Terrorismo, l’Onu avverte: “L’Isis si sta espandendo in Africa”

Isis è molto presente in Siria e Iraq, dove il gruppo conta tra i 6.000 e i 10.000 combattenti e continua a svolgere operazioni di guerriglia

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:33

La lotta globale contro la minaccia rappresentata da Daesh (o Isis) e dai gruppi terroristici affiliati rimane un “gioco a lungo termine” per il quale non esiste “alcuna soluzione miracolosa”. Lo ha dichiarato il capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro il terrorismo, Vladimir Voronkov, al Consiglio di sicurezza Onu.

Voronkov ha spiegato che la presenza di Daesh è ancora molto reale in Siria e Iraq, dove il gruppo conta tra i 6.000 e i 10.000 combattenti e continua a svolgere operazioni di guerriglia, imboscate e attacchi sulle strade. E nonostante recenti azioni delle forze speciali statunitensi che hanno provocato perdite importanti per l’Isis, Voronkov ha ricordato che il gruppo terroristico è noto per la sua capacità di riorganizzarsi e persino di intensificare le sue attività dopo importanti sconfitte.

Onu: “Pericolo Isis oltre Siria e Iraq”

Il pericolo segnalato dal rappresentante Onu è quello dell’espansione della rete e dei suoi affiliati oltre la Siria e l’Iraq. L’epicentro delle attività del gruppo sembra, infatti, essersi spostato in Africa centrale e occidentale – in particolare in Burkina Faso, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Mali, Niger e Nigeria – e sempre più attacchi sono segnalati nella zona di confine tra Mozambico e Tanzania.

“Abbiamo imparato negli ultimi due decenni che contro il terrorismo non esiste una bacchetta magica”, ha aggiunto Voronkov, sottolineando la necessità sia di operazioni antiterrorismo militari sia di misure più orientate alla prevenzione. ”Questo lavoro – ha proseguito – dovrebbe iniziare affrontando la situazione disperata nei campi profughi e nei centri di detenzione in Siria e Iraq, dove migliaia di persone, in particolare bambini con sospetti legami familiari con membri dell’Isis, rimangono bloccati senza colpa loro”. Contro il rischio della loro radicalizzazione e del loro reclutamento, gli Stati devono aumentare i rimpatri dei combattenti stranieri e dei loro familiari. “Sono necessari ulteriori sforzi per garantire la protezione, la riabilitazione e il reinserimento dei rimpatriati”, ha concluso.

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