La figura di Don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, è stata al centro di un evento di approfondimento tenutosi a Più libri più liberi, la Fiera della piccola e media editoria di Roma. L’occasione è stata la presentazione del nuovo volume di Elisabetta Casadei, teologa e postulatrice della causa di beatificazione di Don Benzi, intitolato “La mistica della tonaca lisa. Il cammino spirituale di don Oreste Benzi” (Sempre Editore). Il libro, frutto di un’attenta ricerca su scritti inediti, mira a documentare l’aspetto spirituale e meno noto della vita del sacerdote riminese. La presentazione ha visto dialogare l’autrice con Giacomo Galeazzi, vaticanista de La Stampa, e don Aldo Buonaiuto, sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII e direttore del nostro quotidiano InTerris.it.
L’intervista alla postulatrice
Spesso Don Oreste Benzi viene ricordato principalmente come un benefattore dei poveri. Qual è la chiave di lettura più appropriata per comprendere la sua figura?
“Non lo possiamo ricordare e non lo possiamo vedere come un benefattore dei poveri, perché altrimenti lo snatureremmo. Don Oreste lo dobbiamo vedere invece come un profeta che il Signore nella sua bontà ci ha mandato. Un profeta perché? Perché è riuscito a vedere ciò che sarà nei prossimi vent’anni, trent’anni. Aveva questa capacità, quella di vedere i segni dei tempi”.
Qual è stata la sua intuizione centrale, soprattutto in relazione ai giovani?
“Essendo molto in sintonia con i giovani, ha intuito delle verità sempre attuali: i giovani hanno bisogno di relazione. Quando un giovane non è messo in grado di poter vivere delle relazioni vere, autentiche—che si tratti della famiglia, del gruppo, eccetera—allora va in tilt”.
A cosa si riferiva Don Oreste quando parlava di “società del gratuito” e “società delle relazioni”?
“La “società del gratuito” e delle relazioni è una società in cui al centro si mettono le persone e non le cose. Questo significa che ognuno ha la possibilità di mettere a frutto i propri talenti e di fare qualcosa per gli altri. È una società in cui il tuo lavoro non viene misurato o mercificato, ma viene apprezzato per quello che è. Hai la possibilità di prendere dal frutto del lavoro di tutti quello che serve, evitando il sovrappiù, il superfluo che alla fine ci rende schiavi. Don Oreste diceva spesso: “Noi abbiamo tante cose che non possediamo ma che loro stesse ci possiedono”.

Quindi l’attualità del suo messaggio è legata all’inclusività e alla condivisione?
“Esattamente. L’attualità di Don Oreste risiede nel fatto che nessuno è escluso, ma si integrano tutti coloro che non vengono apprezzati dal mondo in cui viviamo—perché sono poveri, malati, o non hanno capacità. Questo è il suo messaggio: inclusività e condivisione”.
Don Oreste era un sacerdote contemplativo ma instancabile. Quanto può essere importante il suo insegnamento per le nuove generazioni, spesso iperattive, per ritrovare l’essenziale?
“Don Oreste non era al passo con i tempi, era proprio avanti, abitava in un altro tempo pur essendo radicato nel presente. Se vogliamo capire come ritrovare l’importanza per l’essenziale in questa iperattività, dobbiamo guardare al suo segreto: aveva dei tempi di preghiera, fissi ma anche mobili. Nella sua vita, aveva un baricentro interiore—nei pensieri, negli affetti, nei desideri—e questo baricentro era il Signore”.
In che modo questa vita interiore influiva sulla sua attività?
“Dedicava tempo alla meditazione, alla Parola di Dio. Questo gli consentiva di amalgamarsi con il pensiero e i desideri di Dio, sviluppando una prospettiva diversa. Non si lasciava prendere dalla mentalità di questo mondo, ma abitava nel mondo e nello stesso tempo a distanza, per poterlo traghettare oltre. La vita interiore per lui era fondamentale”.

Come possiamo imitare la sua spiritualità?
“Se vogliamo vivere bene ed essere attivi, ma di un’attività che sia una conseguenza e uno sbocciare della nostra autenticità, dobbiamo radicarci e avere una relazione con Dio. Per Don Oreste la preghiera non era qualcosa da dire o da fare, ma una relazione da vivere. Ne faceva tanta, anche in momenti brevi—cinque minuti in macchina, in una cappellina. Questo è fondamentale per rimanere noi stessi e andare alle cose essenziali della vita”.
C’è un episodio, magari breve, della vita di Don Oreste che si porta nel cuore e che riassume per lei il suo spirito?
“Mi porto questo episodio. Quando veniva a sapere delle critiche molto forti nei suoi confronti, anche da persone vicine, lui non reagiva. Ricordo che aveva un moto di tristezza, non di disprezzo. Non proferiva parola contro la persona; quello che riceveva se lo portava dentro e non lasciava uscire neppure una parola di veleno. Questa capacità di incassare e di perdonare la puoi avere solo se ti senti amato”.

