Vegani, vegetariani e cannibali: il problema sta nella radicalizzazione delle posizioni

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:22

Cominciamo dal dato biologico: un cavallo non mangia bistecche ed un leone non mangia insalata; i primi appartengono alla categoria degli erbivori, al livello più basso della catena alimentare, subito dopo i produttori, che sono gli organismi in grado di produrre composti organici da sostanze inorganiche attraverso la fotosintesi (acqua, anidride atmosferica e sole); i consumatori erbivori si cibano di vegetali essendo in grado di trasformare le molecole vegetali di cellulosa e amido in molecole animali, detti glicogeni. Al livello superiore della catena ci sono i carnivori, che si nutrono degli erbivori, avendo necessità di un maggiore apporto proteico stante l’aumento del consumo di energia. La mole è inversamente proporzionale essendo conseguenza del consumo di energia. Le scimmie, considerate antenate dell’uomo, sono frugivore, mangiatrici di frutta, alimento altamente energetico.

Ma è il dato culturale che ci interessa, posto che l’uomo mangia non soltanto per alimentarsi ma fin dai tempi antichi la vita sociale ruota in gran parte intorno al cibo, influenzando non solo arti e scienze, ma anche tecniche e relazioni, e la gastronomia costituisce un aspetto essenziale dell’antropologia se il peccato di gola viene inserito tra i vizi capitali della prima Chiesa cattolica, dopo che già Socrate e Aristotele ne avevano individuato l’esistenza e Quintiliano sentenziò il noto mangio per vivere, non vivo per mangiare.

L’industria e l’indotto che ruota attorno al cibo è di tale rilevanza che quella frase ora lascia sorridere poiché se davvero potessimo espungere il piacere dal cibo e limitarci all’apporto nutriente l’economia mondiale crollerebbe di getto: dalla produzione agricola agli allevamenti, dalla pesca alle industrie alimentari, dall’enogastronomia alla grande distribuzione, alla ristorazione, al turismo, all’editoria. Basti che il settore agroalimentare, storicamente dietro l’industria meccanica, nei primi mesi di questo particolare 2020 ha raggiunto il 25% del PIL, e senza considerare l’indotto nei servizi connessi.

Ciò nondimeno, gli eccessi e gli abusi nello sfruttamento dell’ambiente e dell’ecosistema per adattarli alle necessità del mercato alimentare hanno determinato la consapevole reazione ostile in difesa del rispetto della natura, come la salvaguardia della biodiversità e la tutela degli habitat delle specie viventi: si pensi alle limitazioni alla pesca, ai divieti di caccia, alle norme restrittive per gli allevamenti intensivi. E la reazione all’abuso di cibo ha trovato un veicolo emotivo, prima ancora che culturale, nella scelta di non cibarsi di animali, prendendo le distanze dalla loro uccisione, dall’allevamento finalizzato al macello, dalla caccia e dalla pesca, dalla cattura per fini alimentari. Una parte della medicina, specialmente quella cosiddetta alternativa, ha contribuito sensibilmente a sostenere l’alimentazione vegetariana colpevolizzando l’assunzione di ormoni e proteine animali quali cause di malattie letali che contraddistinguono la nostra epoca.

Il carico da novanta poi lo hanno aggiunto coloro che hanno esasperato il rapporto con il cibo di provenienza animale creando una ideologia avversativa con tutto ciò che proviene dal mondo animale, anche se non comporta l’uccisione a fini alimentari: ad esempio latte, uova, miele. La matrice culturale si esprime anche nella repulsione non solo per tutto ciò che proviene dal mondo animale, quali fibre tessili, pellami, ma anche nell’uso degli animali nelle manifestazioni sportive piuttosto che ludiche. Insomma, più ancora che uno stile di vita i vegani sono un’espressione rigorosa della difesa del mondo animale contro le usurpazioni dell’uomo, promossa ed affermata con intransigenza e determinazione al limite dell’esasperazione.

Di contro i cannibali, così definiti con disprezzo dagli ideologi della vita vegana, colpevoli di privilegiare l’aspetto animale della specie umana, insensibili ai richiami culturali ed etici dell’abitare il pianeta, in realtà rei di proseguire l’alimentazione evoluta.

Il problema sta nella radicalizzazione delle posizioni e nella loro irriducibile contrapposizione che è la cifra ricorrente in ogni aspetto della società attuale: ad un pensiero etico degno di approfondimento e sviluppo viene contrapposta un’opposizione sarcastica e retrograda che finisce per esasperare oltremisura la difesa di principi pure meritori, accentuando le divergenze che aumentano le distanze.

Ma il manuale culturale che ci accomuna e che dovremmo prendere a modello per dirimere le contrapposizioni ci insegna, invece, che il metro di valutazione è ben altro (Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo! Rm. 14,20) ed è fondato innanzitutto sulla ponderazione e sul reciproco rispetto della natura come del pensiero altrui: la malvagità dell’uomo antidiluviano è già stata direttamente purificata.

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