A Bari i vescovi in cammino nel Mediterraneo

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Una città che ospita venti Paesi. Si veste di ecumenismo Bari, che da oggi fino al 23 febbraio accoglie 58 vescovi delle Chiese di tre Continenti nell'incontro di riflessione e spiritualità Mediterraneo Frontiera di Pace, voluto dalla Conferenza Episcopale Italiana per meditare sulle domande che si increspano fra le onde del mare che gli antichi chiamavano “nostro”, in segno di rispetto comunitario. La proposta dell'incontro è partita dal presidente della CEI, cardinale Gualtiero Bassetti, che nel gennaio 2018 annunciò al Consiglio permanente della Cei l'idea di un incontro  sulla pace fra i vescovi del Mediterraneo. Ad ispirare il cardinale Bassetti è Giorgio La Pira: il “sindaco santo” di Firenze, che spese la sua vita nella riconciliazione fra i popoli, ha suscitato con il suo esempio l'idea di una profonda meditazione sul “mare di mezzo”. Sua la profezia-cardine che anticipa l'incontro: quella del Mediterraneo quale ingrandito lago di Tiberiade del mondo intero. Perché se il lago unisce la triplice famiglia di Abramo (Cristiani, Ebrei e Musulmani), allo stesso modo il mare nostrum unisce fedi diverse eppure unite nella fecondità della Parola. 

Essere frontiera

Nel marzo 2018, incontrando i patriarchi cattolici d'Oriente, Bassetti lanciò l'evento. A ottobre, l'iniziativa fu presentata alla Facoltà Teologica della Puglia, con l'indicazione della parola “frontiera” quale chiave di lettura per decifrare la ricchezza, non solo materiale, del Mediterraneo. Per questo il prelato, in comunione con il pensiero di La Pira, ha voluto che nella fase preparatoria l'Incontro fosse accompagnato e sostenuto dai monasteri. Per questo ha chiesto alle monache agostiniane di Pennabilli di creare una rete di preghiera per il Mediterraneo. “Ma non solo – dichiarano a Interris.it le monache agostiniane raggiunte telefonicamente -, perché il cardinale Bassetti ci ha anche chiesto di riflettere e meditare in anticipo sui temi che saranno toccati nell'incontro episcopale a partire da oggi”. Anche in questo ci sono le orme di La Pira, che con le monache di clausura di tutto il mondo intratteneva una fitta corrispondenza epistolare: “Il cardinale Bassetti ci ha chiesto di coordinare una rete di monasteri che si affacciano sul Mediterraneo. I monasteri coinvolti sono nove. Oltre alla nostra Comunità di Pennabilli e alle Agostiniane di Rossano Calabro, ci sono le Clarisse di Gerusalemme, Scutari (Albania) e Alessandria d'Egitto, le Carmelitane di Tangeri (Marocco) e Aleppo, le Religiose dell'Ordine Maronita del Libano e la Piccola Famiglia dell'Annunziata (Dossetti) di Ain Arik, a Ramallah. Si tratta di realtà che si affacciano sul Mar Mediterraneo – anche noi ci sentiamo bagnate dallo stesso mare. Per questo, abbiamo ragionato sulla provenienza geografica, individuando le realtà dove ci sono problematiche di diverso genere. Da questi spunti è partito il nostro lavoro di riflessione e preghiera, che ha infine portato alla redazione del documento finale”. 

Grido dell'umanità

Il coinvolgimento di donne religiose di vita contemplativa è fondamentale. “Per noi monache è stato un grande dono – dichiarano le Agostiniane – perché ci siamo fatte raggiungere dal grido dell'umanità mettendo il nostro pensiero al servizio della Chiesa. In secondo luogo, siamo anche entrate in contatto con altre realtà monastiche, e questa rete è bellissima, perché ci fa sentire parte viva ed espressiva della Chiesa oggi”. Sarebbe, tuttavia, riduttivo considerare la partecipazione dei monasteri come una mera inclusione della donna in un progetto di dialogo: “È indubbio che la Chiesa, e l'umanità tutta, abbia bisogno di vedere la realtà in una certa complementarietà. Ma va ricordato che si tratta, appunto, di uno sguardo complementare. La sensibilità femminile ha caratteristiche sua proprie, dalla contemplazione praticata da noi religiose tanto quanto l'ascolto, che permettono di entrare nel pensiero attraverso la parte affettiva. La donna è chiamata a guardare oltre, basti pensare alla gravidanza, materializzazione di un presente che proietta orizzonti. La donna può senz'altro dare un contributo importante all'umanità”.

La vocazione del Mediterraneo

“Che cosa Dio vuole dal Mediterraneo?” è la domanda che sembra risuonare nel cammino iniziato quest'oggi e che si concluderà con un documento che sarà consegnato personalmente a Papa Francesco, che raggiungerà la città di San Nicola domenica prossima. Sebbene il “forum” si tratti di un incontro episcopale a porte chiuse, il metodo adottato è quello sinodale, con una fase di ascolto fra circoli minori e la redazione conclusiva di un documento preparatorio, redatto coinvolgendo sia religisi che vescovi laici. Interris.it ha chiesto una chiave di lettura di questo percorso della Chiesa nel Mediterraneo a Giuseppina De Simone, coordinatrice della specializzazione in teologia fondamentale con indirizzo in teologia dell'esperienza religiosa nel contesto del Mediterraneo alla sezione sezione San luigi della Facoltà teologica di Napoli. De Simone è anche membro del Comitato organizzatore scientifico dell'Incontro dei vescovi del Mediterraneo.

Prof.ssa De Simone, cosa rappresenta questo cammino “sinodale” della Chiesa che s'inaugura oggi?
“Credo sia importante proprio per il taglio sinodale che si è scelto di dare a quest'incontro dei vescovi del Mediterraneo. È un'occasione preziosa in cui poter raccontare la realtà viva della Chiese da cui i provengono i vescovi, maturare una visione comune e tessere quella trama di collaborazione e comunione, che rende la Chiesa segno vivo di speranza”.

L'incontro del Mediterraneo rientra appieno nella missione sociale della Chiesa?
“Sì, missione sociale che non va mai disgiunta da quella apostolica. Il Vangelo che la Chiesa  annuncia non è una parola disincarnata, ma è parola di speranza che spinge a denunciare le situazioni di ingiustizia e di sofferenza. La Chiesa sta dalla parte degli ultimi e dei poveri e questo cammino lo dimostra nella sua pienezza”.

Quali sono i temi che tratterà l'incontro?
“Il Mediterraneo è un contesto particolare che ha grandi risorse, potenzialità, ma presenta sfide altrettanto grandi. È luogo di conflitti, alcuni dei quali dimenticati e taciut. È un luogo in cui è  presente anche una diversità di tradizioni culturali e religiose non sempre facili da comporre.. È uno spazio segnato dai flussi migratori dietro i quali ci sono situazioni di guerra, di miseria, povertà da cui la gente fugge. Tali questioni, che segnano il contesto del Mediterraneo, sono altrettante sfide da assumere per un rinnovato annuncio del Vangelo”.

Ciò rientra in una riflessione sull'evangelizzazione?
“Sì. Far risuonare l'annuncio del Vangelo significa portare la Parola, che è una Parola di senso, di affermazione della dignità di ogni uomo, di fratellanza possibile. Il contesto del Mediterraneo attesta la necessità dell'incontro. La storia del Mediterraneo è fatta di intrecci, è quello che Papa Francesco al Convegno della Facoltà Teologica a Napoli ha definito il mare del meticciato'. Il Mar Mediterraneo ci insegna che è impossibile pensarsi senza l'altro ed è su questo che occorre far leva, sperimentando una fraternità possibile, una fraternità che non è da cercare nonostante la fede, ma va costruita nel nome di Dio, perché è nel Suo nome che possiamo scoprirci fratelli”.

In questo senso, come può aiutare il Mediterraneo a concepire un nuovo modo di evangelizzare?
“Il Mediterraneo ci aiuta a farlo. Se noi pensiamo a luoghi dove la Chiesa è minoranza, ci rendiamo conto di come la fedeltà al Vangelo sia vissuta in una capacità di incontro e di accoglienza che non fa proselitismo ma riconosce Dio anche nella fede dell'altro. È, dunque, prima di tutto importante la tessitura di trame di fraternità e dialogo perché è questo il primo annuncio del Vangelo”.

L'incontro, organizzato dalla Cei, si apre nel segno di Giorgio La Pira. Qual è la sua eredità?
“La Pira parlava di una 'vocazione' del Mediterraneo, questo mare che divide ma unisce, che è spazio di incontro e scontro, lo spazio del tra. È anche il luogo dove bisogna ascoltare la voce della gente semplice, di quanti cioè, nella semplicità della loro esistenza quotidiana, sanno accogliere. L'essere gli uni contro gli altri è il frutto di operazioni che strumentalizzano le paure, il senso di incertezza e precarietà, per l'affermazione di un potere. La storia del Mediterraneo, al contrario, ci dice che c'è ancora spazio per narrare il bene, dar vita a nuove narrazioni – per mutuare le parole di Papa Francesco”.

Nella fase preparatoria all'incontro, il cardinale Bassetti ha affidato il cammino della Chiesa a una rete di monasteri. Che cosa significa?
“Questo coinvolgimento ha un significato particolare, perché dice quanto la preghiera sia alla radice della Chiesa ed apra all'azione della Grazie. È la Grazia di Dio che trasforma la storia. In questo senso, i testi di riflessione che i monasteri hanno saputo esprimere sono di una profondità incredibile. Come ha ricordato il cardinale Bassetti, le riflessioni dei monasteri hanno quella profondità e penetrazione della realtà che può nascere soltanto dalla vita contemplativa”.


Papa Francesco di fronte alla Basilica di San Nicola a Bari il 7 luglio 2018 – Foto © Ansa

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