Sos del mondo cattolico: in pandemia no all’aborto chimico a domicilio

Durante l'emergenza sanitaria, interruzioni di gravidanza in casa. L'associazionismo antiabortista boccia una proposta che "aggira l'aumento del numero di medici obiettori" e "viola la legge 194"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:39

Scienza & Vita esprime fermo dissenso per il recente appello alla facilitazione dell’aborto farmacologico in tempi di pandemia di Covid-19: “E’ di qualche giorno fa la pubblicazione di un appello a firma di alcune di alcune sigle associative (indirizzato al presidente del Consiglio, al ministro della Salute e al direttore di Aifa) per sollecitare la modifica urgente delle procedure di effettuazione dell’aborto chimico, in senso “facilitativo” e semplificatorio. La ragione della richiesta risiederebbe in presunti rallentamenti e difficoltà registrati, durante l’epidemia in corso, presso alcune strutture sanitarie dove si effettuano interventi abortivi, che finirebbero di fatto per mettere a rischio l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. Difficoltà che, però,  sembrano solo “presunte”, data la netta smentita della loro esistenza  da parte di molti ospedali, da Nord a Sud. Come dire: il fatto, con ogni probabilità, non sussiste”.

Stato di necessità

Entrando, poi, del merito delle richieste specifiche presentate per implementare le pratiche chimiche di aborto, in particolare, l’eliminazione del controllo ospedaliero fino all’espulsione dei resti abortiti e l’allungamento dei tempi da 7 a 9 settimane di gravidanza per somministrare il mifepristone, “ci sembra doveroso esprimere un tanto doloroso quanto convinto dissenso“. Ancora una volta, infatti, “assistiamo all’invocazione di uno stato di necessità per eliminare i già labili argini ad una ulteriore banalizzazione dell’aborto chimico. In spregio agli elementari doveri deontologici e umani di vicinanza e cura verso chi ha difficoltà e problemi, si suggerisce di sospingere ancor più nel privato e nella solitudine l’atto abortivo, quasi fosse un fastidio di cui liberarsi in fretta e nel segreto”.  Madre Teresa di Calcutta diceva che il bambino non nato è il più povero dei poveri. “A causa degli ospedali intasati per facilitare la “pratica” le sigle abortiste hanno chiesto interruzioni di gravidanza farmacologiche senza ricovero che significa, in soldoni, la “giungla del fai da te“.

Ritorno al passato

L’aborto è un diritto delle donne per quelle associazioni che difendono la legge 194 e che chiedono che venga garantita l’applicazione anche in questo momento di emergenza per il Coronavirus. Ma come? Non avevano combattuto estenuanti battaglie per far terminare gli aborti in casa che causavano la morte anche delle donne e adesso invece chiedono un ritorno al passato? Un rischioso precedente che appare inconciliabile con lo spirito della legge stessa e con la salute della donna”, affermano Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente Pro Vita & Famiglia, onlus pro life già organizzatrice del Congresso delle Famiglie di Verona, sulle polemiche intorno alla pillola Ru486 direttamente a casa.

Da sette a nove settimane

“Ovviamente- sottolineano Brandi e Coghe- non mancano le adesioni dei soliti “testimonial” delle battaglie abortiste che da esperti quali sono in materia sanitaria, chiedono anche di allungare i tempi per l’aborto con la Ru486 da sette a nove settimane. D’altronde scrittori, politici, che ne sanno di cosa significhi praticare un aborto, così dal loro divano di casa suggeriscono con i loro sodali le interruzioni “totalmente da remoto con la telemedicina e il problema è risolto”. Questi esperti da divano nemmeno si rendono conto di quanto sia pericolosa per la salute delle donne la pillola RU486, più rischiosa di un aborto chirurgico e per questo il servizio sanitario la somministra in regime di day hospital”. Sos, quindi: “La realtà è che ben prima del Coronavirus il numero dei medici obiettori era in continuo aumento. Saltare di fatto il medico per fare un aborto può essere la soluzione che gli abortisti cercano. Peccato che oggi come domani daremo battaglia, perché questo significherebbe non rispettare la prima parte della legge sulla tutela della maternità e sulle pratiche per disincentivare l’interruzione di gravidanza”.

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