Per i giovani “Uno non basta”

Intervista a Flavio Proietti, presidente di Officine Italia, uno degli enti promotori della campagna "Uno non basta"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:21

“Chi non investe nei suoi giovani, non ha futuro”. Questa la frase che l’associazione Visionary Days ha proiettato sulla facciata esterna di Palazzo Chigi. La richiesta di ragazze e ragazzi al governo è quella di destinare 20 miliardi del Recovery Fund per gli under 30 e le politiche del lavoro. Finora dalle bozze del piano del Consiglio dei Ministri alla categoria spetta solo l’equivalente dell’1% dei fondi. Ed ecco perché la campagna, apartitica e non affiliata, ha preso il nome di “Uno Non Basta”. A supportarla anche altre organizzazioni giovanili che, mobilitando le loro reti, hanno fatto arrivare il totale delle firme sulla petizione online a oltre 85 mila in tre settimane.

Il gruppo ha isolato almeno tre misure concrete da inserire all’interno del Recovery Plan. A partire dal rinnovamento di Garanzia Giovani, il programma con cui la Commissione europea intende favorire l’assunzione degli oltre tre milioni di giovani inoccupati e disoccupati italiani. Lo strumento, combinato con l’istituzione di un sistema per il collocamento centralizzato a gestione locale, porterebbe all’assunzione di circa 800 mila individui. Altro punto fondamentale è la preparazione. Con la nuova industria orientata verso la digitalizzazione e la green economy, l’erogazione di corsi formativi ad hoc aggiornerebbe 300 mila curricula, troppo spesso fermi al titolo di scuola secondaria superiore. Chiude la lista il reinserimento nel mondo del lavoro di 350 unità attraverso apprendistati duali sistematizzati e percorsi di istruzione.

Uno degli enti promotori della campagna è Officine Italia, ente nato per favorire il dialogo intergenerazionale. Interris.it raggiunto il presidente Flavio Proietti per fargli qualche domanda.

Proietti, chiedete il rinnovo di Garanzia Giovani sperando che vengano assunti 800 mila tra ragazze e ragazzi, ma tra il 2018 e il 2019 solo in diecimila in tutta Italia hanno trovato lavoro con il progetto comunitario. Perché credete che in piena crisi economica post covid funzionerà meglio?

“Oltre che di rinnovo, nelle nostre proposte parliamo di vero e proprio ripensamento, tanto che l’abbiamo ribattezzata Garanzia Giovani 2.0. L’idea originale di Garanzia Giovani prendeva le mosse dalla Youth Guarantee europea, è stata poi l’applicazione ad avere enormi falle. Proponiamo di focalizzarsi sulla qualità delle opportunità e dei percorsi prima ancora che sul numero dei beneficiari. È imprescindibile ristrutturare il percorso di inserimento e mettere in piedi una valutazione accurata dell’efficacia dei singoli progetti e del loro impatto che sia funzionale al loro miglioramento”.

Cosa intendete esattamente per “sistema centralizzato ma localmente gestito di placement office” e in cosa si differenzierebbe dagli attuali uffici di collocamento?

“Nelle decine di storie di “futuro negato” che ci arrivano ogni giorno, una delle ferite più grandi inferte alle nostre generazioni è quella del cosiddetto “skills mismatch”, la distanza siderale tra offerta formativa degli atenei e competenze richieste dalle aziende. La nostra proposta è di dirigere investimenti mirati sui dipartimenti dei singoli atenei, di modo che possano fungere da veri e propri ponti con il mondo del lavoro, dotandosi di uffici per le relazioni e per il placement degli studenti, un po’ come avviene in tanti paesi esteri”.

Il 31 marzo finisce il blocco dei licenziamenti e da più parti si teme l’aumento di disoccupati e la chiusura di molte aziende. Dove pescare quelle opportunità di apprendistato con cui le persone dovrebbero essere reinserite nel mercato del lavoro?

“La fine del blocco dei licenziamenti è una paura autentica per tutti i giovani, e non a caso è stata citata da Mattarella come una delle grandi sfide dei prossimi mesi. Noi puntiamo alla ripresa delle assunzioni: crediamo che non tutti i settori siano stati colpiti allo stesso modo dalla pandemia, e che vi sia spazio per apprendistati in settori come quello digitale e della sostenibilità. Gli investimenti richiesti sono sul lungo periodo; attenzione però, non dobbiamo e non possiamo pensare a queste proposte come a una cura miracolosa che farà scomparire problemi strutturali: cominciamo a mettere giù i binari adesso per un futuro migliore”.

Quali sono le prossime iniziative che avete in programma?

“Abbiamo in cantiere varie attività per continuare a coinvolgere i nostri aderenti ma soprattutto per ampliare la platea della campagna. Per queste iniziative saranno cruciali i chiarimenti in merito alle tempistiche e ai confronti per la revisione della bozza del 12 gennaio, che speriamo arrivino quanto prima dal governo costituendo. Intanto, l’audizione parlamentare del primo febbraio è stato un primo passo importante di dialogo con il potere legislativo, con cui speriamo di portare avanti il confronto”.

Qualora non venissero ascoltate le vostre richieste, come intendete muovervi?

“Non smetteremo mai di testimoniare le speranze dei giovani e gli inganni che subiscono le nuove generazioni. Se le nostre proposte non saranno ascoltate, ci rimboccheremo le maniche e cercheremo di fare il possibile per sventare una tragedia già annunciata. Gli investimenti sui giovani sono di rilevanza strategica per tutto il paese e per il futuro di tutti gli italiani e le italiane. Confidiamo che la nostra campagna possa essere il primo di una lunga serie di esempi in cui le istituzioni ascoltano e fanno progetto delle idee provenienti dalle nuove generazioni”.

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