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Ilva, Strasburgo condanna l’Italia: “Persiste il pericolo per la salute”

La Corte europea dei diritti umani (CEDU) ha pronunciato 4 nuove condanne nei confronti dello Stato italiano a causa delle emissioni dell’Ilva responsabili di mettere a rischio la salute dei cittadini. Le condanne – scrive FanPage – riguardano i ricorsi presentati tra il 2016 e il 2019 da alcuni dipendenti dell’impianto siderurgico oltre che da oltre 200 abitanti di Taranto e di alcuni comuni vicini.

La condanna della Corte europea

La Corte europea dei diritti umani sottolinea che l’Italia è stata già condannata per lo stesso motivo nel gennaio del 2019 e che da allora il caso dell’Ilva è all’esame davanti al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che deve verificare se il Paese ha messo in atto tutte le misure necessarie per salvaguardare la salute delle persone.

Lo scorso anno – sottolinea la Corte europea dei diritti umani – il comitato dei ministri ha stabilito che “le autorità italiane non avevano fornito informazioni precise sulla messa in atto effettiva del piano ambientale, un elemento essenziale per assicurare che l’attività dell’acciaieria non continui a rappresentare un rischio per la salute”. Dalla documentazione del comitato dei ministri, riporta l’Ansa, risulta che il governo lo scorso 5 aprile ha presentato nuovi elementi sull’attuazione del piano ambientale in vista di un nuovo esame del caso a giugno.

L’Ilva di Taranto

L’impianto Ilva di Taranto fu inaugurato ufficialmente il 10 aprile 1965 dall’allora presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat. Fu costruito nelle immediate vicinanze del quartiere Tamburi, che attualmente può contare circa 18 000 abitanti. Il quartiere, già esistente, si sviluppò ulteriormente negli anni a seguire grazie anche agli interventi di edilizia popolare destinati proprio agli operai dello stabilimento.

Nel 2012 sono state depositate presso la Procura della Repubblica di Taranto due perizie, una chimica e l’altra epidemiologica, nell’ambito dell’incidente probatorio che vede indagati Emilio Riva, suo figlio Nicola, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico, e Angelo Cavallo, responsabile dell’area agglomerato. A loro carico sono ipotizzate le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.

Sarebbero particolarmente inquinanti i 70 ettari di parchi minerali per via delle polveri, che fungono da veicolanti dei gas nocivi, le cokerie che emettono soprattutto benzo(a)pirene, ed il camino E312 dell’impianto di agglomerazione per quanto riguarda la diossina. A dicembre del 2019, il Tribunale di Taranto ha confermato il sequestro e lo spegnimento dell’altoforno 2, secondo le modalità tecniche precedentemente concordate con la proprietà.

Milena Castigli

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