Così la pandemia è piombata nella vita degli “street children”

L'impatto del Covid-19 negli angoli più degradati delle megalopoli africane dove i bambini sono chiamati spazzatura

ULTIMO AGGIORNAMENTO 19:58

In Kenya c’è stato un cambio di passo positivo, il governo attraverso la Street Families Rehabilitation Trust Fund (SRFTF) una fondazione di origine governativa per la riabilitazione della gente di strada, ha contattato diversi centri di accoglienza di Nairobi perché potessero accogliere i ragazzi delle “basi” come “mlango kubwa”, la grande porta, che, riferisce Fides, si insinua dentro l’enorme baraccopoli di Mathare Valley (500 mila abitanti). Ottantasette sono stati accolti da Koinonia, una organizzazione keniana fondata dal missionario comboniano Renato Kizito Sesana che ha cercato di far sue le parole del Vangelo: “Erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere”.

Spazzatura

La vita degli street children di Nairobi non è mai stata facile da quando si sono affacciati nelle strade. Li hanno iniziati a chiamare chokora (spazzatura). Hanno ricevuto negli anni tanto clamore mediatico, sono stati l’icona insieme alle baracche e ai grattacieli delle grandi città dell’Africa. Poi, come tutti, sono cresciuti hanno trovato amori e figli. Centinaia di migliaia, sottolinea l’agenzia missionaria della Santa Sede, che i governi hanno incominciato a “spazzare” via dal centro delle città per spingerli nelle baraccopoli che come corona di spine le circondano. No child zone, luoghi dove per l’infanzia non c’è posto. Decine di migliaia che sono sopravvissuti tra furti, lavoretti, raccolta rifiuti, carità e fumi di colla. Anche tra gli abitanti delle baraccopoli vengono allontanati: il loro odore ripugnante non invita alla vicinanza. Con il Covid-19 la situazione, se possibile, è peggiorata, i governi hanno, con i provvedimenti del distanziamento sociale setacciato ancora più a fondo i quartieri forzando il loro inserimento in strutture governative e in centri di accoglienza privati.

Lockdown

Al momento dell’accoglienza c’è stato grande entusiasmo e poi il contraccolpo delle crisi di astinenza, ma l’ospitalità è andata avanti raccontano a Fides i missionarii. Ogni settimana da quando è iniziato il lockdown abbiamo accolto 10/20 nuove persone. Jack, Bernard, Fred e Besh sono andati a trovarli nei posti più improbabili, in strada, sotto i cavalcavia, nei parchi, in terreni scoscesi dove avevano fatto capanne con i rami o con teli di plastica. Ogni giorno ne hanno convinti 20 o 30 a farsi aiutare e ad essere portati nelle strutture caritative delle missioni e in altre di proprietà di diverse chiese cristiane. Non è stato facile convincere i responsabili di queste strutture e comunità ad accettare i nuovi difficili ospiti. “Noi ci siamo riservati quelli che sembravano più problematici- spiegano i missionari- Adesso sono distribuiti nelle nostre case di Ndugu Mdogo (Piccolo Fratello) e di Tone la Maji (La Goccia d’Acqua). Per loro, continua il missionario, con il lockdown la vita in strada era diventata sempre più insostenibile: meno gente in strada, meno entrate, meno lavoretti saltuari, meno elemosine. Il coprifuoco metteva i ragazzi in isolamento totale durante la notte con possibili aggravanti di abusi esterni e interni al gruppo“. Secondo i missionari “i numeri non danno il senso della bellezza della vita che ci ha travolto, dei volti, dei sorrisi, degli sguardi. Della voglia di superare gli inevitabili scontri e litigi che nascono in un gruppo così numeroso di persone che vivono in spazi comunque limitati. Del tifo entusiasta durante le partite di calcio nei vari campetti all’interno delle nostre case. Della placida felicità che si vede contemplando un semplice piatto di riso e patate: non hanno niente, ma il cuore è una miniera di risorse da esplorare“.

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