Card. Sako: “Resto vicino alla gente, sono un padre, un pastore, non un principe”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:32

E’il primo della lista dei nuovi cardinali. Sua Beatitudine Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei caldei, ha incontrato i giornalisti alla vigilia del concistoro.

Cosa significa questa nomina per il suo Paese? 
“E’ stata una sorpresa per me, l’ho saputo dai media ma penso che sia un premio per i cristiani che hanno molto sofferto. Ci sono state tante chiese attaccate, solo a Mosul, nella Piana di Ninive l’Isis ne ha distrutte 25. Questa nomina ha voluto dire che il S. Padre è presente, è vicino a loro, pensa a loro, non sono isolati e dimenticati. Ma è importante anche per tutto il Paese. Sono venuti a farmi gli auguri al Patriarcato molti musulmani, anche il presidente e il primo ministro. Penso che sia un appello per la riconciliazione tra i politici: solo il dialogo può risolvere i problemi, armi e guerra sono una rovina”.

Il problema, però, è l’atteggiamento degli islamici. 
“E’ un problema molto musulmano, nel senso che loro considerano l’Islam l’unica vera religione, gli altri l’hanno falsificata. Il Corano non ha un’esegesi come l’abbiamo noi per comprendere bene il senso. Ci sono leggi contro le minoranze. Devono imparare dalla nostra esperienza. Spesso gli dico ‘noi nel medioevo eravamo come voi’… non si può vivere nel deserto, hanno una mentalità tribale. Serve un cambio di criterio: tutti i cittadini hanno diritto di cittadinanza piena. Ora ci sono alcuni imam che iniziano a parlare così, penso che dopo Isis c’è stata una reazione timida ma ci vuole tempo”.

Con la sua nomina il Papa potrà venire in Iraq? 
“L’ho invitato tante volte ma la situazione politica non lo permette. Potrebbe venire in una giornata, fare preghiera ecumenica, salutare le autorità e magari dire la Messa a Erbil… Anche durante la nostra visita ad limina ha espresso la volontà di venire ma dipende dal contesto. La mia nomina personalmente non cambia niente, resto vicino alla gente, sono un padre e pastore, non sono un principe, deve essere chiaro. Come il Papa ci chiede, siamo servitori, gratuitamente e con gioia. Purtroppo, come dice a volte il Papa, noi pensiamo che lo spirito del mondo si è infiltrato nella Chiesa: bisogna aiutare il mondo a far entrare lo spirito di Dio e i valori umani e non pensare solo agli interessi, al petrolio, come fanno i poltici”. 

Il 7 luglio si terrà a Bari l’incontro ecumenico per il Medio Oriente: cosa si aspetta? 
“Noi vescovi caldei avevamo chiesto di fare qualcosa non solo per l’Iraq ma per tutto il Medio Oriente. Sono due i punti cruciali: il primo è il diritto di cittadinanza, cambiare la costituzione di questi Paesi, che sia basata sulla cittadinanza, sui diritti umani, sull’uguaglianza tra tutti. Forse io cristiano devo esser più rispettato perché è il mio Paese, la mia terra; loro sono venuti dal deserto, erano guerrieri quando già c’era una Chiesa strutturata, scuole, monasteri. Quindi separazione tra religione e Stato. Il secondo è politico: dire a questi capi di stato di pensare alla vita umana, non solo a interessi materiali. Fabbricare armi vuol dire rovinare il mondo. Voi occidentali l’avete capito dopo la Seconda guerra mondiale e da 70 anni vivete in pace: perché anche questa povera gente non ha lo stesso diritto? Se vogliono il petrolio possono prenderlo e lasciarci liberi… L’America non è agenzia di carità che esporta la democrazia… cercano i loro interessi ma gli iracheni devono vedere dove sono gli interessi degli iracheni”. 

La sua terra ha visto versare il sangue di tanti martiri. Cosa ne verrà? 
“Questo sangue dei cristiani è sangue di amore, di fedeltà alla fede, non è inutile, sono sicuro che sarà molto fertile. Non siamo la religone della morte, come fanno i suicidi dell’Isis. Non è questo; amare vuol dire andare fino alla fine”.

I cristiani torneranno in Iraq? 
“Prima della guerra erano 1,5 milioni. Ora, mancano le statistiche ma sono rimasti forse in 500.000 e chi va via non ritorna. Tra l’altro i media fanno molto male, sostengono che non c’è futuro per i cristiani e tra 10 anni non ce ne saranno più, quindi meglio andare via ora che quando sarà tardi”. 

La sua nomina aiuterà il dialogo? 
“Ne sono convinto. Le cose iniziano a cambiare. Per 35 anni c’è stato un regime secolare quasi laico. Gli iracheni sono moderati, questo è molto positivo. I ministri usano a volte un linguaggio religoso ma è politicizzato, quando ci incontriamo parlano in altro modo. La religone in questo mondo è fondamentale, si usa Dio dappertutto. La donna ha un ruolo decisivo: a volte dico che la soluzione viene dalle donne, perché sono loro che educano i bambini”.

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