“La pace sia con tutti voi”. Leone XIV lancia una sfida radicale

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, il Papa esorta a superare la logica del riarmo per riscoprire la pace. In Sala Stampa la figlia di Aldo Moro

I Relatori alla Presentazione Messaggio Giornata Mondiale della Pace 2026 (foto: Francesco Vitale)

Presentato in Sala Stampa Vaticano il Messaggio di Papa Leone XIV per la 59.ma Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2026). Il tema scelto dal Pontefice, «La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”», lancia una sfida radicale: superare la logica della deterrenza e del riarmo per riscoprire la pace come precondizione delle relazioni umane, partendo dal disarmo interiore.

Il Cardinale Czerny: “Basta con il realismo senza speranza”

Il Cardinale Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha aperto gli interventi sottolineando come la pace non sia un’utopia irraggiungibile, ma una responsabilità collettiva. “La pace non può essere imposta, né fabbricata — ha ammonito il Porporato —. Non è un semplice equilibrio tra terrore e paura”. Czerny ha denunciato le “narrazioni prive di speranza” che oggi passano per realismo, criticando aspramente l’influenza degli interessi finanziari privati che spingono gli Stati verso la guerra e l’uso dell’Intelligenza Artificiale in ambito militare. “La deterrenza nucleare si basa sull’irrazionalità delle relazioni fondate sulla paura. Il Papa ci invita invece a un disarmo integrale che parta dal rinnovamento del cuore”.

Il perché di una pace “disarmante”

Il Prof. Tommaso Greco, ordinario di filosofia del diritto a Pisa, ha offerto una lettura filosofica e politica del messaggio, ribaltando l’antico adagio latino. “Dobbiamo rifiutare il detto si vis pacem para bellum. Solo muovendo dalla pace si può davvero garantire la pace. Non è possibile fondarla su presupposti che la negano”. Secondo Greco, la pace è “disarmante” perché rompe il circolo vizioso della diffidenza. Ha poi rivolto un appello specifico all’Europa: “Il cristiano, e in particolare il politico cristiano, non deve cedere alla logica della forza. Ricordare che nulla è ineluttabile non significa sottrarsi alla realtà, ma determinare ciò che è reale attraverso le nostre scelte”.

Leone XIV (foto: Vatican Media)

Dal campo di prigionia al perdono

Particolarmente toccante è stato il racconto di Don Pero Miličević, parroco a Mostar, che nel 1993, a soli sette anni, vide il suo villaggio distrutto e il padre ucciso, prima di essere deportato in un campo di prigionia con la madre e i fratelli. “Sette mesi su fredde lastre di pietra, senza igiene né cibo. Molti ci chiedono come abbiamo sopportato. Non avremmo resistito senza la fede e la preghiera del Rosario”. Don Pero ha spiegato che la pace non è assenza di conflitto, ma vittoria sul desiderio di vendetta. “Ho capito che la pace non si raggiunge senza perdono. Sono tornato nel luogo dove ero prigioniero: le lacrime mi hanno aiutato a ritrovare la pace. Il male si vince con il bene, non con l’aumento degli armamenti”.

La giustizia riparativa

Infine, Maria Agnese Moro, giornalista e figlia dello statista Aldo Moro, ha parlato della pace come cammino di riconciliazione profonda, citando l’esperienza della giustizia riparativa. “Per colpire qualcuno bisogna prima considerarlo “non-umano”, ridurlo a una divisa o a un nemico. Ma chi ha subito violenza rischia di disumanizzare se stesso nell’odio”. La giornalista ha raccontato l’incontro con “l’altro difficile”, ovvero i responsabili della lotta armata degli anni ’70 e ’80. “In quegli incontri, il dolore dell’altro è stato il colpo mortale alla disumanizzazione. Se provi dolore, sei umano come me. Abbiamo portato insieme l’irreparabile, trasformando l’inferno comune in un’amicizia che illumina la vita. Questa non è un’eccezione straordinaria, è ciò per cui siamo fatti”.

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