“Benedetto XVI non si è mai pentito di essersi dimesso”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:41

Le dimissioni sono state una decisione lunga, ben pregata e sofferta, di cui non si è mai pentito. Il Papa è completamente in pace con se stesso”, spiega all'emittente Bayerischer Rundfunk l'arcivescovo Georg Gaenswein, segretario particolare di Benenedetto XVI e prefetto della Casa pontificia. Il Papa emerito non si è mai pentito delle sue dimissioni, quindi.

Un passo storico

L'11 febbraio del 2013, Benedetto XVI rinunciò al ministero petrino. Di fronte a un evento così clamoroso, la reazione dei mass media e il riflesso pavloviano dell’opinione pubblica si orientarono spontaneamente a immaginare un Ratzinger fragile e incapace di andare fino in fondo, malgrado questa raffigurazione contraddicesse la sua autentica fibra di difensore della Verità. Una determinazione testimoniata fino al gesto più estremo e radicale: l’abbandono del pontificato. Furono immediatamente riproposti da giornali e televisioni, come presagi dell’abdicazione, due interventi solenni di Joseph Ratzinger, quasi fossero segnali anticipati di un’attitudine a non portare a termine la propria missione. Il primo discorso era una meditazione per l’ultima Via Crucis di Giovanni Paolo II al Colosseo nella solennità del venerdì santo. “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, quanta superbia, quanta autosufficienza!”, tuonò il cardinale teologo al quale Karol Wojtyla aveva affidato l’elaborazione dei testi e che da lì a poco sarebbe asceso al Soglio di Pietro. Parole che, dopo la rinuncia al pontificato, a molti suonarono come un segnale rivelatore per la cupa disamina della situazione ecclesiale, per il fosco quadro di un contesto molto proibitivo da risanare, bonificare, riformare. Interrogativi pesanti come macigni: “Quanto Cristo deve soffrire nella sua stessa Chiesa? Quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Signore, salvaci”. E, ancora, in un crescendo di preoccupazione e inquietudine, la preghiera rivolta direttamente a Cristo mentre il suo Vicario, giunto quasi al termine dei suoi giorni, ascoltava dalla cappella del Colosseo, aggrappato al crocifisso. “Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti- proseguì Ratzinger-. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo. Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra, e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti da quella caduta; spera che tu, essendo stato trascinato nella caduta della tua Chiesa, rimarrai per terra sconfitto. Tu, però, ti rialzerai. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi”. Un'autocritica coraggiosa che, poco dopo la Via Crucis, ribadì, condannando la “dittatura del relativismo” nella “Missa pro eligendo Pontifice”, la celebrazione in apertura del conclave. Stigmatizzò le “correnti ideologiche” che hanno agitato “la piccola barca dei cristiani”: “marxismo, liberalismo, libertinismo, collettivismo, individualismo radicale, vago misticismo religioso, agnosticismo, sincretismo”. Non fece sconti il cardinale bavarese. E forse proprio questa franchezza spinse molti, dopo appena una manciata di votazioni, a eleggerlo Papa il giorno dopo la proclamazione del “fuori tutto”.

Nemici ed errori

In realtà, al di là delle fumose e dietrologiche interpretazioni “ex post”, la condanna ratzingeriana della sporcizia nella Chiesa era una lettura spirituale, le cui ricadute sul modo di governarla di Benedetto si riuscirono a valutare in tempi più lunghi.  Benedetto XVI ebbe numerosi avversari. E anche un nemico, inconsapevole e involontario, ma non per questo meno dannoso. Si trattava degli attacchi involontariamente autoprodotti a causa delle numerose imprudenze e dei frequenti errori dei collaboratori di Joseph Ratzinger. Benedetto XVI non è mai stato inconsapevole degli attacchi. Conosceva bene i rischi dei social e la necessità di migliorare le strategie di comunicazione della Santa Sede. Sotto il profilo comunicativo, lo choc divenne globale l’11 febbraio 2013, quando, a sorpresa, Benedetto XVI comunicò al mondo la sua decisione di rinunciare all’ufficio di romano pontefice. Un evento storico che lasciò dietro di sé tanti interrogativi. 

L'ora della verità

Due anni fa, a distanza di un lustro dalla rinuncia al pontificato, in occasione dei 91 anni del Papa emerito, fu presentato in Vaticano il documentario “Benedetto XVI, l’ora della verità”, proprio per fare luce sui motivi di tale scelta. La ricostruzione di quei momenti fu affidata al racconto di chi visse da vicino quel periodo storico, come il fratello del pontefice, Georg Ratzinger, l’ex portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi e il prefetto della Casa Pontificia, l’arcivescovo Georg Gänswein, per anni suo segretario personale. Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, fu uno dei discepoli teologici del professor Joseph Ratzinger e, nella ricostruzione di quei momenti, lasciò spazio a confidenze emozionanti. In particolare, ricordando la morte della sorella di Ratzinger, Maria, alla quale il Pontefice emerito è stato particolarmente unito, disse: “Il giorno dopo il Conclave, quando è entrato a Santa Marta per la colazione della mattina, era in bianco. Il nostro caro professore! Il nostro amico, sì, in bianco. Ci ha salutato uno ad uno e io gli ho detto: “Santo Padre, ieri durante la sua elezione ho pensato a sua sorella Maria e mi sono chiesto se forse lei ha detto al Signore “Prendi la mia vita ma lascia mio fratello”. E lui ha risposto: “Penso di sì””. Un altro passaggio chiave, riportato dal sito cattolico Aleteia, per provare a definire meglio la scelta di ritirarsi di Ratzinger, avvenne attraverso le parole di Padre Stephan Horn, suo assistente all’Università di Ratisbona, nonché amico e allievo: “Il suo medico gli aveva detto che non avrebbe potuto viaggiare in Brasile, per partecipare alla Giornata della Gioventù. Quindi decise di dimettersi prima”.

Perdita delle forze

Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana, ricordò la grande responsabilità che implicava l’esercizio del ministero del Vescovo di Roma e la maratona quotidiana di impegni, pubblici e privati (celebrazioni liturgiche, viaggi, udienze, lunghe riunioni di governo) che Joseph Ratzinger non avrebbe potuto garantire a causa della perdita naturale delle forze dovuta all’età. Secondo padre Lombardi, dunque, era evidente che questo era stato il vero motivo della rinuncia. L’arcivescovo Georg Gänswein negò sempre categoricamente che il motivo della rinuncia di Benedetto XVI fosse dovuto alla fuga di documenti riservati da parte del maggiordomo (lo scandalo Vatileaks) o al peso di dover affrontare la crisi causata dagli abusi sessuali da parte di persone di Chiesa. Significativamente Joseph Ratzinger annunciò in latino al mondo la sua rinuncia al pontificato perché il testo lo aveva concepito in quella lingua e i due errori ravvisati erano dovuti all’errata trascrizione della frase scritta nella sua grafia minuta che riusciva a decifrare solo Ingrid Stampa, appartenente al movimento spirituale di Schoenstatt, assistente di Joseph Ratzinger dall’inizio degli anni Novanta. La mancanza di forze sufficienti per governare la Chiesa, a cui Benedetto XVI attribuì la rinuncia al pontificato, lasciò aperto il campo alle interpretazioni, quasi come fosse una dichiarazione per far sapere al mondo di non avere più le energie necessarie per reagire a una situazione di crisi nella Chiesa, in conseguenza anche dello scandalo Vatileaks che comunque non negò mai che gli procurò una profonda e insuperabile sofferenza.

Nessuna fuga dalle responsabilità

Nel penultimo giorno di pontificato, Benedetto XVI ci tenne a dire di non aver abbandonato la Croce ma di essere rimasto ai piedi della stessa. Una risposta ferma a chi, come l’arcivescovo di Cracovia, Stanisław Dziwisz, ex segretario di Giovanni Paolo II, lo accusò in modo insolente di aver abbandonato il suo ministero, a differenza di Cristo che non scese dalla croce. Ratzinger si sottrasse alla responsabilità di far capire in quale contesto era maturata la sua drammatica decisione. E fece anche di più, a tutto vantaggio di colui che avrebbe preso il suo posto sul Soglio di Pietro. Per far luce su quanto accaduto nel crepuscolo del proprio pontificato Benedetto XVI affidò la relazione sullo scandalo Vatileaks a tre cardinali ultra-ottantenni, quindi non più elettori in conclave e fuori dalle logiche di un’elezione pontificia. Ciò significava consentire di indagare al massimo livello sulle responsabilità interne al Vaticano senza che le verità scoperte potessero entrare nella Cappella Sistina camminando sulle gambe di porporati inquisitori. A Julián Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi, Benedetto XVI assegnò l’incarico di venire a capo della fuga di documenti riservati e il compito venne svolto in profondità. Subito dopo la rinuncia al pontificato, Joseph Ratzinger crollò fisicamente e si temette addirittura per la vita: era molto fragile, pur conservando una strepitosa lucidità mentale. Ma poi, dopo un paio di settimane, si riprese e tornò a essere il formidabile maestro di dottrina, lo stesso che aiutò Karol Wojtyla in un quarto di secolo di pontificato. E che abdicando desacralizzò e demitizzò la figura del Papa, distinguendo in modo radicale e rivoluzionario la funzione dalla persona.

Segno di rigore

Un gesto che probabilmente avrebbe potuto compiere solo un rigoroso teologo proveniente dalla terra di Lutero, grande accusatore dei mali del papato e della corte vaticana. “Un gesto modernissimo che lasciò in quel momento la Chiesa, e il mondo, spiazzati e senza parole– osservò il vescovo Giancarlo Vecerrica-. La motivazione fu certamente l'impossibilità di procedere nella guida della Chiesa per il venir meno delle forze con l'età che avanzava. Decise così che, in futuro, avrebbe vissuto una vita da monaco, in contemplazione, e che avrebbe servito la Chiesa in altro modo, cioè pregando”.

 

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