Accidia: il demone di mezzogiorno

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L’accidia, o pigrizia spirituale, giunge a rifiutare la gioia che viene da Dio e a provare ripulsione per il divino. (Catechismo della Chiesa cattolica n.2094) L'accidioso non sa faticare. Soprattutto non si sa dedicare. Nel nostro tempo vi sono uomini che non sanno coltivare a lungo neppure un amore (Salvatore Natoli). Questo peccato consiste nella perdita di interiorità, di desiderio, di passione e di interesse per la vita. E' proprio una “paralisi” dell'anima che ci blocca nel camminare verso Dio e verso gli altri. Corrisponde alle volte con la noia o la depressione, ma è una vera e propria “malattia dell'anima” che ci conduce verso il vuoto e non-senso di vivere.

Mal di vivere

L'accidia è il male di vivere, una malattia della volontà, un torpore dell'anima che ci rende tanto infelici e pieni di noi. E' proprio vero che “l'ozio è il padrone dei vizi” e c'è una pigrizia nella preghiera, nel lavoro (manuale, intellettuale, pastorale etc.) e nell'incontrare e stare con gli altri. La pigrizia è il male contemporaneo associato alla depressione (male oscuro) e all'isolamento (pensiamo alla patologia di tanti giovani chiamata Hikikomori che letteralmente significa “stare in disparte, isolarsi”, dalle parole giapponesi hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”).

Pigrizia

Chi è pigro non sta bene con se stesso e dove vive, si lamenta sempre degli altri, si sente spesso malato o debole e triste, non fa niente per cambiare il mondo (si inizia cominciando a cambiare prima se stessi), è inquieto interiormente e non è perseverante, ma anzi è inconcludente in ogni cosa che fa. Il monaco dei primi secoli cristiani Evagrio Pontico descrive in maniera geniale questo vizio: “Il demone dell’accidia, che è chiamato anche demone del mezzogiorno, è il più pesante di tutti; egli attacca il monaco verso la quarta ora, e assedia la sua anima fino all’ottava ora. Dapprima, egli fa che il sole sembri lento a muoversi, o addirittura immobile, e che il giorno sembri avere cinquanta ore. Lo forza a tenere gli occhi fissi sulla finestra, a saltar fuori dalla sua cella, a osservare il sole per vedere se è lontano dalla nona ora, e a guardare di qui e di là, se per caso qualcuno dei fratelli… Inoltre gli ispira avversione per il luogo in cui è, per lo stato della sua vita, per il lavoro manuale; e soprattutto gli ispira l’idea che la carità è scomparsa dai fratelli, che non c’è nessuno per consolarlo. Se poi qualcuno in quei giorni ha contrastato il monaco, il demonio si serve anche di questo per accrescere la sua avversione. Egli lo conduce allora a desiderare altri luoghi, dove finalmente possa trovare con facilità ciò di cui ha bisogno, dove potrà esercitare un mestiere meno penoso e che gli arrechi qualche vantaggio”.

Come si manifesta

Piacere a Dio infatti non è questione di luogo: dappertutto, è stato detto, può essere adorata la divinità. Aggiunge a questo il ricordo dei suoi familiari, e della sua esistenza di un tempo; gli raffigura quanto è lunga la durata della vita, mettendogli davanti agli occhi le fatiche dell’ascesi; mette insomma come si dice tutta la sua astuzia perché il monaco abbandoni la sua cella e fugga lo stadio”. Cosi commenta Don Bernardo Olivera ocr: “Le manifestazioni principali del 'demone del mezzogiorno' che è l’accidia sono: instabilità interiore e bisogno di cambiare (vagabondaggio dei pensieri e vagabondaggio geografico); attenzione eccessiva per la propria salute (preoccupazione per il cibo); avvérsione al lavoro manuale (ozio e pigrizia); attivismo incontrollato (sotto il manto della carità); negligenza per le pratiche monastiche (si minimizzano le osservanze); zelo indiscreto rispetto ad alcuni esercizi ascetici (estrema criticità nei confronti del prossimo); sconforto generalizzato (portico della depressione)”.

Consigli

Quali sono i rimedi o la terapia contro l'accidia:

lacrime di compunzione o di pentimento e sacramento della riconciliazione.

meditazione della Parola di Dio che è un “bagno di Luce” contro tutte le nostre tenebre.

Non perdere tempo, farsi una regola di vita e un programma giornaliero equilibrato e che ci siamo il tempo per ogni cosa: “Ora et Labora et Restora” (Prega e Lavora e Risposa).

meditazione sulla morte come riorganizzazione della propria vita e del tempo disponibile.

Pazienza, Resistenza e Perseveranza.

Preghiere

Concludo con due preghiere che avevo scritto tempo fa, la preghiera della formichina e quella dell'ape, simboli della laboriosità e della creatività.

Preghiera della formichina

“Signore, mi sento una formichina, che quando alle volte viene calpestata dagli uomini corre più veloce non per paura, ma per amare di più. Porto pesi più grandi di me, ma sono piccola, fragile e povera. La Grazia del tuo Amore mi dona la forza di un bufalo e le ali delle aquile per volare verso i 'Cieli dei Cieli'. Cammino per terra con lo sguardo sempre rivolto al Cielo, sono impastata di 'terra e di cielo' per costruire la città di Dio sulla realtà in cui vivo. Da sola, non ce la faccio a lavorare e portare le molliche del pane ai miei fratelli e alle mie sorelle, ma insieme agli altri che mi aiutano sono più forte. Porto il cibo anche per le cicale che cantano spensierate e muoiono di freddo e di fame l’inverno, provvedo per chi è irresponsabile e immaturo. Creatore dell’universo, costantemente lavoro, nel silenzio e nel nascondimento, mi organizzo socialmente e sono industriosa e creativa, ma tutto è dono tuo e ti chiedo di essere sempre strumento e serva inutile. Amen”.

Preghiera dell'ape

“Signore Gesù, voglio essere come un’ape piccola, laboriosa e che vola nel cielo lodando per le meraviglie che tu compi nel tuo giardino sulla Terra. Dolce Nome di Gesù, che mi attiri per la tua grandezza e per la tua bellezza, donami la capacità di cercarti nella «pecorella smarrita» tra i prati di fiori e nel campo del mondo malato di peccati amari. Signore, donami la grazia di essere creativo, diligente, prudente e di ronzare sui fiori di tutto un prato per ricavarne con discernimento un solo miele. Un poeta ha detto che il miele è un miracolo. Ha capito tutto, vero, Signore? (Nazareno Fabbretti). Il miele, che anticamente «cadeva dal cielo degli dèi», per noi cristiani rappresenta la manna dell’Eucarestia che ci dona luce, gioia, conforto nelle prove della vita. E, come ci ricorda un salmo: 'Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca' (Sal 119,103). Signore, donami parole dolci e non pungenti, accoglienti e non velenose, sapienti, per tutte le persone che incontro. Nell’ape, che è il simbolo della regalità, mi ricordi che sono figlio/a di un Re e che nelle mie vene scorre il nobile sangue blu mischiato al prezioso sangue rosso caldo e indelebile della croce. Dall’ape si ottiene la cera delle candele che vengono consumate come tu ti 'sciogli' d’Amore in Croce, la pappa reale per la crescita «in sapienza e grazia» dei bambini ed il cero pasquale, simbolo di Cristo risorto, frutto del lavoro delle api, simbolo della nuova luce che illumina ogni uomo e ci fa pregustare il Paradiso sulla terra. Amen”

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