Raid della polizia islamica contro un festival di fumetti

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Èil mondo degli eccessi. Mentre in Occidente vengono liberamente pubblicate vignette blasfeme, offensive verso i morti ed estremamente volgari in nome di un concetto assai arbitrario di “libertà d'espressione”, in alcuni Paesi islamici si può finire in carcere per un cartone animato americano o giapponese.

Gli arresti

In Libia, nei giorni scorsi, membri delle Forze speciali di deterrenza (Sdf) hanno fatto irruzione al Comic Con, un festival dei fumetti internazionale che si stava tenendo a Tripoli, per arrestare gli organizzatori, una ventina tra cui una ragazza. Lo rivela Lybia Herald, spiegando che l'accusa mossa nei loro confronti è di “promuovere l'indecenza e la violenza”.

Sul proprio profilo Facebook la Sdf, polizia islamica nata nel 2011 per combattere Gheddafi e che oggi lavora per il governo guidato da Serraj, ha scritto che “questo tipo di festival importato dall'estero sfrutta la debolezza della fede religiosa e il fascino per le culture straniere. È necessario affrontare e combattere questo fenomeno distruttivo, che promuove la diffusione della pornografia e condiziona le menti degli adolescenti, motivandoli a uccidere”.

La difesa degli organizzatori

Alcuni arrestati sono stati rilasciati dopo poche ore, attualmente sarebbero ancora in sei dietro le sbarre. Uno degli organizzatori si dice al Lybia Herald choccato, in considerazione del fatto che avevano ricevuto l'autorizzazione della milizia incaricata per la sicurezza pubblica e che l'evento si era tenuto anche l'anno scorso.

L'accordo con la struttura dove si è tenuto il festival, inoltre, prevedeva una clausola che vietava qualsiasi attività contro la morale pubblica. Gli organizzatori affermano che con le autorità ci fosse un accordo per cui sarebbero state immediatamente rimosse eventuali rappresentazioni inadeguate. “Non ci hanno fatto nessun appunto durante il festival”, spiega ancora la fonte al Lybia Herald.

Perciò risulta ancora più inspiegabile l'intervento della Sdf. Alcuni rilasciati hanno raccontato che durante l'arresto hanno ricevuto lezioni religiose, in cui è stato spiegato – affermano – che “la Libia è un Paese islamico, non un Paese liberale”.

L'intervento dell'Onu

Sulla vicenda è intervenuta anche la missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil), che in una nota ha chiesto il rilascio delle persone ancora in arresto e ha ricordato che “la libertà d'espressione e di riunione pacifica sono diritti umani fondamentali”.

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