Ecco perché la tregua in Libia è finita

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:59

Continua a scorrere il sangue in Libia, e stavolta è di un bambino di dieci anni, morto a causa di un colpo di mortaio lanciato sulla casa in cui abitava, a Tareeq al Shuoq, nei pressi di Tripoli. Gli altri quattro membri della sua famiglia sono, invece, rimasti feriti. A dare l'annuncio di questa drammatica notizia è stato il ministero della Sanità del Governo di accordo nazionale libico: “Un bambino di dieci anni è morto, mentre quattro membri della stessa famiglia sono rimasti feriti da un colpo di mortaio che è caduto nella loro casa nella zona di Tareeq al Shouq a Tripoli”.

Occhi su Tripoli

Il bombardamento su Tripoli è un chiaro segno che la tregua è finita. Era già di per sé debole, come evidenziato da una serie di violazioni del cessate il fuoco nonostante il supporto della comunità internazionale. Non si arresta, dunque, la sanguinosa guerra fra i due schieramenti. Come risposta al duro attacco l'esercito, alle dipendenze del presidente libico riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez al-Sarraj, ha reso noto di aver ucciso 23 uomini armati ed averne arrestati 4 a sud di Tripoli. È la capitale del Paese ad essere nelle mire dell'uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar. Il cessate il fuoco, in vigore dal 12 gennaio scorso su impulso di Turichia e Russia e ribadito da un invito delle Nazioni Unite reiterato un mese dopo, ha mostrato le sue evidenti faglie.

L'Italia condanna

Il generale Khalifa Haftar sta stringendo la capitale, e lo dimostra la serie di bombardamenti sull'aeroporto di Mitiga, target dell'Esercito di liberazione nazionale da almeno tre giorni. Il governo libico ha coinvolto le Nazioni Unite: una rappresentanza ha presentato al presidente del Consiglio di Sicurezza Marco Pecsteen un rapporto dettagliato con foto e video sulle ultime violazioni della tregua da parte del generale della Cirenaica. Anche l'Italia ha preso la medesima posizione attraverso l'ambasciata. In un tweet, ha definito “inaccettabile” il dolore causato dalla popolazione, che “nega i diritti di base della popolazione”.

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