca della verità negli studi storici e sociologici, della difesa dei diritti della persona umana”. Un riconoscimento esplicito gli venne da San Giovanni XXIII che disse al suo segretario personale, mons. Loris Capovilla, “che don Sturzo 'non ha nulla da rimproverarsi. Altri dovrebbero chiedere perdono a lui. La Chiesa lo ringrazia per l’esempio di preclare virtù sacerdotali, l’onore resole con i suoi studi, le sue pubblicazioni, la sua generosa ed eroica accettazione dell'esilio e soprattutto di aver sempre lottato con amore e perdonato evangelicamente'”. Anche San Giovanni Paolo II lo pose ad esempio del clero mentre Benedetto XVI, il 30 settembre 2009 in Piazza S. Pietro, auspicava che “l’esempio luminoso ai Don Sturzo e la sua testimonianza di amore, di libertà e di servizio al popolo siano di stimolo e di incoraggiamento per tutti i cristiani e specialmente per quanti operano in campo sociale e politico, affinché diffondano con la loro coerente testimonianza il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa”.

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