Croce: via dalle aule italiane, ma in Spagna è nelle strade

ULTIMO AGGIORNAMENTO 8:35

Mentre in Italia, come pensieri ricorrenti, tornano a ondate cicliche le polemiche sul crocifisso nelle aule scolastiche, in tante cittadine spagnole, in un paese pur ampiamente secolarizzato e con accese frange di laicismo militante, sopravvive l’antica consuetudine di issare una croce agli angoli delle strade.

Il valore umano della pacificazione

E’ una presenza rassicurante, discreta, carica di valore che fa pensare a ciò che diceva un poeta innamorato di Dio come padre David Maria Turoldo. La croce prima di essere simbolo di morte, è simbolo di vita. Mentre il cerchio si chiude su se stesso, la croce si apre in tutte le direzioni e significa anche alternativa perché tra due strade che si biforcano c’è la possibilità di scegliere. La croce è simbolo di scelta, di libertà. Già dieci anni fa si era scatenato un inutile putiferio attorno alla decisione della Corte europea dei diritti umani sulla presenza del crocifisso nelle scuole italiane. E fu in quell’occasione che l’osservatore permanente della Santa Sede al Consiglio d’Europa, Aldo Giordano indirizzò la discussione in una direzione tuttora attualissima: “La croce è un simbolo che impressiona proprio perché unisce, raccoglie, va veramente al di là delle differenze, anche delle differenze di Credo”.  

Il diritto ad esistere di identità millenarie

Tra le tante riflessione sul tema ottenne particolare attenzione quella di padre Samir Khalil Samir, gesuita nato in Egitto, vissuto in Libano, professore all’Université Saint Joseph di Beirut, al Pontificio Istituto Orientale di Roma e alle “Facultés Jésuites de Paris”, fondatore e direttore in Libano del Centre de Documentation et de Recherches Arabes Chrétiennes, studioso di islam particolarmente apprezzato e ascoltato in Vaticano. “Il crocifisso ha un valore umano e umanistico”. E in effetti è oggi un simbolo cristiano che parte da un fatto: un uomo chiamato Gesù è stato condannato a morte per crocifissione dal prefetto romano Ponzio Pilato nell’anno 30. Il fatto è riportato da storici giudei e romani del primo secolo. “Da quest’atto volontariamente accettato dal Cristo (e dalla sua risurrezione affermata dai suoi discepoli) è nato il cristianesimo– osserva padre Samir-.Da allora, il crocifisso, oggetto di obbrobrio, è diventato simbolo di fede per miliardi di persone e più ancora simbolo di amore”. Gesù ha così rovesciato il senso della croce, a causa della propria vita: morendo, ha dato significato al fatto di dare la vita per altri. Così la croce, indipendentemente dal cristianesimo e dalla fede cristiana, ha preso un significato umanistico: dare la vita per salvare altri è l’atto umano più nobile. Ora, nel mondo contemporaneo, questa realtà è diventata rarissima. “Anzi, vediamo dappertutto nient’altro che atti di violenza per farsi giustizia- evidenzia il gesuita-. Atti di violenza che suscitano violenza più grande. Il crocifisso, ben inteso e ben spiegato ai bambini, è l’antitesi della violenza, come insegna San Paolo, nella sua lettera agli Efesini”.

Nessuna violazione dei diritti umani

La questione che in Italia contrappone da decenni i cattolici e certi settori laici è tornata recentemente di attualità alla luce delle parole del ministro dell'istruzione Lorenzo Fioramonti, il quale ha detto di ritenere l'esposizione della croce nelle aule scolastiche “una questione divisiva” e di preferire una “scuola laica”, suscitando reazioni di disapprovazione da parte del mondo cattolico, favorevoli da parte di atei e agnostici. L'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, nelle scuole, nelle aule di giustizia e nei seggi elettorali, è legittima o è in contrasto con i principi costituzionali di uguaglianza, di libertà di religione e di laicità dello Stato? L'ultima pronuncia giurisdizionale di rilievo è stata della Grande Camera della Corte europea per i diritti dell'uomo, che nel 2011, accogliendo un ricorso dell'Italia, ha ritenuto legittima l'esposizione del crocifisso: non può essere considerata un elemento di “indottrinamento”, hanno detto i giudici europei, e dunque non comporta una violazione dei diritti umani.

 

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