Leone XIV: “Non temete il buio, la notte è il grembo per rinascere”

Davanti ai ragazzi riuniti a Barcellona, il Pontefice trasforma il concetto di crisi in un'opportunità di riscatto, chiedendo un dialogo senza pregiudizi per il futuro del Paese

Omelia di Papa Leone XIV alla veglia di preghiera a Barcellona. Foto Vatican Media

Un invito a non temere i momenti di buio, di smarrimento e di crisi, ma a vederli come un’opportunità irripetibile per spogliarsi delle maschere quotidiane e ritrovare l’essenziale. Nella solenne veglia di preghiera con i giovani, il Pontefice ha pronunciato un’omelia di profondo spessore antropologico e spirituale, incentrata sulla figura evangelica di Nicodemo, definito «pellegrino nella notte». Davanti a una platea di ragazzi immersi nelle sfide di una società complessa, il Santo Padre ha ribaltato la concezione negativa del fallimento e del dubbio. La “notte” – sia essa personale, ecclesiale o sociale – non è il segno di una sconfitta, ma un “grembo” e un luogo di benedizione in cui è possibile «rinascere dall’alto». Il Papa ha così esortato la gioventù e l’intera società spagnola a non giudicare le proprie fragilità, ma a camminare insieme per costruire un Paese più accogliente, capace di ascoltare le nuove e vecchie povertà.

L’omelia

Siamo anche noi come Nicodemo, pellegrini nella notte. Questa icona evangelica ci offre innanzitutto un messaggio sul cammino della vita. Il nostro cammino, i nostri desideri e tutto ciò che abbracciamo e viviamo quotidianamente, nelle gioie e nelle sconfitte, nelle aspirazioni e nei progetti, è l’espressione della nostra continua ricerca: siamo mendicanti d’amore, abbiamo fame e sete di verità, cerchiamo un significato pieno che ci sostenga, ci incoraggi e ci aiuti a comprendere il mistero della nostra vita. Mentre avanziamo lentamente, a piccoli passi, siamo chiamati a dialogare con la penombra della nostra stessa condizione umana: ci manca la verità tutta intera, non conosciamo in profondità il mistero di noi stessi e il vero volto degli altri, non sempre riusciamo a comprendere la verità nascosta della realtà che ci circonda e degli avvenimenti che si presentano davanti ai nostri occhi. Cerchiamo una luce che illumini il cammino. Ma Nicodemo ci parla anche del cammino della fede. Non si tratta di un percorso parallelo a quello della nostra esistenza umana, ma questi due itinerari sono sempre intrecciati tra loro. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Dio ha tanto amato il mondo da donarci il suo Figlio unigenito e, in Lui, si è unito per sempre alla nostra carne. Egli è sempre accanto al Padre e accanto a noi; così, ogni volta che il mistero della nostra vita si dispiega alla luce di un nuovo giorno, in tutto ciò che siamo e facciamo, siamo alla presenza di Dio e siamo custoditi dal suo abbraccio eterno: la nostra vita «è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). Eppure, a volte sperimentiamo la notte della fede, la fatica di credere, la stanchezza dello spirito, il senso di inadeguatezza di fronte alla chiamata del Vangelo, l’amarezza dei nostri fallimenti e la paura di non essere all’altezza.

L’insegnamento di Nicodemo

Fratelli e sorelle, Nicodemo ci insegna che queste notti — che accompagnano la nostra vita, il cammino di fede e la storia in cui viviamo — sono un luogo di benedizione, uno spazio per rinascere, un grembo che genera sempre nuova vita. Queste notti ci spogliano e ci riportano all’essenziale; ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno, per non essere riconosciuti o per dare un’immagine di noi diversa da ciò che siamo; ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre, riportandoci all’umiltà di saperci guardare nella verità, al di là della presunzione di pensare che il nostro cammino sia già compiuto e che avanziamo come se avessimo una luce chiara su tutto, su tutti e persino su Dio. Questo «spazio vuoto» che la notte crea, anche quando si presenta sotto forma di sofferenza o insoddisfazione, di delusione o incredulità, può essere un’occasione per ricevere una nuova vita, per cambiare e rinnovarsi, per «rinascere dall’alto», come dice Gesù a Nicodemo. Dio, infatti, non è venuto per giudicare il mondo con il suo peccato e la notte della sua infedeltà, ma ha mandato il suo Figlio per salvarlo, per dare al mondo la vita eterna. Per questo anche noi siamo chiamati a non giudicare le “notti”; né le notti della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda. Nella notte, dobbiamo invece metterci in cammino come fa Nicodemo, continuare a interpellare il Signore, aprirci al vento dello Spirito per accogliere la notte non più come segno di un fallimento, ma come inizio di una nuova vita. E pensando al nostro cammino personale, ma anche alle notti del nostro cammino ecclesiale e della Spagna, delle sue città, delle sue povertà antiche e nuove, della sua società e cultura, possiamo allora chiederci: quali sono le notti che stiamo attraversando? Cosa ci suggeriscono? Entrando in esse e guardando con umiltà e senza pregiudizi la realtà di ciò che siamo, cosa siamo chiamati a cambiare?, dove dobbiamo rinnovarci, in quale direzione vogliamo andare, quale società vogliamo costruire?

In cammino nella fede

Non smettiamo di cercare, di interrogarci e di dialogare, con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte. Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è. Apriamoci al dono dello Spirito, cercando il Signore come Nicodemo e accogliendo la luce del suo Vangelo, con la certezza che sperimenteremo in noi una vita nuova, una presenza che benedice, un amore gratuito che ci aiuterà a passare dalla notte alla luce. Perché Dio vuole che nulla vada perduto e già da ora desidera darci la vita eterna, per condurci alla felicità che non ha fine. Ci conceda il Signore, per l’intercessione della Vergine Maria, di aprirci a Lui e di farci scuotere dal vento del Suo Spirito.

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