La biblioteca di famiglia: Luigi Contu, direttore dell’Ansa, si racconta

Il racconto di una notte in ospedale diventa lo sfondo di un'emozionante narrazione

ULTIMO AGGIORNAMENTO 22:20
Luigi Contu

Luigi Contu, direttore dell’Ansa, è stato invitato da Mario Calabresi a scrivere per la sua newsletter Altre Storie. Ha accettato volentieri perché ha pensato che “fosse utile condividere questa storia con i lettori”. Ed è così che con la sua penna elegante e raffinata ha dato vita ad un brevissimo romanzo, come se fosse la sceneggiatura di un cortometraggio ricco di emozioni. Racconta gli ultimi momenti della vita del padre. Il giorno prima di un’importante operazione. Una lunga conversazione tra padre e figlio. Un tesoro  inestimabile inestimabile per il direttore dell’Ansa che gli ha trasmesso la passione per i libri. Leggendo trapelano emozioni e ricordi personali, nei quali tutti possono riscoprirsi.

Ecco il testo di Luigi Contu:

“L’ultima volta che vidi mio padre, era l’ultimo giorno della sua vita, mi parlò di libri. Per un intero pomeriggio, seduto su un letto del Policlinico Gemelli, mi indicò i segreti e i tesori della sua biblioteca. Io ero tranquillo per l’intervento che avrebbe dovuto fare la mattina dopo ma lui, che evidentemente sentiva di essere in pericolo di vita, mi raccontò senza sosta dei libri che gli erano più cari e di dove dovessero finire. Non solo, prima di salutarmi, mi scrisse un appunto per orientarmi nel suo oceano cartaceo. Sono passati dieci anni e, in questo tempo, mi sono spesso chiesto perché mi avesse parlato dei suoi libri in quel modo: non aveva pensato di lasciare un testamento ma aveva voluto assicurarsi che la biblioteca non andasse perduta. Solo oggi ho capito perché”.

Luigi Contu

 «Bisogna liberare la casa entro tre settimane». Una telefonata improvvisa mi ha scaraventato con urgenza tra quegli scaffali carichi di volumi in doppia e tripla fila. Nell’ultimo mese, insieme a mio fratello, anche lui di nome Rafaele, ho passato notti, albe, giornate intere tra scale e scatoloni per organizzare un piano, salvare quanto più possibile, non disperdere quel patrimonio di conoscenza e quella storia di famiglia che mi guardava dall’alto, dal basso, da dietro. In poche ore sono entrato in una nuova dimensione, a volte perdendo letteralmente l’orientamento, vagando tra una fila e l’altra, tra una poesia di Quasimodo ed un manuale di fisica del Politecnico, tra un saggio di Eco e un’avventura in dirigibile di Nobile. È stato qualcosa di travolgente e totalizzante: dodicimila volumi da guardare e di cui decidere il destino. Tutti quelli accumulati nella vita di mio nonno e in quella di mio padre: 30 metri lineari di libreria. Ci sono voluti sei viaggi di camion per traslocarli tutti.
Per oltre vent’anni avevo fatto avanti e indietro lungo quegli scaffali dandoli per scontati, prendendo ogni tanto un volume ma rimanendo molto più attratto dalle mie letture, dai miei libri. Quasi snobbando quelle opere, in quel difficile rapporto tra padre e figlio che nell’età dell’estremismo intellettuale dei giovani ti fa vedere tutto ciò che viene dalla famiglia e dalla tradizione come un peso, a volte un nemico della tua spinta verso la libertà. Ora invece ho riscoperto un mondo e le mie radici.

Questa è la storia di una biblioteca di famiglia, di un percorso di studi e conoscenza che è cominciato all’inizio del secolo a Tortolì, paesino dell’Ogliastra dove nacque mio nonno Rafaele. Mio padre mi parlava spesso di lui, descrivendomelo come un infaticabile lettore, un curiosissimo divoratore di conoscenza. Rafaele Contu è stato un intellettuale dei primi del Novecento che ha diretto “L’Unione Sarda”, tradotto in Italia Paul Valéry e Albert Einstein, fondato con Ulrico Hoepli la prima rivista di divulgazione scientifica italiana “Sapere” e nel dopoguerra “Scienza e Vita”. Il suo percorso è stato segnato dall’amicizia con Giuseppe Ungaretti che insieme a lui ha condiviso la tragedia della Prima guerra mondiale e gli anni del fascismo, dando poi vita ai quaderni di “Novissima”, rivista di letteratura degli anni Trenta. «Quanto fu bella la nostra amicizia» scrisse Ungaretti poco dopo la morte del nonno. Una amicizia lunga una vita, durante la quale non mancarono momenti di profonde divergenze sulle scelte editoriali della collana, come racconta Claudio Auria nel bellissimo “La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti” (Le Monnier)

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