L'ospedale di Codogno risponde alle accuse: “Fatto il nostro dovere”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:03

Dal primo istante dell’emergenza non abbiamo lasciato i nostri ammalati nemmeno per un istante. Alcuni di noi, tra medici e infermieri, sono infetti e lottano adesso contro il coronavirus. Non siamo eroi e non pretendiamo gratitudine per il nostro lavoro: ma ascoltare dalle massime cariche dello Stato certe parole, che moralmente uccidono più del virus, fa male e ci umilia”. Così replica Giorgio Scanzi, primario di medicina dell'ospedale di Codogno (nosocomio in provincia di Lodi) alle accuse, poi smorzate, del premier Giuseppe Conte. Lo scorso 24 febbraio, il Premier aveva detto che i casi in Italia di coronavirus erano esplosi improvvisamente a causa di un ospedale [quello di Codogno, paese lombardo principale focolaio del virus, n.d.r.] che “non avrebbe seguito il protocollo”, favorendo così il contagio. Secca la replica del governatore della Lombardia, Attilio Fontana, che aveva tacciato l'esternazione di Conte come “idea irricevibile e per certi versi offensiva”. “Qualche risposta è mancata dal governo”, aveva rincarato la dose il ligure Giovanni Toti. A tarda sera, una nota di Palazzo Chigi aveva gettato acqua sul fuoco: “Il coordinamento tra i vari livelli istituzionali”, si leggeva nella nota di Palazzo Chigi arrivata in nottata dopo le polemiche, “funziona molto bene ed è fondamentale per riuscire a contenere nel migliore dei modi quest'emergenza. Così è stato a oggi e così dovrà essere anche in futuro con tutte le regioni, con le quali bisogna essere pronti a creare iniziative ancor più coordinate laddove necessario”. Oggi, la replica direttamente dal vertice sanitario dell'ospedale di Codogno.

La ricostruzione

“Il paziente uno – ricostruisce un aiuto del pronto soccorso a Tgcom24 – si è sentito poco bene venerdì 14 febbraio. Da Codogno è andato a farsi visitare a Castiglione d’Adda. Il suo medico, risultato poi positivo e ora ricoverato, gli ha prescritto farmaci contro una sindrome influenzale. Domenica 16 gli è salita la febbre e si è presentato in ospedale qui a Codogno. Non ha indicato collegamenti, nemmeno indiretti, con la Cina. La moglie, incinta, era asintomatica e stava bene. Lui era in codice verde. Abbiamo aggiustato la terapia e l’abbiamo dimesso. Si è ripresentato mercoledì 18, la febbre non scendeva e precauzionalmente è stato ricoverato in osservazione in medicina. Solo giovedì 19, quando sono esplosi i problemi respiratori, la moglie si è ricordata degli incontri con un amico italiano, negativo ai test, rientrato dalla Cina il 21 gennaio. Il protocollo coronavirus, tampone più isolamento, è scattato immediatamente”. Ma ormai era troppo tardi: il virus si era diffuso. 

Prefetto di Lodi

A sostegno del lavoro del personale medico-sanitario dell'ospedale di Codogno, al centro delle polemiche per la gestione del cosiddetto paziente 1, si è espresso nelle scorse ore anche il prefetto di Lodi Marcello Cardona dicendo che gli operatori sanitari “Sono stati eroici”. Il prefetto ha effettuato un sopralluogo in alcuni dei 35 check point allestiti per vigiliare sulla zona rossa del coronavirus. “Non siamo in stato di guerra, ma in una fase preventiva per evitare ulteriori contagi”, ha precisato su Ansa.

Matteo Renzi

E anche Matteo Renzi interviene a favore dei medici e del personale dell'ospedale di Codogno. “Vorrei – dice l'ex premier – che tutto il Paese, senza eccezioni e senza polemiche, dicesse in queste ore il proprio grazie ai medici, agli infermieri, al personale sanitario, ai volontari. A cominciare dai medici di Codogno e della Lombardia, da giorni in prima linea contro il coronavirus”. 

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