Al Sinodo dei vescovi la condanna della tratta

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:52

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l Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia in corso in Vaticano è intervenuta una suora anti-tratta che all’assise episcopale ha portato la sua esperienza come leader della rete “Un grido per la vita”. Ha detto nell’aula sinodale suor Roselei Bertoldo, in prima linea in Brasile nella lotta al traffico delle persone: “La nostra presenza anche in Amazzonia è innegabile. Noi siamo e facciamo Chiesa. E al Sinodo siamo state convocate per avere una voce attiva. Noi reclamiamo di essere protagoniste, anche se sappiamo che manca ancora molto. Ad ogni modo noi continuiamo ad agire e a scavare spazi”. Per Suor Roselei Bertoldo, della congregazione del Cuore Immacolato di Maria la tratta delle persone è “un delitto invisibile e quindi poco notificato” che il Sinodo sull'Amazzonia contribuisce a fare emergere in tutta la sua gravità.

Vittime dello sfruttamento

La religiosa ha ricordato la “preoccupazione” e l'impegno del Papa contro la tratta sin dall'inizio del pontificato. “Possiamo e dobbiamo assumere la questione come una priorità – ha detto la suora -. Facendo anche un lavoro di prevenzione. La nostra Rete sta svolgendo un lavoro di sensibilizzazione in tal senso. Anche perchè quando le persone sono informate è più facile che denuncino le violenze subite”. Al Sinodo dei Vescovi che terminerà a fine settimana viene portato dunque il contributo di una suora in prima linea nella lotta alla tratta: “Il Sinodo riporta all'attenzione la piaga degli abusi e dello sfruttamento. Come Chiesa dobbiamo impegnarci per evangelizzare, contribuendo anche alla tutela delle tante vittime dello sfruttamento”. La religiosa ha raccontato anche i casi di “servitù domestica” e i tanti casi di ragazze ancora giovani che finiscono con il non studiare “abbagliate dalla trappola di migliori condizioni di vita e poi finiscono con l'essere sfruttate anche sessualmente”.

Il racket della prostituzione coatta

Un calvario raccontato in presa diretta nel libro “Donne crocefisse” da don Aldo Buonaiuto, sacerdote di frontiera della Comunità papa Giovanni XXIII impegnato a soccorrere ed accogliere le vittime della tratta. “Coloro che hanno il compito di scegliere le ragazze all’estero (soprattutto in Nigeria, Albania, Romania, Macedonia) per farle prostituire individuano e accostano quelle più adatte a conquistare i maschi – racconta don Buonaiuto -. Si tratta di ragazze sprovvedute, che neanche conoscono le lingue, che spesso non hanno frequentato la scuola e non si rendono conto neanche dove sono finite. Questi uomini, chiamati sponsor, promettono alle ragazze lavori onesti e bene retribuiti in Italia: babysitter, commessa, parrucchiera, con la prospettiva di una vita agiata e la possibilità di inviare i soldi alla famiglia”. Lo sponsor sostiene tutte le spese per fare i documenti, dai viaggi in aereo e  per la maggior parte arrivano attraverso i barconi nel Mediterraneo.  “Questa spesa ritorna, maggiorata da un lauto guadagno, attraverso la vendita delle ragazze alle madame e ai boss – evidenzia don Buonaiuto -. Lo sponsor cura anche la distribuzione e collocazione di gruppi di ragazze in appartamenti presi in affitto in nero, con canoni esosi. Le ragazze devono pagarsi anche l’affitto, oltre a vitto e vestiti. Sottratti loro tutti i documenti, nel giro di un paio di giorni, la madame svela loro l’inganno, inventando che c’è stato un contrattempo, che il lavoro per il momento non si trova e dicendo che la ragazza deve comunque pagare e, per guadagnare il denaro, deve necessariamente prostituirsi”. Le giovani sono portate nei negozi a comprare i vestiti e a ognuna di esse viene assegnata la piazzola (joint) dove deve attendere i clienti e, anche questa, viene pagata dalle prostitute. “Le madame, o i boss, hanno fretta di riavere il denaro pagato allo sponsor e lo rivogliono triplicato – ricostruisce il sacerdote impegnato da molti anni in prima linea contro il mercimonio coatto -. Viene insegnato alle vittime come abbordare i clienti e vengono stimolate a darsi da fare, vengono incitate, minacciate nelle loro piazzole. Al termine della serata, le poverette devono consegnare alla madame fino all’ultimo centesimo. Per pagare tutto il debito servono non meno di due o tre anni di lavoro e, se la somma non viene pagata entro il tempo stabilito, corrono gli interessi”. Ma quasi sempre le madame reclamano anche altri crediti dopo che la ragazza ha già finito di pagare il proprio debito, ad esempio, per restituirle il passaporto vengono chieste altre migliaia di euro.

Il ruolo della donna

Il ruolo delle donne nella Chiesa, nel senso di avere una maggiore voce in capitolo, continua quindi a tenere banco anche nell'ultima settimana di lavori al Sinodo dei Vescovi sull'Amazzonia. “Il Diritto canonico e la stessa teologia ci consentono di fare di più per le donne nella Chiesa – ha dichiarato il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay nel corso del briefing per fare il punto sui lavori sinodali -. Le donne possono gestire parrocchie, credo che dobbiamo fare molto di più per loro“. Sulla stessa lunghezza d'onda monsignor Ricardo Guzman, presidente della Conferenza Episcopale della Bolivia: “La partecipazione della donna nella Chiesa deve diventare più equa. In Amazzonia la maggior parte delle donne danno il loro prezioso contributo ma a livello decisionale sono quasi invisibili. Non c'è bisogno che il Vaticano ci dia indicazioni, è necessario che il cambiamento arrivi già a livello di piccole parrocchie. Quel che intendo dire è che le donne devono avere un ruolo effettivo nella Chiesa, il che vuol dire riconoscere alle donne un potere decisionale”. Il presule fa un esempio concreto: “Nella mia diocesi ho una vicaria pastorale e il modo in cui lei affronta il cammino pastorale è diverso da quello di un uomo. Le donne non impongono, chiedono suggerimenti investendo la comunità tutta”.

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