GIOVEDÌ 13 FEBBRAIO 2020, 11:37, IN TERRIS

Coronavirus, Andreoni (Ptv): "Vaccino? Servirà tempo"

Il professore di Malattie infettive del Policlinico di Tor Vergata: "Almeno 2-3 anni dalla scoperta alla valutazione dell'efficacia"

RENATO CALVI
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Nel riquadro il dott. Andreoni
Nel riquadro il dott. Andreoni
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arole, numeri e aggiornamenti costanti. È l'intreccio inesorabile di tre elementi incontrollabili che dà vita alla psicosi e alla fobia da coronavirus. Il primo caso italiano di contagio, riscontrato in una delle 56 persone rientrate da Wuhan - focolaio dell'epidemia cinese – ha rimescolato oltremodo le carte alzando, seppur di poco, l'asticella dell'allarme. Partendo dal passo avanti fatto allo Spallanzani domenica scorsa, abbiamo analizzato la situazione attuale – e futura – con Massimo Andreoni, professore di Malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma.

 

Professore, è giusto dire che il lavoro fatto allo Spallanzani mette la strada in discesa per la ricerca di un vaccino?
"Partiamo col dire che lo Spallanzani è solo uno dei tanti centri del mondo a essere riuscito a isolare il virus. L'isolamento certamente aiuta a pensarlo, ma dire che la strada in discesa è troppo. Ci sono esempi lampanti come quello che riguarda l'Aids, il cui virus è stato isolato da 25 anni, ma per il quale non siamo ancora stati in grado di produrre un vaccino. L'isolamento è un elemento indispensabile, ma non dà garanzie".

Poiché non esistono tempi certi per la messa a punto del vaccino, in che misura corriamo il rischio che la percentuale di infettati e di morti aumenti?
"Difficile pensare che sarà un vaccino a interrompere l'epidemia. Ci sono da rispettare i tempi di realizzazione, produzione e i test per verificarne l'efficacia. Una volta efficace, inoltre, urge produrne una quantità sufficiente per vaccinare la popolazione interessata. Questo percorso, se dovesse verificarsi in tempi brevissimi, non sarà lungo meno di due o tre anni".

Dire che nel team dello Spallanzani c'è una precaria fa notizia: forse è perché in Italia si è soliti pensare che chi non ha un contratto “forte” è autorizzato a impegnarsi di più?
"Fa notizia solo perché lavora in un team alla ribalta, ma sia nell'ambito della ricerca che della sanità pubblica la precarietà è la norma, non l'eccezione. Il problema di fondo è che se non si risolve la precarietà è difficile pensare che la ricerca potrà mai avanzare e che la sanità pubblica possa progredire".

Quanto al nostro connazionale 17enne rimasto a Wuhan, è notizia di qualche giorno fa ormai che la sua fosse una banale febbre: lasciarlo in Cina è stato giusto?
"Giusto, nei termini secondo i quali far viaggiare un uomo che sta male è prima di tutto pericoloso per lui. Conviene avere elementi più definiti, prima di mettere una persona su un aereo. Sarebbe stato poi pericoloso per le altre persone in aereo, perché il sistema di aerazione degli aeroplani è chiuso e tutto ciò che si respira viene fatto circolare all'interno dell'aereo stesso. Il trasporto di una persona in aereo con un'infezione respiratoria grave si può fare, ma deve essere organizzato in maniera idonea, con sistemi avanzati, come per esempio è stato fatto per recuperare il nostro connazionale con ebola".

In che maniera il blocco dei voli Italia-Cina contribuisce ad abbassare il rischio di espansione del virus?
"La quarantena è un meccanismo più o meno “piacevole” , è sicuramente un modo antico per  bloccare l'epidemia. Sospendere i voli Italia-Cina non vuol dire che nessun cinese arrivi in Italia: i mezzi di trasporto sono molto avanzati, si pensi al fatto che esistono gli scali intermedi. Ad ogni modo è un intervento difficilmente criticabile, davanti a un'epidemia che potrebbe diventare pandemica, cercare di avere delle precauzioni è lecito".

L'Istituto Superiore di Sanità, in un comunicato di alcuni giorni fa, riportava che “in questa fase si deve ragionare in termini probabilistici, ed è errato fare riferimento a un ipotetico rischio zero”...
"L'Iss dà un parere tecnico, intende dare tranquillità alla popolazione. Pochissimi giorni fa ero in due aeroporti italiani e in molti circolavano con le mascherine. Il rischio che quelle persone potessero incontrare altre persone potenzialmente infette da coronavirus è sbagliato dire che è zero, ma è certamente un numero che ci si avvicina molto".

Pochi giorni fa una grafica dell'Iss diceva che a indossare le mascherine devono essere gli operatori sanitari, coloro che prestano assistenza e coloro che riscontrano sintomi di malattie respiratorie. E se chi deve indossarla non lo fa, come ci si difende?
"Le mascherine, quando le indossiamo, sono un problema relativo, in quanto non hanno un'assoluta impermeabilità: lasciano scoperte alcune mucose, come gli occhi. E ci dimentichiamo spesso di lavarci bene le mani, veicolo ottimo per l'introduzione del virus. L'utilizzo delle mascherine, in questo momento, diventa dunque non certo sbagliato ma mi permetto di dire inutile".

A proposito del “Niente allarmismi”, perché in Italia possiamo non avere paura del contagio?
"La risposta semplice è data dal fatto che il numero di persone arrivate è talmente piccolo che la possibilità di incontrare un malato è molto più bassa del rischio che abbiamo quando attraversiamo la strada. L'altro elemento molto interessante è che dei circa 150 casi registrati fuori dalla Cina, solo una parte minima ha comportato delle infezioni nella popolazione autoctona. In quasi nessun caso l'infezione è passata da un malato a una persona sana. Non ci sono mai stati focolai epidemici al di fuori di quello cinese. Fin quando ci limitiamo a fare attenzione è giusto, ma la circolazione del virus è poco documentata, e quindi il rischio di infettarci è bassissimo. A distanza di ormai sei settimane, il virus è rimasto localizzato in forma epidemica solo in Cina. Tutti i paesi del mondo stanno lavorando bene affinché l'epidemia non si propaghi. Quando assisteremo a uno spegnimento progressivo dell'epidemia cinese potremo convincerci che anche questa, come la sars, un giorno scompaia".

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