40 anni fa Papa Wojtyla sulla Marmolada

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:10

In alta quota si sentiva a casa. A 40 anni dalla visita di Papa Giovanni Paolo II sulla vetta della Marmolada, lunedì 26 agosto (ore 11) una messa nella chiesetta di Punta Rocca ricorderà questo anniversario. “La messa verrà celebrata nella Grotta Cappella della Madonna delle Nevi, dove è ancora conservata la statua consacrata dal Santo Padre nel 1979 – riferisce l’Ansa-. L'immagine dell' emozionante visita di Papa Wojtyla tra le vette e la neve della Marmolada è impressa nei ricordi di molti pellegrini”. La rassegna “Marmolada -Move to the Top” presenterà nell'occasione un video per far rivivere quel 26 agosto 1979, con i ricordi di Lino Zani, sua guida e accompagnatore in montagna. La messa sarà celebrata dal Vescovo di Belluno-Feltre monsignor Renato Marangoni e sarà accompagnata dal coro parrocchiale San Biagio di Alleghe e dalla voce di Greta Marcolongo. L’occasione per ricordare un pontificato che è stato fino alla fine una testimonianza evangelica. Giovanni Paolo II restò al suo posto fino alla fine. Una grande lezione di umanità su come saper vivere le diverse stagioni della vita.

Il valore della persona

Nel maggio 2010, sull’Osservatore Romano, il suo medico personale Renato Buzzonetti raccontò a Wlodzimierz Redzioch la malattia di Karol Wojtyla. Quando fu eletto Papa il 16 ottobre 1978 sembrava che quest'uomo vigoroso e infaticabile non avrebbe mai avuto bisogno dei medici. Tutto cambiò il 13 maggio 1981:  i proiettili non lo uccisero ma minarono gravemente la sua salute di ferro. “Da allora Giovanni Paolo II divenne anche un “uomo dei dolori”:  pian piano il Parkinson e i problemi osteoarticolari lo immobilizzarono e lo resero prigioniero del suo corpo – evidenzia Redzioch-. Tuttavia il Papa continuò la sua missione e non volle nascondere i suoi mali:  non per esibizionismo, ma per rivendicare il valore e il ruolo nella società di ogni persona, anche malata o minorata. Le ultime settimane di vita terrena furono i giorni del suo calvario, e il Pontefice che aveva insegnato al mondo come vivere, in quel periodo aiutò a capire come affrontare la morte”. Al suo fianco Renato Buzzonetti: “Wojtyla era un paziente docile, attento, desideroso di conoscere la causa dei suoi mali leggeri o gravi, ma senza la curiosità esasperata, seppur comprensibile, di tanti malati. Era molto preciso nella segnalazione dei sintomi di cui soffriva, lo faceva per la determinazione a voler guarire presto e poter tornare al più presto al lavoro e, ancor prima, a pregare nella sua cappella, con un atteggiamento che ha mantenuto fino all'ultimo. Giovanni Paolo II non ha mai mostrato momenti di scoramento davanti alla sofferenza, affrontata con coraggio e consapevole accettazione. Come tutti i malati, non amava le iniezioni, ma le sopportava con l'intento di guarire presto”. Rievocò l’archiatra pontificio: “Notai i primi sintomi del Parkinson attorno al 1991, ma penso che non ci sia stato un momento circoscritto e preciso in cui il Papa scoprì di avere questa malattia, per tanto tempo ha sottovalutato soggettivamente alcuni disturbi e solo tardi cominciò a chiedere spiegazioni sul tremore. Io gli dicevo che il tremore è il sintomo più evidente di quella patologia neurologica, ma che di per sé il tremore non ha mai ucciso nessuno, benché sia un grave impedimento. Si aggiunse presto l'incertezza dell'equilibrio a rendere precaria la situazione. La vita del Papa fu poi ulteriormente complicata dalla sintomatologia dolorosa osteoarticolare, particolarmente importante al ginocchio destro, che impediva a Giovanni Paolo II di restare in piedi a lungo e di camminare agevolmente. Erano due sintomatologie che, sommandosi e intrecciandosi, resero necessari l'uso del bastone, poi seggiole adattate e pedane mobili”.  Il dolore fisico, negli ultimi periodi, era intenso, ma per lui c'era soprattutto la sofferenza morale e spirituale di un uomo in croce che accettava tutto con coraggio e pazienza:  non ha mai chiesto sedativi, nemmeno nella fase finale.

Presa di coscienza

“Era soprattutto il dolore di un uomo bloccato, inchiodato a un letto o a una poltrona, che aveva perso l'autonomia fisica – rievocò Buzzonetti-. Non poteva più fare niente da solo e arrivarono per lui i lunghi penosi giorni di totale debolezza fisica:  non poteva camminare, non poteva parlare se non con voce fioca e stentata, il suo respiro era divenuto faticoso e interciso, si nutriva con difficoltà crescente. Quanto erano lontani i giorni dei memorabili raduni internazionali della gioventù, i grandi discorsi alle assemblee mondiali, le scalate delle montagne, le vacanze sulle piste da sci, le faticose visite pastorali alle parrocchie di Cracovia e di Roma. Quando venne l'ora della croce, seppe abbracciarla senza tentennamenti”. Il Papa non si arrendeva al dolore. Buzzonetti sottolineò un momento particolare, di stupore e di angoscia:  subito dopo la tracheotomia degli ultimi giorni, risvegliatosi dall'anestesia, pur avendo dato il suo consenso previo, si rese conto di non potere parlare. All'improvviso si trovò a fronteggiare una nuova pesantissima realtà. Su una lavagnetta scrisse con grafia incerta, in polacco:  “Cosa mi avete fatto. Totus tuus”. Era la presa di coscienza di una nuova condizione esistenziale in cui constatava di essere brutalmente precipitato, subito sublimata dall'atto di affidamento a Maria. Il medico personale del Papa, con i segretari personali e le suore, è stato uno dei pochissimi ad avere assistito Giovanni Paolo II nei suoi ultimi giorni.

Nudità interiore

“Sono stati giorni che hanno segnato profondamente la mia vita, dominati da un gravissimo impegno professionale, dalla partecipazione dolorosa al dramma umano e religioso che si compiva sotto i miei occhi, da una tensione estrema per le grandi responsabilità che pesavano sulle mie spalle e infine da una preghiera ininterrotta in comunione con il Santo Padre sofferente – raccontò Buzzonetti -.Nelle ultime ore io e i miei colleghi medici dovemmo constatare che la malattia si avviava inesorabilmente verso l'ultima fase del suo corso. La nostra battaglia era stata condotta con pazienza, umiltà e prudenza, estremamente difficile perché sapevamo che si sarebbe conclusa con la sconfitta. La razionalità tecnica, la coscienza e la saggezza dei medici, l'illuminato affetto dei familiari furono costantemente orientati dal totale e misericordioso rispetto per l'uomo sofferente, senza alcun accanimento terapeutico”. E aggiunse: “La morte di Giovani Paolo II mi ha coinvolto ancora di più. È stata la morte di un uomo spogliato ormai di tutto, che aveva vissuto le ore della battaglia e della gloria e che si presentava nella sua nudità interiore, povero e solo, all'incontro con il suo Signore al quale stava per restituire le chiavi del Regno. In quell'ora di dolore e stupore, ebbi la sensazione di trovarmi sulle sponde del lago di Tiberiade. La storia sembrava azzerata, mentre Cristo stava per chiamare il nuovo Pietro”.

 

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