Laurearsi a distanza al tempo del Covid-19

Una testimonianza a Interris.it di come la tecnologia può sconfiggere alcuni effetti dell'solamento provocato dall'epidemia

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:10
Austria
Europa Covid-19 - Foto © Ap

“In questi giorni tragici, abbiamo vissuto nella mia famiglia la gioia di un nipote che si è laureato via skype all’università di Bologna, discutendo on line la sua tesi“, racconta a Interris.it l’ingegner Gianluca Franco. “E’ un segno di rinascita e la dimostrazione di come la tecnologia possa aiutarci a superare alcuni disagi provocati dall’epidemia di Covid-19”, spiega alla luce della sua ventennale esperienza all’interno di un’azienda multinazionale.

Ingegnere, che emozione è stata per la sua famiglia una laurea al tempo del coronavirus?

“Un’emozione fortissima. E’ la dimostrazione che nella vita l’impegno consente di superare anche gli ostacoli imprevisti e che la tecnologia, se ben utilizzata, non disumanizza la nostra esistenza. Ciò lo sperimentiamo anche nelle innovazioni che stanno cambiano prassi e modelli di riferimento all’interno delle imprese”.

Può farci un esempio?

“La blockchain, la filiera digitale, applicata alla produzione di beni e servizi. Ha il potenziale per migliorare il modo di lavorare in tutte le aziende, incluse quelle manifatturiere e con elevato grado di tecnologia: dal ciclo di vita del prodotto alle procedure di smaltimento dei materiali. E ciò sta accadendo sotto i nostri occhi, ottimizzando l’uso delle risorse”.

In che modo la tecnologia può combattere la pandemia?

“In Oriente sono molto diffuse delle app che inviano una segnalazione di pericolo a chi si trovi in un raggio di cento metri da ambienti frequentati da individui contagiati dal coronavirus. Per lavoro conosco molto bene la Corea del Sud e credo che l’Italia potrebbe adottare alcuni provvedimenti sperimentati con successo in uno dei paesi asiatici più innovativi dal punto di vista della tecnologia applicata alla salute pubblica”.

A cosa si riferisce in particolare?

“Da miei colleghi di Seul ho avuto la testimonianza diretta di come la lotta al Covid-19 passi principalmente attraverso l’uso di dati elettronici che aiutano gli ospedali a gestire al meglio le emergenze. Le persone che risultano positive al tampone vengono messe in auto-quarantena e monitorate attraverso le app finché non si renda disponibile un posto letto in ospedale”.

Un eccesso di tecnologia, anche se al prioritario scopo di salvaguardare la salute pubblica, non rischia di disumanizzare la società?

“Le risponde citando non uno scienziato ma un letterato come Antoine de Saint-Exupéry, autore del celebre romanzo “Il piccolo principe”. La tecnologia non tiene lontano l’uomo dai grandi problemi della natura, ma lo costringe a studiarli più approfonditamente. Mi consenta, poi, di fare riferimento alla dimensione della fede. Come volontario in organizzazioni cattoliche ho sempre condiviso la dimensione della solidarietà e della responsabiltà. Mi è tornata in mente in queste giornate cariche di angoscia e di preoccupazione una visione autenticamente profetica di San Giovanni Paolo II, personaggio fondamentale oer comprendere in profondità la nostra epoca e che ogni sera a casa io e mia moglie Ilenia preghiamo con le nostre figlie Melissa e Letizia”.

Cosa diceva al riguardo Karol Wojtyla?

“Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra?, si chiedeva San Giovanni Paolo II. A noi non è dato di saperlo, era la sua risposta. E’ certo, tuttavia, che accanto a nuovi progrssi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Adesso è compito nostro aiutarci reciprocamente, anche facendo ricorso al meglio della tecnologia disponibile, per trasformare un male in un bene, come insegna la tradizione del pensiero filosofico cristiano: ex malo bonum”

 

 

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