Mafia: scacco ai clan messinesi. Al vertice il “padrino del 41 bis”

Tre clan di mafia adottavano strategie criminali comuni operando in pieno accordo e dividendosi il controllo del territorio di Messina

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:21

Un’operazione congiunta di Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia ha dato scacco ai maggiori clan mafiosi di Messina e provincia. Pesanti le accuse contestate dalla Dda di Messina, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, a 33 persone coinvolte in associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di valori, sequestro di persona, scambio elettorale politico-mafioso, lesioni aggravate, detenzione e porto illegale di armi, associazione finalizzata al traffico di droga. Per 21 è stata disposta la custodia cautelare in carcere, per 10 gli arresti domiciliari, per 2 l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Ai domiciliari il candidato comunale

L’operazione è il risultato di diverse attività di indagine svolte dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei carabinieri di Messina, del G.I.C.O. della Guardia di Finanza e della Squadra Mobile, coordinate dalla D.D.A., che hanno consentito di svelare gli organigrammi e gli affari dei clan nelle estorsioni, nel traffico di droga e nel controllo di attività economiche nel campo della ristorazione e delle scommesse.

Ai domiciliari – scrive Repubblica – è finito anche un candidato (non eletto) al consiglio comunale nella lista di “Antonio Saitta sindaco”, si tratta di Natalino Summa: l’ordinanza firmata dal gip Maria Militello gli contesta l’accusa di voto di scambio, avrebbe pagato diecimila euro per il sostegno elettorale del clan Sparacio.

I tre Boss di Messina: Lo Duca, Sparaccio e De Luca

In particolare, si legge ne comunicato stampa, le indagini dei Carabinieri hanno riguardato la cosca mafiosa che controlla il rione messinese di “Provinciale” capeggiata dal boss 50enne Giovanni Lo Duca e hanno portato al sequestro di un bar utilizzato come base logistica dal clan.

Le indagini della Guardia di Finanza hanno colpito le attività del gruppo criminale con al vertice Salvatore Sparacio, nel rione “Fondo Pugliatti”, documentando il controllo di attività economiche e portando al sequestro di una impresa del settore del gioco e delle scommesse.

Per dimostrare il loro potere avevano organizzato un funerale in grande stile nel pieno del lockdown dell’anno scorso, così volevano dare l’ultimo tributo al padre di Salvatore, il nuovo boss. Da qualche anno, raccontano i finanzieri del Gico, hanno occupato anche il territorio “virtuale” di Messina, con un fiume di scommesse on line su server illegali.

Al centro dell’inchiesta della Questura c’era invece il clan guidato dal trentenne Giovanni De Luca – “U picciriddu”, come lo chiamavano nelle intercettazioni – radicato nel rione di “Maregrosso” e da sempre attivo nel controllo della security ai locali notturni e nel traffico di droga. La cosca è stata già coinvolta nel 2019 nell’inchiesta denominata Flower, relativa al “racket dei buttafuori“.

I tre gruppi presentano – evidenziano i militari – strettissimi profili di collegamento, adottano strategie criminali comuni e operano in pieno accordo dividendosi il controllo del territorio delle rispettive zone.

La mappa delle zone di influenza dei tre clan di Messina

Il padrino del 41 bis torna al comando

Oggi è una giornata storica per la lotta alla mafia. Giovanni Lo Duca, boss di Messina, è infatti tornato in cella dopo essere stato in carcere per 13 anni, alcuni dei quali al 41 bis. Ma, appena scarcerato era tornato alla guida del clan del rione messinese di “Provinciale”.

Le indagini, avviate dopo la scarcerazione di Lo Duca, hanno accertato che il capomafia aveva riassunto le redini dell’organizzazione ed era riconosciuto come punto di riferimento criminale sul territorio, intervenendo “autorevolmente” nella risoluzione di controversie fra esponenti della criminalità.

Le vertenze sul territorio

Il boss gestiva le “vertenze” sul territorio. Per esempio, riporta Ansa, una donna si era rivolta a lui per far rilasciare il figlio minorenne che era stato trattenuto contro la sua volontà da un pregiudicato che lo voleva punire per gli insulti postati su Facebook). Lo Duca sarebbe intervenuto ottenendo la liberazione del ragazzo.

Dopo quasi due anni di intercettazioni e servizi di osservazione, i carabinieri hanno documentato come il suo clan, attraverso il sistematico ricorso alle minacce e alla violenza, con pestaggi e spedizioni punitive, era riuscito ad affermare il pieno potere e a controllare le attività economiche della zona. Nello specifico: il clan terrorizzava i locali della movida con scorribande durante le serate, e poi offrivano loro protezione.

Base operativa era il bar “Pino” gestito da Anna Lo Duca, sorella del capomafia che trascorreva le sue giornate nel locale e lì incontrava gli altri esponenti mafiosi per pianificare estorsioni e scommesse sportive anche per conto di un allibratore straniero. Il bar è stato sequestrato.

Finito di scontare il proprio debito con la giustizia, Lo Duca aveva dato nuovo impulso al traffico di droga e alle estorsioni. Le intercettazioni dell’Arma raccontano di comeil boss mantenesse contatti con mafiosi di Palermo e di Agrigento, ma anche con esponenti dell’Ndrangheta. Padrino per sempre.

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