A Napoli l'accoglienza è teologia

ULTIMO AGGIORNAMENTO 15:57

Il caldo venerdì di inizio estate trascorso a Napoli da papa Francesco ha un senso se si capisce cosa rappresenti nel suo pontificato la costituzione apostolica “Veritatis gaudium” sulle università e la facoltà ecclesiastiche promulgata un anno e mezzo fa. Lo dice lo stesso Francesco nel proemio del documento. La gioia della verità (“Veritatis gaudium”) esprime il desiderio struggente che rende inquieto il cuore di ogni uomo fin quando non incontra, non abita e non condivide con tutti la Luce di Dio. “La verità non è un’idea astratta, ma è Gesù, il Verbo di Dio in cui è la Vita che è la Luce degli uomini, il Figlio di Dio che è insieme il Figlio dell’uomo- spiega Jorge Mario Bergoglio-. Egli soltanto, «rivelando il mistero del Padre e del suo amore, rivela l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione”. Come sempre in papa Francesco, cielo e terra convivono nell’impegno concreto del pastore e del maestro di dottrina. Teologia e impegno sociale sono le gambe su cui cammina il Magistero del Pontefice arrivato da “quasi la fine del mondo”.

La custodia del creato

I popoli del Mediterraneo devono “rifiutare le tentazioni di riconquista e di chiusura identitaria” che «nascono, si alimentano e crescono dalla paura». Da Napoli,  intervenendo a un convegno su “La Teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo”- Papa Francesco ha lanciato  un forte appello a un dialogo “sincero” tra le realtà plurireligiose del “mare del meticciato”, “geograficamente chiuso rispetto agli oceani, ma culturalmente sempre aperto all'incontro, al dialogo e alla reciproca inculturazione”. E, riferisce l’Agi, il Pontefice, riferendosi all'ebraismo e all'Islam, ha esortato a comprenderne “le radici comuni e le differenze” per contribuire a una società fondata sulla convivenza pacifica. “Con i musulmani siamo chiamati a dialogare per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città; siamo chiamati a considerarli partner per costruire una convivenza pacifica, anche quando si verificano episodi sconvolgenti a opera di gruppi fanatici nemici del dialogo, come la tragedia della scorsa Pasqua nello Sri Lanka”. Il Papa ha ricordato come il Mediterraneo sia “da sempre luogo di transiti, di scambi, e talvolta anche di conflitti» e che oggi “ci pone una serie di questioni, spesso drammatiche”.

Chi accoglie il bisognoso onora Dio

Occorre una “teologia dell'accoglienza” per la “costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e anche per la custodia del creato”. Il «dialogo non è una formula magica, ma certamente la teologia viene aiutata nel suo rinnovarsi quando lo assume seriamente, quando esso è incoraggiato e favorito tra docenti e studenti, come pure con le altre forme del sapere e con le altre religioni”. L’ispirazione alla “teologia dell’incontro” deriva nel pontificato di Bergoglio dallo spirito di Assisi. “Per la prima volta, il 27 ottobre del 1986, ad Assisi, i rappresentanti di tutte le religioni, ossia di più di quattro miliardi di donne e di uomini, si trovarono a pregare nello stesso luogo, nello stesso momento, per chiedere all’Altissimo il dono della pace. Le preghiere erano diverse- racconta il decano dei vaticanisti, Gianfranco Svidercoschi,ex vicedirettore dell’Osservatore Romano, inviato per l’Ansa al Concilio Vaticano II, amico personale di Karol Wojtyla e suo collaboratore per testi fondamentali del suo pontificato-.Diverso il modo di pregare. Diverso anche il “destinatario”, alcuni rivolgendosi a un Dio unico, altri a un Assoluto impersonale, senza nome. I musulmani pregavano il “Dio grande”, Allahuakbar; mentre i pellirosse fumando il calumet della pace invocavano il “Grande Spirito”. Eppure, malgrado la molteplicità delle “voci”, e il doveroso rispetto della identità di ogni esperienza personale, si ebbe la chiara sensazione che ci fosse una comunione fraterna, una straordinaria armonia. Quella preghiera – dove, come in tutte le preghiere, avviene l’incontro tra Dio e l’uomo – obbligò le religioni a un esame di coscienza, a un atto di purificazione. Impegnandole a ripensare le cause all’origine dei conflitti, e quindi a tornare ad essere costruttrici di una cultura di pace, e a ripudiare per sempre ogni forma di violenza, ogni legittimazione della guerra, del terrorismo”.

L’eredità di Buenos Aires

Per inquadrare nella sua profondità di analisi la lezione del Pontefice a  Napoli occorre fare un passo indietro e capire bene chi è l’uomo di Dio asceso sei anni fa al Soglio di Pietro. Severo gesuita dalle sobrie abitudini, Jorge Mario Bergoglio amava girare per la sua città in autobus, vestito da semplice prete. A 35 anni era già il Provinciale, cioè il capo dei gesuiti d’Argentina. Nella prova terribile della dittatura militare, Bergoglio si mosse per salvare preti e laici dai torturatori. Di lui si diceva prima del conclave: «Gli basterebbero quattro anni per cambiare le cose». Pessimi i rapporti con Menem e Duhalde, gelidi con de la Rua (Bergoglio andò a trovarlo il 12 dicembre 2000 per avvertirlo del rischio di una rivolta popolare, scoppiata un anno dopo), freddi appunto con Kirchner, che non ha seguito tra la folla sulla piazza della Casa Rosada (la cattedrale era stracolma) la messa celebrata da Bergoglio in morte di Wojtyla. Buone invece le relazioni con Luis D’Elia e il movimento dei piqueteros: un giorno Bergoglio chiamò il ministro dell’Interno per lamentarsi della polizia che manganellava una donna inerme. In America Latina la sua battaglia gli ha guadagnato la stima dei leader del movimento per i diritti umani, come Alicia de Oli veira, e il rispetto delle madri di Plaza de Mayo, durissime nei confronti della gerarchia cattolica. Bergoglio non si è mai piegato ai caudillos , militari o politici, che si sono alternati alla guida dell’Argentin. Condivide l’impostazione politica del suo predecessore, l’arcivescovo emerito di Buenos Aires Antonio Quarracino, non lontano dall’ala popolare dei peronisti. La sua biografia offre spunti di comprensione per la “rivoluzione” che sta realizzando sul Soglio di Pietro. Bergoglio ha studiato e si è diplomato come tecnico chimico, ma poi ha scelto il sacerdozio ed è entrato nel seminario di Villa Devoto. Da arcivescovo della capitale ha vissuto l'esperienza traumatica del default del 2001, con le strade invase dal rumore assordante delle “cacerolas“. Fu accanto agli argentini che protestano contro le politiche neoliberiste e che scesero in piazza a milioni battendo sulle pentole. Erano gli anni del fallimento dell’Argentina e l'arcivescovo di Buonos Aires criticò apertamente le scelte di Nestor Kirchner, ritenendole incapaci di risolvere la crisi, anzi, colpevoli di aggravare la povertà nel quale erano confinati troppi argentini.

Il legame con Assisi

A Napoli, davanti a una platea composta dai teologi di una delle facoltà più prestigiose d’Europa, Jorge Mario Bergoglio si è ricollegato idealmente alla “scuola di dialogo” del predecessore da lui canonizzato: Karol Wojtyla. Con la mente rivolta al primo incontro interreligioso della storia. “La Giornata mondiale di preghiera per la pace, onorata dalla sospensione delle guerre in tutto il mondo, non una sola vittima, fu certamente l’iniziativa più audace, più coraggiosa, più “nuova”, di Giovanni Paolo II, ma anche la più contestata- rievoca Svidercoschi-. Lo stesso Wojtyla, seppure in tono scherzoso, raccontò di come “per poco non lo scomunicassero”. Alcuni cardinali e non pochi curiali protestarono per il presunto sincretismo, per l’aver messo le religioni tutte sullo stesso piano. Ma non era stato così. Invece, quella Giornata rappresentò come uno spartiacque nella storia dei rapporti tra le religioni, dopo secoli di divisioni, di contrasti, di incomprensioni. Ed è stato un grande merito della Comunità di sant’Egidio, l’aver tenuta accesa la “fiaccola” di Assisi e averla portata in giro in tutto il mondo”. A Napoli, nelle sette cartelle di intervento di Francesco e nelle riflessioni aggiunte a braccio, ha soffiato forte lo “spirito di Assisi”.

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