Bergoglio attaccato per il Sinodo come lo fu Wojtyla per Assisi

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L'accusa al Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia arriva da settori tradizionalisti: autorizza riti pagani in Vaticano e nella parrocchia di Santa Maria in Transpontina, oltre a legittimare eresie dottrinarie.

Ispirazione comune

Nel 1986 dagli stessi ambienti ultraconservatori arrivano gli attacchi all’incontro interreligiosi di Assisi: consente agli animisti di sgozzare polli sull’altare della chiesa di Santa Chiara per compiere i loro riti, oltre a favorire il sincretismo religioso. Ieri ad essere criticato era San Giovanni Paolo II, oggi Jorge Mario Bergoglio. “Veniva da lontano, l’idea di una “via religiosa alla pace”- rievoca il decano dei vaticanisti Gianfranco Svidercoschi, ex vicedirettore dell’Osservatore Romano, amico e collaboratore di Giovanni Paolo II-. A lanciarla, per primo, era stato Dietrich Bonhoeffer. Infuriava il nazismo e l’eroico pastore luterano, fatto più tardi uccidere da Hitler, aveva proposto un’Assemblea mondiale delle Chiese cristiane che gridasse “la pace di Cristo al mondo impazzito e teso ad autodistruggersi“. 

Mezzo secolo dopo

Cinquant’anni dopo, la proposta era stata ripresa e attualizzata da un fisico e filosofo tedesco, Carl Friedrich von Weizsäcker, il quale ci aveva scritto un libro ed era andato a parlarne con Giovanni Paolo II. “Karol Wojtyla era pienamente d’accordo – racconta Svidercoschi -. Anche perché, appena eletto, aveva voluto incontrare il patriarca ortodosso di Costantinopoli, intendendo confermare l’impegno irrevocabile della Chiesa cattolica  e del nuovo Papa  nella ricomposizione dell’unità cristiana. Era andato anche nella Germania federale, primo Papa a mettere piede su quella terra dal tempo della Riforma”. Era andato in Inghilterra, patria dell’anglicanesimo, riuscendo a smantellare gli ultimi residui di anti-papismo. “E, nello stesso tempo, aveva ridato impulso al dialogo interreligioso, viaggiando dall’India (induismo) a Casablanca (islam), e compiendo la storica visita alla sinagoga di Roma – afferma Svidercoschi -. Viaggi e contatti erano stati estremamente istruttivi per papa Wojtyla. Anzitutto, era emerso chiaramente come il dialogo ecumenico non potesse consistere soltanto nell’incontro tra due Chiese a metà strada, e quindi nell’equilibrio tra i rispettivi compromessi, ma, al contrario, dovesse partire dal comune patrimonio di fede”.

Pietro guarda il mondo

Non solo, ma, allargando il discorso all’intero mondo religioso, Giovanni Paolo II aveva maturato la convinzione che la “sapienza” di Dio, anziché riservata solamente ad alcuni, fosse una porta spalancata a tutti gli uomini. “Un punto di convergenza in cui i credenti delle diverse religioni avrebbero potuto riconoscersi come figli di uno stesso Padre e, addirittura, come fratelli – precisa Svidercoschi -. Una preghiera mondiale per la pace In più, c’era da tener conto del continuo aggravarsi della situazione internazionale”. Alla fine, Giovanni Paolo II ebbe un quadro preciso, e ruppe ogni indugio: “Una preghiera di tutte le religioni per la pace, ecco che cosa ci vuole”. E decise che la città di san Francesco fosse la sede più adatta per un evento del genere. “E così fu- sottolinea Svidercoschi-. Per la prima volta, il 27 ottobre del 1986, ad Assisi, i rappresentanti di tutte le religioni, ossia di più di quattro miliardi di donne e di uomini, si trovarono a pregare nello stesso luogo, nello stesso momento, per chiedere all’Altissimo il dono della pace”. Le preghiere erano diverse. Diverso il modo di pregare. Diverso anche il “destinatario”, alcuni rivolgendosi a un Dio unico, altri a un Assoluto impersonale, senza nome.

 Comunione fraterna

“I musulmani pregavano il “Dio grande”, Allahu Akbar; mentre i pellirosse fumando il calumet della pace invocavano il “Grande Spirito” – spiega Svidercoschi -. Eppure, malgrado la molteplicità delle “voci”, e il doveroso rispetto della identità di ogni esperienza personale, si ebbe la chiara sensazione che ci fosse una comunione fraterna, una straordinaria armonia. Quella preghiera (dove, come in tutte le preghiere, avviene l’incontro tra Dio e l’uomo) obbligò le religioni a un esame di coscienza, a un atto di purificazione. Impegnandole a ripensare le cause all’origine dei conflitti, e quindi a tornare a essere costruttrici di una cultura di pace, e a ripudiare per sempre ogni forma di violenza, ogni legittimazione della guerra, del terrorismo”.

Spartiacque nella storia

La Giornata mondiale di preghiera per la pace (onorata dalla sospensione delle guerre in tutto il mondo, non una sola vittima) fu certamente l’iniziativa più audace, più coraggiosa, più “nuova” di Giovanni Paolo II, ma anche la più contestata. “Lo stesso Wojtyla, seppure in tono scherzoso, raccontò di come “per poco non lo scomunicassero”- afferma Svidercoschi-. Alcuni cardinali e non pochi curiali protestarono per il presunto sincretismo, per l’aver messo le religioni tutte sullo stesso piano. Ma non era stato così. Invece, quella Giornata rappresentò come uno spartiacque nella storia dei rapporti tra le religioni, dopo secoli di divisioni, di contrasti, di incomprensioni. Ed è stato un grande merito della Comunità di sant’Egidio, l’aver tenuta accesa la “fiaccola” di Assisi e averla portata in giro in tutto il mondo”.

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