Umanità, etica e algoritmi: la svolta della Chiesa nel dialogo con i colossi della tecnologia

Presentata in Vaticano "Magnifica humanitas": Curia, scienziati ed esperti del settore a confronto sulla nuova enciclica sociale per una transizione digitale incentrata sulla dignità e la giustizia.

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A sinistra l'Aula del Sinodo durante la presentazione. Foto Vatican Media. A destra la copertina dell'enciclica. Foto per gentile concessione

Centotrentacinque anni dopo la Rerum novarum di Leone XIII, che ridefinì il rapporto tra la Chiesa e la rivoluzione industriale, il Vaticano apre ufficialmente le sue porte all’era digitale. Alla presenza del Santo Padre, è stata presentata oggi “Magnifica humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV: un manifesto etico e sociale che lancia una sfida cruciale ai colossi della tecnologia, esortando il mondo a non sacrificare il cuore umano e i legami sociali sull’altare dell’efficienza algoritmica. L’obiettivo del testo è chiaro: tracciare i confini etici della transizione digitale, esortando istituzioni e mercati a non sostituire la ricchezza del cuore umano con la fredda efficienza dei parametri algoritmici. Al tavolo dei relatori, autorevoli voci della Curia, scienziati ed esperti internazionali si sono confrontati sulla portata del testo, che tocca nodi cruciali come la regolamentazione dell’IA, il rifiuto del transumanesimo, la tutela dell’occupazione e il definitivo superamento della teoria della “guerra giusta”.

Parolin: “La Chiesa in dialogo per discernere le res novae”

I lavori sono stati introdotti e moderati dal Segretario di Stato, il Cardinale Pietro Parolin, che ha aperto l’evento con un’ampia riflessione sulla “transizione digitale”. In essa, ha spiegato il Porporato, “come in un prisma” si rifrangono le più grandi questioni della vita contemporanea: “La dignità della persona, il lavoro, la libertà, la qualità dei legami sociali, la pace, la giustizia, la responsabilità verso la casa comune”. Parolin ha collocato l’enciclica nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: se 135 anni fa la Rerum novarum riconosceva nelle trasformazioni industriali una questione profondamente umana, oggi, dinanzi alla potenza del digitale, “la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia” per offrire il suo contributo all’intera famiglia umana. Il Segretario di Stato ha evidenziato una grande novità storica: all’epoca di Leone XIII alla Chiesa non era sempre possibile dialogare direttamente con i soggetti politici, economici e industriali; oggi, invece, questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese e centri di ricerca. La Chiesa vi partecipa “con fiducia e libertà”, convinta che l’ascolto reciproco renda più concreto il suo servizio. In questa prospettiva si spiega la presenza in Aula di figure di spicco del mondo tecnologico, segno della volontà di condividere un “patrimonio sapienziale” sulla dignità e sulla vocazione relazionale dell’uomo.

Czerny: “L’IA non diventi monopolio o dominio”

Il Cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, ha articolato la sua relazione attorno a tre parole chiave: “Ingegno, coscienza e cura”. Esprimendo profonda “gratitudine” per i traguardi scientifici, Czerny ha definito l’IA “uno dei grandi traguardi dell’ingegno umano”, di cui l’umanità può andare orgogliosa. Ha tuttavia invitato a un attento discernimento di fronte a trasformazioni che procedono a passi da gigante nel giro di poche settimane. “L’IA è un cantiere”, ha ammonito il Prefetto: può sostenere la casa comune e lo sviluppo dei popoli, ma rischia anche di “concentrare il potere, esacerbare le disuguaglianze e lasciare indietro coloro che si trovano già ai margini”. La direzione dipende dalle nostre scelte e dalla capacità di gestire l’innovazione attraverso la “Coscienza” – intesa, secondo il Concilio Vaticano II, come il luogo intimo in cui l’uomo ascolta la voce di Dio e la chiamata della verità – e la “Cura” della casa comune, sulla quale l’impatto tecnologico è talvolta violento. In questo senso, Czerny ha evidenziato la continuità di Magnifica humanitas con la Laudato si’ e la Laudate Deum: “Quando il potere tecnico è separato da una sapienza capace di salvaguardare le relazioni, esso può trasformarsi in dominio sull’umanità e sul creato”. Da qui l’urgenza dell’educazione: formare persone capaci di usare strumenti potenti conservando libertà interiore, giudizio critico e la gioia dell’incontro reale.

Da sinistra i cardinali Parolin, Czerny e Fernandez. Foto Vatican Media

Fernández: “Un’umanità ferita ma magnifica”

Nel suo intervento, il Cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede ha focalizzato l’attenzione sui paragrafi più “teologali” dell’enciclica (dal numero 118 al 130), capaci di offrire una cornice credente e spirituale all’intero impianto sociale del testo. “Anche se il testo riconosce la nostra terribile capacità di male, le guerre che assassinano migliaia di innocenti e le nuove forme di schiavitù, il Santo Padre non si vergogna di definire “magnifica” questa umanità ferita” ha spiegato il Porporato. Fernández ha ricordato gli esempi storici di riscatto umano citati dal Papa: dall’arte profetica del Guernica di Picasso o di Schindler’s List, fino a figure come Nelson Mandela, Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta o i “martiri del quotidiano”. Duro l’attacco alle correnti del transumanesimo e del postumanesimo, definite come una “falsa mistica” che promette paradisi artificiali basati su dispositivi tecnologici che lasciano l’individuo nel vuoto. “Il limite biologico non è un difetto da correggere, ma un luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione” ha rimarcato Fernández, citando l’enciclica: “L’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Per eliminare del tutto il dolore, ha avvertito, bisognerebbe spegnere l’amore stesso. La vera via del superamento resta invece la “grazia” divina, che eleva l’uomo a una dimensione spirituale irriducibile ai meccanismi di un sistema algoritmico.

Lo scienziato Olah (Anthropic): “Per le dinamiche di profitto, serve la voce morale della Chiesa”

Particolarmente significativo è stato il contributo di Christopher Olah, scienziato e cofondatore del laboratorio di intelligenza artificiale Anthropic. Con eccezionale franchezza, Olah ha ammesso i limiti strutturali di chi sviluppa queste tecnologie dall’interno del mercato. “Ogni laboratorio di IA all’avanguardia opera all’interno di un insieme di incentivi e vincoli – pressioni commerciali, geopolitiche, ma anche semplici spinte legate all’orgoglio e all’ambizione – che a volte possono entrare in conflitto con il fare la cosa giusta” ha confessato lo scienziato. “Ecco perché è di fondamentale importanza che esistano voci morali esterne, che gli incentivi non possono piegare, disposte a dirci verità difficili. Sono grato alla Chiesa per questo lavoro di discernimento”. Olah ha spiegato che i moderni sistemi di IA non sono “freddi robot calcolatori“, ma modelli cresciuti su strutture simili al cervello umano, alimentati dal nostro stesso linguaggio e misteriosi persino per chi li addestra. “All’interno continuiamo a trovare cose inquietanti: stati interni che riflettono, dal punto di vista funzionale, gioia, paura o dolore”. Lo scienziato ha infine rilanciato l’allarme del Papa sui poveri del mondo: lo sviluppo dell’IA è concentrato in poche nazioni ricche, ed esiste il rischio concreto di una disoccupazione su vasta scala senza che il mondo abbia oggi un meccanismo per redistribuirne i benefici globali.

Sguardi globali e accademici

La professoressa Anna Rowlands ha inserito “Magnifica humanitas” nell’alveo dell’ecologia integrale. “Le sofisticate tecnologie odierne veicolano culture e architetture morali” ha spiegato la docente. “I poteri di innovazione che tradizionalmente risiedevano negli Stati sono oggi concentrati nelle mani di pochissimi attori privati facoltosi, le cui logiche rischiano di apparire come un nuovo impero sottratto allo scrutinio del bene comune”. Rowlands ha elogiato la capacità dell’enciclica di smascherare i “falsi idoli” dell’automazione radicale e ha invitato i cittadini a esercitare la propria libertà: “Dobbiamo essere liberi di usare queste tecnologie o di non usarle, chiedendo conto del bene che generano”. Infine, uno sguardo dal Sud del mondo è arrivato dalla professoressa Leocadie Lushombo, che ha analizzato i rischi dell’IA sulla libertà interiore e sulla natura relazionale della verità. Le piattaforme digitali, ha evidenziato la relatrice citando il testo pontificio, sono progettate per catturare il tempo e lo sguardo degli utenti, sfruttandone le fragilità. “Se deleghiamo i nostri giudizi alle macchine, perdiamo la capacità di collaborare creativamente” ha spiegato Lushombo, lanciando un forte appello affinché il Sud globale non perda i valori umani e comunitari delle proprie culture a causa dell’adozione acritica dell’IA. Ha così richiamato le grandi filosofie della connessione umana: dal concetto africano di Ubuntu (“Sono umano perché appartengo, condivido”), all’ethos coreano del Jeong, fino al Wa giapponese o al Gotong Royong indonesiano. “Tutte visioni indigene che intendono l’esistenza come relazione incarnata e armonia del tutto, l’esatto opposto dell’atomizzazione transazionale proposta dall’IA”.

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