Papa Francesco racconta i “tre Covid” della sua vita

Un estratto dal nuovo libro: "Ho imparato che soffri molto, ma se lasci cheil dolore ti cambi ne esci migliore. Se invece alzi le barricate, ne esci peggiore"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:04
Papa

“Ritorniamo a sognare” è l’ultimo libro del Papa che uscirà il 1 dicembre. “La Repubblica” e “La Stampa” ne pubblicano oggi un estratto. Francesco racconta la sua vita e con la sua testimonianza dona speranza e conforto alle persone che stanno soffrendo. Un messaggio forte per tutta l’umanità. Il libro, il cui testo è stato raccolto dal giornalista e scrittore Austen Ivereigh, sarà pubblicato in contemporanea da Simon & Schuster in lingua inglese, Piemme in Italia, Intrinseca in Brasile, Flammarion in Francia, Plaza y Janés in lingua spagnola, Kösel in Germania. Nel momento più cupo della pandemia, nel marzo 2020, papa Bergoglio ha infranto per primo il silenzio angoscioso delle città deserte raccogliendo le domande inespresse della gente impaurita. Ha capito che le risposte di scienziati, politici ed esperti sulle cause e i rimedi di quella prova inattesa e durissima non potevano bastare e ha invitato tutti, fedeli e non credenti, a guardare più lontano, ad aprire strade verso il futuro.

La necessità di costruire un mondo migliore

Le sue riflessioni, approfondite nel lungo periodo di isolamento, sono raccolte in questo libro in cui, con parole dirette e potenti, ci invita a non lasciare che questa prova risulti inutile. Dopo una critica tagliente dei sistemi e delle ideologie che hanno contribuito a produrre la situazione attuale – dall’economia globalizzata, ossessionata dal profitto, all’egoismo e all’indifferenza per il prossimo e l’ambiente -, il Papa offre un piano al tempo stesso visionario e concreto per costruire un mondo migliore per tutti, un progetto che parte dalle periferie e dai poveri per cambiare la vita sul pianeta.

“Nella mia vita ho avuto tre situazioni “Covid”: la malattia, la Germania e Córdoba”.”Quando a 21 anni ho contratto una grave malattia, ho avuto la mia prima esperienza del limite, del dolore e della solitudine – scrive il Papa – per mesi non ho saputo chi ero, se sarei morto o vissuto. Nemmeno i medici sapevano se ce l’avrei fatta. Era il 13 agosto 1957. Per prima cosa mi estrassero un litro e mezzo di acqua da un polmone, poi restai a lottare tra la vita e la morte. A novembre mi operarono per togliermi il lobo superiore destro del polmone. So per esperienza come si sentono i malati di coronavirus che combattono per respirare attaccati a un ventilatore”.

Evitare la “consolazione a buon mercato”

Bergoglio ricorda in particolare l’episodio di due infermiere che “mi hanno insegnato che cosa significa usare la scienza e saper andare anche oltre per rispondere alle necessità specifiche”. “Da quella esperienza ho imparato un’altra cosa: quanto sia importante evitare la consolazione a buon mercato. Le persone mi venivano a trovare e mi dicevano che sarei stato bene, che non avrei mai più provato tutto quel dolore: sciocchezze, parole vuote dette con buone intenzioni, ma che non mi sono mai arrivate al cuore”. A differenza di un’insegnante che “venne a vedermi, mi prese per mano, mi diede un bacio e se ne stette zitta per un bel po’. Poi mi disse: “Stai imitando Gesù”. Non c’era bisogno che aggiungesse altro. La sua presenza, il suo silenzio, mi donarono una profonda consolazione”.

Il “Covid dell’esilio”

Bergoglio parla poi di ciò che chiama “il Covid dell’esilio”, “il periodo tedesco, nel 1986. Ci andai per studiare la lingua e a cercare il materiale per concludere la mia tesi, ma mi sentivo come un pesce fuor d’acqua. Ricordo il giorno in cui l’Argentina vinse i Mondiali. Non avevo voluto vedere la partita e seppi che avevamo vinto solo l’indomani, leggendolo sul giornale. Era la solitudine di una vittoria da solo, perché non c’era nessuno a condividerla; la solitudine di non appartenere, che ti fa estraneo. Ti tolgono da dove sei e ti mettono in un posto che non conosci e in quel mentre impari che cosa conta davvero nel luogo che hai lasciato”.

Gli anni dal 1990 al 1992, Córdoba

Bergoglio afferma poi che “a volte lo sradicamento può essere una guarigione o una trasformazione radicale. Così è stato il mio terzo “Covid”, quando mi mandarono a Córdoba dal 1990 al 1992. In quella residenza gesuita trascorsi un anno, dieci mesi e tredici giorni. Celebravo la Messa, confessavo e offrivo direzione spirituale, ma non uscivo mai. Fu una specie di quarantena, di isolamento, come nei mesi scorsi è successo a tanti di noi, e mi fece bene. Uno sradicamento di quel tipo, con cui ti spediscono in un angolo sperduto e ti mettono a fare il supplente, sconvolge tutto. Le tue abitudini, i riflessi comportamentali, le linee di riferimento anchilosate nel tempo, tutto questo è andato all’aria e devi imparare a vivere da capo, a rimettere insieme l’esistenza”.

La forza della preghiera per il Papa

“Di quel periodo, oggi, mi colpiscono in particolare tre cose – prosegue il papa – prima, la capacità di pregare che mi è stata donata. Seconda, le tentazioni che ho provato. E terza che allora mi sia capitato di leggere i trentasette tomi della Storia dei Papi di Ludwig Pastor. Da dove sono adesso mi domando perché Dio mi avrà ispirato a leggere proprio quell’opera in quel momento. Con quel vaccino il Signore mi ha preparato. Una volta che conosci quella storia, non c’è molto che possa sorprenderti di quanto accade nella curia romana e nella Chiesa di oggi. Mi è servito molto! Questi sono stati i miei principali “Covid” personali. Ne ho imparato che soffri molto, ma se lasci che ti cambi ne esci migliore. Se invece alzi le barricate, ne esci peggiore“.

Recuperare la consapevolezza di essere uomini

“Per uscire migliori da questa crisi, dobbiamo recuperare la consapevolezza che come popolo abbiamo un destino comune. La pandemia ci ricorda che nessuno può salvarsi da solo”. “Dobbiamo ridisegnare l’economia in modo da offrire a tutte le persone una vita dignitosa e al tempo stesso proteggere e rigenerare la natura”. “Oggi il Signore ci chiede una cultura del servizio, non una cultura dello scarto. Ma non potremo servire gli altri se non lasceremo che la loro realtà ci riguardi. Per riuscirci, dobbiamo aprire gli occhi e lasciarci toccare dalla sofferenza che c’è attorno a noi”. Sono passi del libro “Ritorniamo a sognare. La strada verso un futuro migliore” di papa Francesco (titolo originale Let Us Dream), in uscita con un lancio internazionale il 1/o dicembre 2020. In questa prima risposta alla pandemia da parte di un leader spirituale, papa Francesco spiega perché dobbiamo – e come possiamo – rendere il mondo un luogo più sicuro, più giusto e più sano per tutti”.

 

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